Concorso Letterario "Federico Ghibaudo"
E' AMICIZIA?
di Elena Calore 1^G
Non esistono definizioni che possano abbracciare pienamente il
significato della amicizia, spesso non si sa neppure come
considerare e giudicare un rapporto tra due o più persone.
La mia non vuole essere una rassegna di pensieri che esprimono e
analizzano gli aspetti di questo grande valore radicato nella
natura umana, vuole essere piuttosto un esempio di come ci si
possa trovare in imbarazzo e si possa essere travolti da dubbi
nel definire amicizia il contatto con una persona... anche lei
non sapeva come chiamarlo.
E' amicizia?
Anche lei faceva spesso parte dei piccoli gruppi che si venivano
a formare finiti i vari incontri: quelle tavole rotonde (di
solito si stava in cerchio) erano i momenti ideali per scambiarsi
opinioni e per programmare il da farsi per i giorni seguenti; ma
la sua era solo una presenza fisica, in fondo gran parte di
quelle persone le erano estranee, non facevano parte del suo
mondo, avevano idee fondamentalmente diverse. A queste piccole
assemblee non partecipavano le sue vere amiche, quelle con cui si
divertiva, usciva, parlava; veniva trascinata là da ragazze che
conosceva tanto perchè non rimanesse da sola o forse per non
restare da sole.
Qui loro usavano parlare soprattutto con un ragazzo, un tipo che
non conosceva, ma che era portata a non amare particolarmente e
di cui non si fidava, cosa pienamente giustificabile visto le
storie che circolavano su di lui.
Sì, per lei era proprio un buono a nulla, uno che non aveva più
speranze di cavarsela, uno che non aveva cervello, dati i guai
che era riuscito a trovare; e pensare che si era sempre reputata
una persona che non si faceva condizionare, presto lei si sarebbe
resa conto di quanto invece quelle storie la avessero
influenzata.
Come molti, egli mai le aveva rivolta la parola, dentro di sè
lei non era felicissima di questa situazione, diciamo che non le
sarebbe dispiaciuto intraprendere con lui una dicussione, spinta
prevalentemente dalla curiosità di verificare l'opinione che si
era creata a proposito della condizione del ragazzo.
Poi un giorno, o meglio una sera che già di per sè era speciale
(era la vigilia di un avvenimento che forse mai più si sarebbe
ripetuto nella sua vita, e che mai si era verificato), lo vide
avvicinarsi e le parlò dicendole che sarebbe stato disposto ad
aiutarla per la sera successiva.
Aveva provato in un istante tantissime sensazioni: era rimasta
stupita vedendolo avvicinarsi, il suo sguardo l'aveva a dir poco
terrorizzata e si sentiva smarrita, eppure era riuscita a trovare
il coraggio di rispondergli come fosse un amico, spontaneamente e
mascherando la paura.
Forse davvero non le era stato indifferente? Forse davvero quelli
che le stavano attorno erano tutti suoi amici?
La cosa certa era che il giorno dopo si sarebbero rivisti perchè
il grande evento era prossimo e rimaneva poco tempo per
prepararsi, anche con un aiuto.
Questa volta sarebbe toccato a lei fare il primo passo ed
andargli a chiedere una informazione; la spinta del giorno
precedente, senza dubbio, l'avrebbe aiutata.
Così andò da lui e gli parlò, fu un dialogo breve, ma le
sembrò durare un'eternità: l'imbarazzo non era scomparso,
parlare con lui era strano, poi era passato poco tempo da quando
aveva osato avvicinarsi!
Lui parlò con tono semplice ma sicuro, sembrava quasi protettivo
nei confronti di lei, come se volesse compiere una buona azione
aiutando una persona ad uscire dall'ombra e ad acquistare fiducia
nelle proprie capacità.
Proprio perchè lei sospettava che il suo fosse stato un gesto di
carità, non era convinta che sarebbe diventato un suo vero
amico: nell'amicizia non esiste compassione, e lui poteva essere
stato spinto da questo sentimento, che lo poneva al di sopra di
lei; però non era dispiaciuta neanche al pensiero di questa
possibilità: era comunque un gran gesto il suo, l'essersi
avvicinato ad una persona ritenuta stupida per il solo fato di
non intervenire nelle discussioni.
Neppure lei capiva perchè, ma quell'incontro era riuscita a
segnarla profondamente, a sconvolgerla e in quei giorni
nient'altro faceva se non domandarsi: "Sarà un mio amico o
non lo sarà?".
Sì, era proprio un grosso dilemma e per risolverlo non poteva
fare nulla, solo aspettare che si sarebbe ripresentata
un'occasione nuova di incontro. E l'occasione arrivò.
Una volta mentre lei camminava verso casa tornando da una
passeggiata con le amiche, lo vide, i loro sguardi si
incrociarono, ma lui non la salutò; l'affronto era grave. non
salutare lei che per dire un semplice "Buongiorno"
avrebbe attraversato mari e monti...
Ad ogni modo i suoi dubbi erano ormai pressochè. scomparsi: un
amico non le avrebbe mai fatto una tale scortesia, quindi suo
amico non poteva essere.
I suoi dubbi cancellati. Sì, questo potrebbe sembrare un effetto
positivo, ma a dire il vero avrebbe preferito continuare
nell'incertezza, piuttosto che arrendersi pensando che i loro
rapporti sarebbero finiti così: aveva iniziato a stimare quel
ragazzo, oltre al suo gesto, aveva notato la sua particolarità
rispetto a tutti gli altri, le piaceva il suo modo di parlare,
anche se risultava troppo spesso difficile comprenderlo.
Il caso non si chiuse nemmeno così.
Tempo e tempo dopo il loro ultimo incontro, capitarono su una
stessa strada, stretta, dove incrociarsi è un obbligo,
inevitabile, lui era in mezzo ai suoi amici e mai lei si sarebbe
aspettata che la salutasse, pensava che sarebbe stato troppo
occupato a fare il duro per pensare a lei, eppure la salutò.
Quel ragazzo continuava a stupirla, c'era riuscito un'altra
volta! E un'altra volta aveva risollevato il dubbio, al quale se
ne era aggiunto un altro: sapeva il suo nome?
E' un mio amico o non lo è?