Concorso Liceo Scientifico "Frisi"

 

IL VIAGGIO
(DAVIDE e MARTA: l'amato e la sua signora)
di Luca Pasina 3^E


La fantasia di Davide non era certo sviluppata come quella di un adulto sistemato con un buon lavoro e una famiglia che gli occupa la mente e cioè non era ancora morta prima che la sua età lo rendesse lecito. Egli era un ragazzo di diciassette anni, con la testa sulle spalle e una vita che tutto sommato lo soddisfaceva. Da ormai più di un anno aveva una relazione con una ragazza che lo amava più della sua stessa vita. Il rapporto di Davide con il liceo sembrava che non gli facesse nè caldo nè freddo, andava tutto sufficientemente bene e questo gli bastava. Infine gli amici e la famiglia gli fornivano quel calore necessario a passare gli inverni e per quanto riguarda altri interessi, non ne aveva.
Penso che molte persone vorrebbero una vita del genere, o che gli somigli, ma egli saltuariamente soffriva di qualcosa, come se, nonostante tutto, gli mancasse qualcosa. Davide sapeva benissimo cos'era ma era dura riaprire ogni volta quella vecchia ferita del passato, quella porta oltre la quale nessuna luce poteva essere vista.
L'Inverno stava ormai finendo ma in quei giorni il sole splendeva talmente forte che sembrava cancellare con le ombre che proiettava gran parte della città. Anche i grandi palazzi sparivano nel nero di quell'insolita luce, di quell'insolito calore. Davide non vedeva più neanche le persone che gli volevano bene, gli era parso che tutto e tutti l'avessero lasciato solo in quella città. Aveva bisogno di fare qualcosa che una telefonata alla sua migliore amica non poteva risolvere.
Egli perse l'abitudine di uscire con gli amici, di far sprofondare le crisi nello studio o in quei minuti rubati alla vita per dare e scambiare amore con la persona più importante per la sua felicità. Purtroppo il povero giovane non riusciva a capire, come fosse accecato da un mistero, che proprio quella ragazza lo avrebbe potuto salvare da quello strano Inverno con un solo sguardo. Ed invece passava le ore in casa, al buio, sdraiato ad ascoltare le melanconiche melodie di Mozart che sembravano compatirlo; non vedeva il sole da giorni. Quel sole che fuori splendeva come non mai. No, non capiva più nulla, sembrava che non volesse coinvolgere nessuno in quello che lo preoccupava.
Ma tutto il suo viaggio si consumò in un sol giorno. Davide, verso il primo pomeriggio, si destò dalla poltrona improvvisamente, quasi come se fosse stato chiamato da una voce lontana ed amica. Spense nervosamente la sigaretta, il cui fumo gli copriva ancora gli occhi. Prese il giubbotto ed uscì di casa, quasi teso, come se avesse saputo che andava incontro alla svolta.
Chiuse frettolosamente la porta alle sue spalle senza chiuderla, fece due gradini ed inciampò; ruzzolò per le scale e picchiò la testa...
...Il giovane si rialzò e deciso s'indirizzò alla stazione. Prese il treno per giungere ad un piccolo paese vicino poiché decise di fare visita ad una sua vecchia compagna, un'amica che voleva a tutti i costi rivedere. Strada facendo pensava a cosa le avrebbe detto, di cosa avrebbero parlato, cercava di ricordare il suo viso nonostante la velocità lo sbattesse contro le pareti della carrozza facendolo tremare di nervosismo. Finalmente il treno si fermò, Davide scese e riiniziò a camminare ancora scosso dai colpi violenti di quel cavallo di ferro. Si accorse che il paese era diverso, come cambiato, forse invecchiato. Sì, di questo se ne accorse, era più giovane di circa tre anni ma non se ne preoccupò, continuò a mettere un piede avanti all'altro. Arrivò alla porta desiderata e bussò.
- Ciao - disse il giovane quattordicenne.
- Ciao, ti stavo aspettando, entra.
Sulla porta c'era lei, Marta, il primo amore, la prima delusione. Era bella come sempre ed immancabilmente ogni sua espressione incuteva nel giovane una profonda gioia. Egli si perse nuovamente nei suoi bellissimi occhi chiari, certamente meno vivi ma ancora incantevoli. La sua pelle era liscia e candida e i suoi movimenti apparivano agli occhi del ragazzo come lo sbatter d'ali di un angelo.
- Vieni, sediamoci in soggiorno, penso proprio che dobbiamo parlare.
Davide la seguiva quasi estasiato e i due si accomodarono in una sala, completamente ammobiliata di bianco e di nero, lei si sedette su di una poltrona mentre lui, come suo solito, si distese sul divano con la benevola confidenza di sempre.
- Cosa sei venuto a fare? Che intenzioni hai questa volta?
Il ragazzo notò subito che il tono di voce dell'amica non era lo stesso dei mesi precedenti. Ella sembrava volesse farlo scappare da lì una volta per tutte e che allora volesse appositamente assumere un'aria seccata.
- Su avanti, apri quella timida bocca e tira fuori quello che hai dentro.
- Cos'hai oggi, sembri strana. Per caso sono arrivato in un momento poco opportuno? Se disturbo dillo e me ne vado all'istante - rispose lui quasi atterrito dall'approccio di lei.
- Non cambiare subito discorso come fai sempre, parla, tanto io sono sempre qui ad ascoltarti, no?
Forse le faceva male più di quanto non sembrasse poiché faceva trasparire benissimo il suo recitare. Gli occhi chiari cominciarono a divenire lucidi e sconfitta in partenza, come tutte le volte che Davide le faceva visita e lei voleva porre fine al loro legame da sogno, disse:
- No. Un attimo, scusami tanto. Vedi, non riesco a trattarti male. Volevo che te la prendessi con me per aiutarti a strappare la radici che hai posto in questa stanza irreale. Si vede che non sono brava a fare l'attrice. Scusa davvero.
- Perchè volevi farmi questo? Vuoi forse che non torni più da te?
- Sai, l'altro giorno pensavo alla nostra storia, ricordavo ogni momento passato insieme e non potevo non piangere, penso siano difficili da cancellare le ore passate con me, quello che ho saputo darti, lo so, in fondo io ti ho reso felice come nessun'altra, no? Me lo dici sempre tu che sono stata la tua àncora e ...
Davide la interruppe nervosamente poiché pareva avesse paura di un grosso "ma" che lì a poco l'avrebbe investito come un treno.
- Si tu mi hai reso felice, sei stata la prima persona che mi abbia amato per quello che so dare e per quello che ho dentro. Io voglio continuare a vederti, ti prego non mandarmi via.
-...ma non possiamo andare avanti così! Lo sai anche tu!
Marta alzò il tono di voce, una lacrima scese dal suo pallido viso. Egli non sapeva più cosa dire, la sua voce venne strozzata in gola dal riaprirsi della ferita indelebile sul cuore.
-Penso che siamo arrivati alla fine, ammettilo Davide.
L'atmosfera in quella camera diventò fredda e la luce passava fioca dalle grandi tende bianche alle finestre. Il ragazzo si guardò intorno e notò in un angolo della sala degli scacchi disposti disordinatamente su di una scacchiera ed il re nero disteso su di essa, battuto dalla regina bianca. Tralasciato quel particolare secondo lui poco importante, a stento riuscì a pronunciare altre parole, ormai sfinito dalle vecchie lacrime piante, pur sempre nuove.
-Dimmi perché dovrei cancellarti dalla mia mente e dal mio cuore?
-Non ti chiedo certo tutto questo, penso sia difficile per chiunque. Quello che vorrei farti capire che ogni volta che entri in questa stanza e hai me di fronte e pretendi di parlarmi come ad una qualsiasi persona che cammina sulla tua strada, credimi, é come se uccidessi i tuoi giorni.
-Non capisco.- Ormai il pianto l'aveva svuotato di tutto.
-Pensi sia davvero piacevole quello che stiamo imitando di vivere adesso, insieme?
Davide aveva ancora le idee confuse ma confessò: -Immancabilmente, uscito da quella porta, mi fa male il petto e mi sento come un povero piccolo pezzo di carta sotto il temporale più nero.
-E non ti dice niente tutto questo? Allora sei veramente felice di vedermi?
Davide si sedette per bene, nascose la testa fra le gambe, come fa lo struzzo per paura della realtà che lo insegue. Faceva fatica a capire dove Marta lo volesse portare con le sue parole.
Davvero non pensava che gravi sbagli erano quei suoi periodici viaggi verso di lei e la sua stanza. Poi prese fiato e parlò: -Ci sono giorni in cui penso che l'unica cosa che mi rimanga da fare per sentirmi meglio é rifugiarmi qui.
-Vai avanti ti prego.-
-La dove io vivo tutto mi appare talmente ostile e offensivo che la mia mente si arrende e ti cerca perché tu sei la mia pace. Qui mi sento al sicuro.
-Ma non puoi cercare pace e sicurezza dove nere disperazioni ti assalgono alla mia sola visione! Io non posso essere il tuo castello dove puoi non pensare ai vivi giorni. Tu hai ancora quel nettare meraviglioso da bere, non sei ancora parte del mio mondo e conoscendoti, in fondo, non ti piacerebbe esserlo, ne sono certa. Non puoi fare a meno di quel sole che ti aspetta ansioso, al tuo ritorno. Lo sappiamo tutti e due.
Marta sembrava raggiungere il suo scopo ma i suoi occhi erano lucidi. Davide era afflitto e dentro di sé ripensava alle parole della sua vecchia amica e aprì di nuovo bocca:
-Beh, tutto sommato hai ragione. Io non posso certo portarti con me al mio ritorno in città e abbandonare tutto ciò che ha colore ai miei occhi con lo scopo di rimanere impresso per sempre in questa fotografia in bianco e nero, non sarebbe giusto nei confronti di tutti i viventi.
-Non sarebbe giusto nei tuoi confronti!
Il giovane si alzò dal divano, guardò negli occhi spenti di lei, che ora stava in piedi in fronte a lui. Senza più dire una parola le si avvicinò e fece per stringerla a sé. Non lo aveva mai fatto, in lei cercava solo parole ma allora la volle abbracciare. Le sue braccia però aleggiavano nel nulla e nulla abbracciavano. Marta lo fissava, piangeva e singhiozzando tentò di parlare:
-Lo vedi non siamo più neanche uguali.
-Penso allora che dobbiamo salutarci.
-Lo penso anch'io.
Ella continuò: -Certe ferite non spariranno mai, ma ho fiducia in te sul fatto che mai più le farai sanguinare di nuovo. Posso essere ricordata, ma non posso essere la scusa che ti difende dalla tua vita.
-Addio mia signora. Mai più piangerò del tuo pallore.
-Addio.
Marta era ferma al centro della stanza e Davide si allontanava tenendo le spalle alla porta, voleva guardarla fino all'ultimo secondo, che presto sarebbe giunto inesorabile. Si voltò ancora preso dal dolore di quell'ultimo viaggio di ritorno. Afferrò la maniglia, aprì la porta della stanza in bianco e nero. Un'accecante luce gli impediva di tenere gli occhi aperti e preso da quello strano sentimento d'angoscia di dolore e di determinazione cadde a terra, privo di sensi.
...Il giovane diciassettenne, riaprì gli occhi e si ritrovò steso sulla rampa di scale. Si guardò in giro ed essendogli ormai passata la voglia di dirigersi là dove desiderava, ritornò verso la porta di casa. Su di essa, ancora aperta, trovò affissi con del nastro adesivo una rosa scarlatta ed un foglio di carta sul quale vi era scritta una poesia di Hermann Hesse, scrittore e poeta che a Davide piaceva molto, la quale gli fece capire quel qualcosa che gli era sfuggito nel suo ultimo e recente viaggio.

FUGA DI GIOVINEZZA

La stanca estate china il capo,
specchia nell'acqua il biondo volto
Io vado stanco ed impolverato
nel viale d'ombra folto

Soffia fra i pioppi una leggera
brezza. Ho alle spalle il cielo rosso,
di fronte l'ansia della sera
-e il tramonto- e la morte.

E vado stanco e impolverato
e dietro a me rimane esitante
la giovinezza, china il capo
e non vuole più seguirmi avanti.

Il giovane era sorpreso, come se si stesse chiedendo chi avrebbe potuto recapitargli quella poesia. In fondo al foglio c'era un post scriptum anonimo che diceva:
-Dopo aver letto questa pagina bianca scritta di inchiostro nero, sii capace di girarla per continuare a scrivere il tuo libro senza di me. Fai la cosa giusta: dammi una seconda morte!
No, ora non stava sognando, l'atmosfera era viva ed egli respirava dolore. Si l'autore, o meglio l'autrice, di tutto quello era ormai chiaro a Davide. Ripensò alla scacchiera e capì finalmente chi aveva perso quella partita e capì il significato che l'autore di quello scacco matto voleva dargli. Ancora con le lacrime agli occhi, prese in mano la rosa e la strinse con tutta la sua forza quasi per sfogarsi o liberarsi di un peso. Si tagliò a causa delle spine presenti sul gambo e gocce caddero sulla pagina in bianco e nero, ora rossa. Subito dopo accartocciò il fiore con la poesia e buttò il tutto alle sue spalle, ad occhi chiusi. Con quella palla di carta, di sangue e di inchiostro nero aveva gettato un pezzo del suo cuore e della sua mente, soffrendo certo, ma grazie a quel gesto non sarà mai più in grado di riaprire quella stessa ferita.
Davide entrò in casa e chiuse finalmente la porta alle sue spalle. Si distese poi sul letto, si calmò e smise di piangere. Guardandosi attorno ora, si rese conto di come la sua stanza avesse colore e di quanto in fondo la preferisse a quella da cui era da poco tornato per l'ultima volta. Ricordo che Giacomo Leopardi disse "due cose belle ha il mondo: l'amore e la morte". Sapete, Davide le aveva vissute davvero per la prima volta entrambe nella stessa persona e quando la seconda cosa escluse la prima, la sua vita andò leggermente in tilt.
Stette un po' a riflettere sull'accaduto e capì che quel fiore era simbolo di una morte che voleva far rivivere nei suoi desideri; averlo gettato via significava averlo gettato nel fiume della propria vita che, con la sua corrente, porta sempre più lontano, man mano che si avanza con l'età, le esperienze passate. Aver a lungo impedito, con i suoi lunghi viaggi nella memoria, che ciò accadesse era come rompere un perfetto equilibrio, che Davide, tutto sommato, possedeva e voleva.
Egli intese quel viaggio come una fuga dal passato o come una "fuga dalla giovinezza", un distacco dalla propria storia. Così alla fine, Davide riuscì a "riveder le stelle". Fu proprio il desiderio e la necessità di un viaggio definitivo, l'ultimo di una lunga e dolorosa serie, che lo spinse a prendere il treno per quel mondo. Furono le stesse ragioni che spinsero la mia mente a ricordare la storia dell'"amato" e della sua "signora" e la mia mano a trascrivere, per chi lo vorrà ascoltare, il libro della sua memoria, il libro della mia fantasia.