Concorso "Federico Ghibaudo"
"ABDUZIONE"
di Matteo Segale 5^H
Mi trovai in un posto che non avevo mai visto prima. Non era
accogliente e faceva molto caldo.
Non sapevo perché, ma non potevo andarmene. O meglio, ero sicuro
che, se me ne fossi andato, non avrei avuto altro desiderio che
ritornarvi. Non mi sarei sentito tranquillo, fuori di lì.
Avevo un mucchio di roba da fare, ma paradossalmente ero solo io
a decidere cosa e come.
Non c'era nessun altro, da quelle parti, anche se mi avrebbe
fatto piacere che ci fosse stato qualcuno con cui scambiare due
parole.
Probabilmente non avrei avuto molto da dire, ma non potevo farci
niente, il mio desiderio era quello.
Avevo la netta impressione che dovesse succedere qualcosa. Ne ero
certo. Ed ero altrettanto certo che non dipendesse da me.
Insomma, io, lì in mezzo, non centravo proprio. Ma volevo
rimanerci ugualmente.
Pur essendo completamente estraneo a quel posto e agli strani
fenomeni che vi accadevano, mi sembrava di essere, nella mia
fondamentale inutilità, indispensabile.
Una cosa che mi incuriosì, ma che non mi spaventò affatto, era
l'identità di colui che mi aveva messo in testa tutte quelle
convinzioni.
Non le sentivo del tutto estranee, eppure non riuscivo ad
afferrarle fino in fondo.
La sensazione che provavo era più o meno quella che si ha quando
si crede di aver già visto una scena o visitato un posto, ma per
certi versi andava parecchio oltre.
In definitiva: io sapevo di pensare quelle cose, ma ero sicuro
che non arrivassero direttamente dal mio cervello.
Insomma, erano in giro da molto tempo, e pur essendo identiche a
quelle che avrei pensato, non si esaurivano in esse.
Arrivavano da molto più lontano, da molto più in alto, forse.
Sentivo che il mio pensiero era stato accorpato in un altro
pensiero, più ampio, più antico, da cui comunque derivava.
Ero rimasto staticamente coinvolto in un vortice che mi stava
portando altrove, cambiandomi continuamente.
Il paesaggio intorno a me si stava formando. Con un piccolo
sforzo riconobbi il posto: era esattamente quello in cui mi
trovavo prima, ma ora appariva decisamente più accogliente.
L'ambiente appariva ora nettamente diviso in due zone: una
sopraelevata, lontana da me, e quella su cui mi trovavo io, più
bassa ma molto più ampia.
C'era un rumore, che prima non avevo notato, che stava
aumentando, ma non sembrava seguisse una melodia ne altro.
Era una sorta di traduzione simultanea delle immagini che
scorrevano nella mia mente. Esse erano di diversi tipi, ognuno
molto differente dagli altri, ma il denominatore comune fra tutte
era un profondo senso di inquietudine.
I luoghi rappresentati nelle immagini non erano di per sé
inquietanti, ma sembrava di visitarli nel momento sbagliato, in
un momento in cui nessuno avrebbe dovuto essere lì. Per questo
provocavano angoscia.
Ma non era quelle immagini ad assorbire tutta la mia attenzione e
il mio interesse.
Ero completamente rapito da uno strano essere, vagamente
antropomorfo ma tutt'altro che ripugnante, che si trovava
nell'altra zona, e si muoveva in maniera bizzarra ma,
probabilmente, regolare.
Il suo aspetto, benché abbastanza strano, era in qualche modo
rassicurante, e mi restituì un po' di tranquillità.
Restai a lungo fermo ad osservarlo, ma non riuscivo davvero a
capire cosa facesse.
Sembrava non badare a me, ma, per quanto banale possa apparire,
mi sentivo osservato.
Non ero nemmeno sicuro che non sapesse a cosa stavo pensando.
Già, a cosa stavo pensando? Sicuramente non me ne stavo
accorgendo, e questa incoscienza era probabilmente voluta da
quell'essere, ma stavo pensando a questa casa, la stessa in cui
ora sono seduto a scrivere. Non con nostalgia, ne con desiderio
di ritornarvi, credo.
La sua immagine si era semplicemente affiancata alle altre che
percepivo.
"Ci tornerai presto" disse quell'essere, accompagnando
le sue parole, perfettamente pronunciate nel nostro linguaggio,
con un gesto più lento degli altri.
Quel movimento mi rese del tutto cieco per alcuni secondi,
durante i quali una voce nuova mi ringraziò senza spiegarne il
motivo, ma l'avrei capito dopo, e pronunciò una formula per me
non comprensibile.
Quando riacquistai la vista, lì intorno non era cambiato niente,
ma ora mi sentivo fuori di posto, avevo paura, volevo rivedere
casa mia.
Appena cercai di gridare, tutto cominciò a girare e a
confondersi con ciò che lo seguiva e lo precedeva, creando una
sorta di spirale discendente che prima mi stordì e subito dopo
mi annientò, facendomi perdere i sensi.
Ripresi conoscenza nella mia stanza, immerso in un frastuono
interrogativo.
"Ma come è arrivato qui?". "Chi ce l'ha
portato?", dicevano, "Io non l'ho visto
rientrare!".
In realtà neanch'io sapevo come ero ritornato a casa.
Solo di una cosa ero certo: l'immagine della mia camera era
l'ultima che quell'essere aveva potuto leggere nella mia mente
prima che perdessi conoscenza.