Concorso "Federico Ghibaudo"



"UN SORRISO D'ARGENTO"
di Daniela Parolini 3^E






"...ED ORA VI SALUTIAMO E VI DIAMO APPUNTAMENTO ALLA PROSSIMA PUNTATA DEL DISCO-L..." TLIK! e così anche quella sera era finita la sua trasmissione radiofonica preferita e con questa una giornata come tante altre: sì il test di mate non l'aveva fatto male, per lo meno i risultati coincidevano con quelli del Cecio, e lui si sa è una garanzia, ma lo sgamo in biologia proprio non se l'aspettava, chissà se aveva scucito una sufficienza, il giorno dopo si sarebbe messa quel maglioncino nuovo, magari il Tipo della 'L' l'avrebbe notata e... ma cosa le importava in fondo di uno per cui prima di tutto viene la sua moto?
"Spegni quella luce e va a dormire, Patty!!"
Sissignora, gli occhi non le stavano proprio più aperti; buona notte Bon Jovi (immortalato nel suo profilo migliore al concerto in London), tante grazie Gesù e la luce fu subito spenta. Sì ma la stanza era ancora illuminata da una timida luce bianca, ci impiegò un attimo a realizzarne la fonte: era una magica palla d'argento che qualcuno aveva lanciato nel cielo, non si spiegava perché ma quella presenza la rassicurava, come se i suoi raggi la accarezzassero e quel pallido volto fosse lì per lei. Eppure non era la prima volta che vedeva la luna ma forse non l'aveva mai davvero guardata. Persa in un profondo senso di gratitudine chiuse gli occhi e aprì la porta dei sogni... le parve udire una voce come se quel pallido volto le stesse parlando... una voce dolce, dapprima sottile, simile a un sussurro poi più chiara, le sembrava di distinguere le parole...
...Viveva, in un mondo fuori dallo spazio e fuori da ogni epoca, immerso in una sconfinata prateria, un albero altissimo e robusto: quattro uomini insieme non sarebbero forse riusciti ad abbracciare il suo tronco, era vestito di verde smeraldo e fiori e frutti gli davano colore in ogni stagione. Con lui viveva una ragazza bellissima: occhi dipinti di cielo, capelli d'ebano e raso, succose ciliege erano le sue labbra, come seta la sua pelle. L'albero nascondeva nelle profondità del suo imponente corpo un cuore traboccante d'amore per lei. Amava vederla correre in mezzo ai prati o intorno a lui quando inseguiva farfalle,amava vederla danzare al suono del vento che diventava melodia modulato dalle sue fronde. Con gioia donava alla ragazza i suoi frutti migliori e traeva vita dalla luce dei suoi sorrisi. Ella era felice e non aveva pensieri, il suo albero, la prateria intorno ad esso, il canto degli uccelli, le carezze del vento erano tutto ciò che conosceva, non cercava altro, altro non sapeva esistesse, non ancora.
Così si succedevano le giornate e il tempo era un torrente senza foce che scorreva uniforme, scandito dal solo sorgere del sole. A volte però capita che i torrenti incontrino uno strapiombo e allora abbandonano il loro letto per tuffarsi nel vuoto con una cascata. Così accadde un giorno, poco prima che il sole si coricasse, che un uccello bianco si posò su di un ramo dell'albero e parlò alla ragazza che stava riposando ai suoi piedi: "Qual'è il tuo nome?" Ella non aveva un nome e neanche sapeva cosa volesse dire averne uno; l'uccello bianco le spiegò che avere un nome significava avere una propria identità per distinguersi dagli altri, ma chi erano gli 'altri'?, allora le raccontò di ciò che aveva visto e imparato nei suoi viaggi: descrisse i bambini e i loro giochi, parlò di madri che li chiamavano con affetto, di fratelli, amici, innamorati che a volte non si comprendevano e a volte si stringevano forte fra le braccia; spiegò come ognuno per ciò che era, con il proprio nome, fosse importante per l'altro.
Queste ed altre cose disse dei mondi che conosceva alla ragazza e all'albero, che lo ascoltavano meravigliati. Poi come era venuto se ne andò all'improvviso.
Forse la ragazza non dette subito importanza alle parole dell'uccello bianco, ma certo di tanto in tanto si fermava a fantasticare su quale avrebbe potuto essere il suo nome, su cosa significasse trovarsi di fronte a qualcuno come lei e guardarlo negli occhi; così poco a poco l'idea che ci fosse dell' 'altro' si era insinuata nel suo cuore trasformando la curiosità in desiderio.
Col passare del tempo non era più la stessa, tali pensieri avevano calato sul suo viso come un grigio velo che ne oscurava il sorriso; passava sempre meno tempo a correre e a danzare ai piedi dell'albero ma se ne stava seduta nella verde distesa, abbracciando le ginocchia, col capo chino, lasciando che il sole le passasse sopra portando con sè le sue giornate.
Da quando si era spento il sorriso della ragazza, per l'albero era cessata la luce che gli donava la vita. Vederla triste e insoddisfatta e sentirsi impotente di fronte a tutto ciò era per lui una profonda ferita che perdeva sangue in continuazione e che prosciugava poco a poco ogni sua forza. Egli era solo un albero e per quanto alto, forte, robusto, se poteva proteggerla da piogge e tempeste, certo non era in grado chiamarla per nome, incapace di donarle il calore di un abbraccio.
Una notte l'albero tormentato dal dolore, alzando gli occhi al cielo fu stupito da un inconsueto candore. Un viso argenteo e sorridente dall'alto illuminava timidamente l'universo; avvolto da una serenità e da una pace tali da offrire un attimo di ristoro alle preoccupazioni dell'albero. Egli aveva sempre visto la luna ma mai gli era sembrata tanto bella, forse mai l'aveva davvero guardata. D'improvviso gli sembrò che a un tale splendore nulla fosse impossibile, così con sincerità e speranza rivolse alla luna la sua preghiera: Ti prego, chiara regina fa che il mio amore ritrovi il sorriso perduto, portala in un mondo che le offra ciò che desidera, so che per me lei è vita, ma posso nutrirmi di dolci ricordi. Non importa se lontana, conta solo per me il pensarla felice."
L'albero sentì come una lacrima scivolare su una sua foglia. Gli parve poi di udire una dolce voce... dapprima sottile, simile ad un sussurro...
..."SONO LE SEI, VI SALUTIAMO CARI RADIOASC..." Nooo, la radiosveglia l'aveva anche oggi catapultata nella vita di tutti i giorni; Hello Bon!! Salve mondo, trentacinque minuti per rimettersi in sesto, ma prima un'ultima stirakkkiatina, e una bella ssfregata agli occhi per poi riguardare la sveglia e sperando che questa si fosse confusa... ma chiudendo un attimo gli occhi rivide in un flash un sereno volto amico e fu pervasa da un senso di gratitudine... la ragazza era nel mondo... con tanta voglia di guardare negli occhi gli 'altri'... con il suo nome.