Concorso Letterario "Federico Ghibaudo"


"UN ANGELO CADUTO IN VOLO..."

("Muor giovane colui ch'al ciel è caro" - Menandro)
di Luca Pasina - 5^E

... Chiara ha ancora il volto rigato dalle lacrime. Siamo tutti quanti seduti su questa fredda panchina di pietra grigia a discutere di cosa? Perché porci ancora domande? In questo momento mi sembra tutto più inutile, sì, inutile. Mi rendo conto che in certe battaglie il silenzio è l'arma migliore e che in fondo tenere a lungo quella faccia triste non sarebbe servito proprio a nessuno. Luca ci avrebbe senza dubbio voluto col sorriso stampato sulla bocca perché in fondo, così avrebbe detto, se ne era andato "alla grande". Ma forse per spiegarvi il perché dobbiamo tornare indietro di qualche tempo.

"E dai alzati che siamo in ritardo!", cercavo in tutti i modi di far alzare Luca, sarei stato pronto a rovesciargli un secchio d'acqua addosso. La mattina era sempre in coma, non sputava una parola, non riponeva mai in ordine nulla e non sapeva neanche lui quello che si metteva addosso. Guardarlo mentre faceva colazione avrebbe fatto ridere chiunque, non potete immaginare cosa riusciva a fare coi Corn-Flakes a la Nutella!
Dormivo spesso a casa sua, soprattutto quando era incapace di tornarci da solo o quando sarebbe stato rischioso farlo guidare di sera. Quella mattina mi è stato particolarmente difficile farlo arrivare in università ma con un paio di buoni caffè si può fare tutto. Non vi dico che spasso che è stata quella lezione, o almeno all'inizio. Dopo un paio di battutacce ad alta voce sul professore, che gli aveva sempre concesso e perdonato tutto, Luca si alzò di scatto in piedi e cominciò a cantare come un matto i jingle di Disco-Radio e pian piano si avvicinò alla cattedra. Erano tutti esterrefatti, non sapevano se ridere o se aver paura di cosa avrebbe potuto fare. Si volse a noi, mi fissò un attimo negli occhi e mi sorrise come non aveva mai fatto; poi buttò lo sguardo a terra e disse un paio di frasi:
"Non siate mai mediocri o superficiali, le cose vanno approfondite, viste da dentro, vanno gustate calde, fate in modo che quest'arma letale che ci ostiniamo a chiamare vita non vi scappi di mano. I colori del mondo sono moltissimi ma voi puntate sempre sul bianco e sorridete, sorridete sempre...".
Andò avanti così per una decina di minuti, le sue parole non erano mai state così leggere e allo stesso tempo toccanti. Mi colpì moltissimo, per il suo vigore, per la sua convinzione, non riuscivo più a distinguere chi fosse il docente e lo studente, Luca dimostrò una notevole maturità. Chiara era quasi commossa, col suo gran debole per quel "povero diavolo" fuoricorso non poteva non esserlo, ma scherzi a parte... rimasi sorpreso anche io. Dovevate sentirlo, citava Leopardi, parlava di Schopenauer, canticchiava Scumann, riassumeva le ultime lezioni sulla psicanalisi di Freud, e ci metteva il cuore.
Smise di parlare, risollevò lo sguardo da terra e mi fissò di nuovo; abbracciò i professore, anch'egli ammutolito, e uscì dall'aula. La lezione riprese a stento, le nuove nozioni non trovarono terreno fertile, stavamo ancora riflettendo sulle parole del nostro compagno e credetemi, non v'era mai stata tanta serietà sui nostri volti. Dopo un paio d'ore io e Chiara raggiungemmo gli altri al solito ritrovo poco lontano dalla sede della mitica Statale; c'erano proprio tutti, Sabrina, Valerio, Antonio, Max, Fabiana ed il suo Marco, che come al solito s'era portato lo stereo e la cassetta dell'intramontabile Liga. Avevano tutti un paio d'anni meno di me e Luca, eravamo quasi tutti compagni di corso, c'erano anche vecchi amici del Liceo, insomma, ci si conosceva da parecchi anni ed eravamo una bella "ciurma"; così ci definiva Luca. "Ecco il nostro capitano!", dissi io non appena lo vidi arrivare, con quel suo solito sorriso stampato sulla bocca, ed un applauso lo accolse.
"Ehi Luca, ci hanno detto della tua lezione: complimenti!", Sabrina come al solito aveva reso vano il mio "mi raccomando non ditegli che ve l'ho raccontato". Lui alzò le spalle come volesse dire "é stato un gioco, figurati" ma senza sufficienza, anzi, con molta umiltà; era sempre stato così, non voleva mai che lo si decantasse, nonostante si fosse fatto sempre in quattro per noi, ad esempio quando un paio d'anni fa fece il lavapiatti per un mesetto, solo per aiutare Antonio a pagarsi i libri. Gli volevamo tutti bene, Chiara in particolare: aveva una cotta per lui addirittura dai tempi del liceo ma lui niente, non s'è mai accorto di nulla. Era davvero il nostro "capitano", con lui saremmo andati ovunque perché era quel tipo di persona che sapeva darti fiducia in ogni momento, che aveva sempre la parola giusta da dire e soprattutto una persona che avrebbe dato l'anima per un amico senza dover prendere in cambio nulla, se non un "grazie".
Quel pomeriggio Luca ed io andammo a mangiare qualcosa da Burghy, in Galleria. Mi disse che non aveva voglia di andare come ogni Sabato alla fiera sui navigli, così più tardi ci ritrovammo seduti su una panchina al parco Sempione, la cara e vecchia meta delle nostre bigiate al liceo. Lui era particolarmente taciturno, io, lo specchio dei suoi anni, tentai di farlo parlare tirando fuori le questioni più banali, arrivai anche a ricordargli la vittoria della mia Sampdoria sul Milan, ma non fece che un sorriso. Non sembrava triste, né preoccupato per qualcosa, era solo molto pensieroso; alla fine cedetti e gli dissi:
"Ohy, ma cos'hai? A me puoi dirlo".
"Nulla, pensavo a questa mattina... e poi dai, avete solo avuto fortuna, con la difesa che aveva il Milan quella Domenica avrebbe vinto anche la squadra dell'ospedale". Forse non se ne rese conto ma tornò a ridere e a scherzare, aveva ancora la luce negli occhi; ero sicuro però che volesse tenere nascosto qualcosa.
Luca decise di tornare a casa e così ci alzammo per andare a prendere la macchina. Non disse una parola, lasciò che fossi io a parlare, lui faceva solo dei cenni con la testa. Iniziavo a non capirci più nulla: avevo davvero al mio fianco la stessa persona che poche ore prima mi aveva dato la "lezione" più importante della mia vita? Mentre passammo per le colonne di San Lorenzo all'improvviso mi prese per un braccio e ci fermammo, lì, in mezzo a quegli alberi di pietra. Mi fece sedere, come se avesse avuto qualcosa di serio da dire:
"Sai è un po’ che ci penso, non credi che abbia esagerato questa mattina? Chissà Lunedì cosa non mi dice il professore!"
"Ma stai scherzando?", lo interruppi, "Sei stato grande, persino lui è rimasto colpito".
"E' che io certe cose le ho dentro e dentro non riesco a farcele stare. Io amo questa vita, vivo per lei e non posso farci niente. La vita è adesso cazzo, non posso sapere cosa avrò voglia di fare domani ed è per questo che mi comporto così ogni giorno che passa. Non riuscirei mai a starmene lì seduto, in attesa del treno giusto. Il bello è proprio questo: essere uomini e non sapere cosa sarà il futuro. Solo così potrò andarmene alla grande! So che può sembrare banale dirlo, ma io sono fatto così e non riesco a non comportarmi diversamente; ho sempre speso i miei anni a sorridere a rimontare in sella anche quando questa fottuta città mi faceva sentire prigioniero; ho sempre cercato le emozioni e... "
"Tu sei un'emozione, non capisco perché tu abbia dei dubbi sui tuoi atteggiamenti"
"Già nemmeno io; scusa se ti dico tutto questo, è che oggi mi sono svegliato con la voglia di sfogarmi! Faccio bene?".
Gli sorrisi ma non gli risposi, e solo oggi capisco che non feci una parola solo perché non ne fui capace: non ero certo io la persona adatta a giudicarlo. Mi rialzai e gli misi un braccio intorno al collo. Sono certo che quel giorno non sarà facilmente dimenticabile, quell'espressione, quelle parole: Luca non s'era mai aperto a me, lasciava che i suoi pensieri si fondessero coi gesti, lasciava che io li capissi da un sorriso. Per questo forse mi colpì, non aveva mai avuto bisogno di conferme; quel "povero diavolo" s'era costruito un regno attorno, proprio per merito della sua decisione. "Ciao bello, ci vediamo stasera!", mi lasciò così, con il solito sorriso stampato sulla bocca. Ora sì, era proprio lui!
Quel Sabato sera tutta la ciurma navigò fino ad un locale in cui non eravamo mai stati e che si rivelò essere il solito chiassoso e coinvolgente disco-pub. Luca era particolarmente "indiavolato", ballava e sudava come non aveva mai fatto, senza bisogno di nessun "aiuto colorato", senza bisogno di nessun "goccio". Era il divertimento in persona, la vita che urlava il suo trionfo. Riusciva a trascinare tutti quelli che gli stavano attorno. Chiara non gli tolse un minuto gli occhi di dosso, le si leggeva in viso un grande affetto ma anche una grande solitudine. Quei due pazzi di Max e Valerio cazzeggiavano con qualunque ragazza respirasse, Antonio e Sabrina erano immersi in quella bolgia mentre Fabiana e Marco erano ovviamente in un angolo a ripassare francese!
Usciti dal locale Luca ondeggiava, quasi stordito, rideva ancora come un forsennato: s'era goduto quella serata con tutta l'energia che aveva in corpo. Mentre ci scambiavamo le ultime parole davanti alle nostre auto, si allontanò da noi, fece qualche passo nel piazzale del parcheggio e si mise esattamente sotto la luce di un lampione. Alzò le braccia, con le mani rivolte verso il cielo, chiuse gli occhi e si sollevò sulle punte dei piedi. Silenzio. Lo fissammo tutti, in silenzio, quasi spiazzati da quel semplice ma inspiegabile gesto. "Dai, non fare lo scemo, vieni qui", Chiara tentò invano di richiamarlo; Marco allora fece per andare a "svegliarlo" ma nel frattempo Luca si era già lasciato cadere sulle ginocchia.
"Alla grande ragazzi! Grazie per la serata, è stata una fetta di Paradiso!", sì, così ci disse una volta intorno a lui. Forse non voleva darlo a vedere ma potrei giurare che il nostro "capitano", quella sera, sotto il suo cono di luce, aveva sparso qualche lacrima. Comunque sia riportarlo alla macchina fu un'impresa. Dopo qualche minuto tutti si sparpagliarono per le proprie strade, come quelle piccole formichine che lasciano la preda dopo averne succhiato l'essenza, e così fummo di nuovo soli.
Quella sera guidai solo fino a casa mia; Luca non volle che andassi a dormire da lui, mi disse di star bene e gli credetti, aveva un'espressione da cherubino che non si può descrivere a parole. Prima di andarsene però mi disse una cosa che penso mai dimenticherò nella mia vita, forse per l’importanza di quelle parole o forse perché fu l'ultima "lezione" che gli sentii pronunciare.
"Non farti mai attraversare l'anima dalla vecchiaia o dalla noia, qualunque cosa accada a questo fottutissimo mondo. Sorridi sempre e ricordati che ti voglio bene!".
Rimasi letteralmente senza parole e nello stesso silenzio con cui qualche minuto prima io lo fissavo, sotto quel lampione, nell'atto di quel gesto che solo oggi comprendo, se ne andò.
Non fu facile addormentarsi quella notte, avevo la testa colma di pensieri che si rincorrevano furiosamente l'un l'altro, futili e disperati, ignari della loro storia e della loro sostanziale vanità. Come uno sparo, suonò improvvisamente il telefono. Mi parlò un tizio del San Raffaele, mi disse con una voce sommessa che un mio conoscente...
Al reparto di rianimazione a quell'ora del mattino appariva tutto ancor più irreale e disumano del normale dopo aver saputo che Luca aveva appena avuto un grave incidente. Sentivo lo stomaco in gola, mi dissero che se la passava male e che erano già stati avvertiti i genitori i quali sarebbero al più presto giunti da Roma. Già, i genitori di Luca, due fantasmi di cui si sapeva soltanto che l'avevano abbandonato a se stesso e al suo appartamento dopo l'iscrizione all'università, trasferendosi per motivi di lavoro in una città lontana, forse troppo lontana. Comunque sia, per telefono avvisai man mano la "ciurma" dell'accaduto e dopo poco eravamo di nuovo tutti riuniti, Sabrina, Valerio, Antonio, Max, Fabiana ed il suo Marco, questa volta senza la musica del suo stereo. Ma eravamo veramente tutti?
Chiara, che evidentemente ci aveva preceduti, uscì lentamente da una porta. Si diresse verso di noi a testa bassa. Si fermò di fronte a me, alzò lo sguardo per incrociare il mio; aveva il volto rigato dalle lacrime e l'azzurro dei suoi occhi morì in un triste rossore. Scoppiò di rabbia e di dolore, mi abbracciò con forza, urlando confusamente "Perché lui?". Per un attimo io non sentii il pavimento sotto i miei piedi, che per tanta strada avevano accompagnato quel "povero diavolo"; sembrò mancare l'aria e quella sala da aspetto diventò il più tetro dei palcoscenici. Fu tutto così assurdo, nessuno capiva ancora cosa realmente stava accadendo ma il nostro "capitano" era scomparso da questa battaglia come il Milite Ignoto. Possibile che fosse successo tutto in così poco tempo? Cos'è avvenuto precisamente quella notte? Dove? Domande che continuavano a rimanere senza risposta. Chiara era distrutta, sembrava soffocare. Nessuno sapeva cosa dire e rimanemmo immobili, insignificanti e sterili come in un affresco. Non ricordo quanto tempo passammo in quello stato ma sembrò un'eternità.
Quello che successe nei giorni seguenti è di scarsa rilevanza. Frasi di circostanza, discorsi campati per aria di vita, di morte e di altre sciocchezze, parole spese più che altro per una inspiegabile nausea di silenzio, un funerale ripetuto ingiustamente ogni qualvolta ci si incontrava. In quel periodo di tempo capii che le risposte agli interrogativi sorti in quella sala d'aspetto non valevano meno di niente. Rodersi l'anima cercando di capire i particolari, le sfumature, le ragioni, sarebbe stato inutile: eravamo di fronte ad un dato di fatto e dovevamo affrontarlo da persone adulte. In questa situazione seguire la "lezione" di Luca sarebbe stata l'unica giustizia possibile, senza dimenticare chi era e cosa aveva nel cuore il nostro caro "capitano".

Io, Chiara e gli altri siamo appena usciti dal camposanto e ci siamo raggruppati attorno ad una panchina, come al solito ritrovo. Sono passate quasi quattro settimane da quando il cielo è crollato in pezzi sulle nostre teste ed i lividi sono ancora evidenti sui nostri volti. Solo ora riesco a guardarmi dentro e inizio a pensare che dovrei sorridere, sorridere con tutta la forza che mi è rimasta in corpo ma la "ciurma" non è più la stessa, sembra smarrita e questo non mi aiuta. Chissà forse col tempo, ed intanto mi guardo intorno. Chiara ha ancora il volto rigato dalle lacrime...

...dedicato al mio Migliore Amico, ovunque egli sia...