Concorso Letterario "Federico Ghibaudo"

 

"UNDICIUNONOVANTASETTE"

di Rossana Currà - 3^E


Scorrevano gli ultimi attimi di una di quelle giornate in cui accade di tutto e niente, in cui ti chiedi quale demone guida il tuo controverso destino.
Una di quelle giornate in cui i grassi dimagriscono, i magri ingrassano, i depressi ridono, gli entusiasti si torcono di dolore e l'amore diventa odio.
Ma lei ingrassava e dimagriva, rideva e soffriva insieme.
Amava e odiava.
Perché era rabbia la sua, tremore interno, vuoto nello stomaco, fremiti. Quel dannato ragazzo l'aveva portata davanti a mille bivi, mille scelte e desideri realizzati o buttati, davanti alla vita, certo. Ma ora si chiedeva se fosse valsa la pena di vivere così, tra odio e amore, con la collera che le percorreva vene e arterie fin nei più piccoli capillari, se la conclusione era SINEILLO.
Si, egli stesso le diceva di non "rovinarsi la vita dietro a lui". Rovinarsi al vita.
Come potesse rovinarsi la vita amandolo ed essendo quell'amore la sua vita davvero non lo capiva, ma queste testuali parole aveva pronunciato un giorno mentre parlavano di loro... Loro... Loro non esistevano, erano lei e lui e un amore univoco che li legava l'una volente, l'altro nolente e inconsapevole.
Certo, sì, il Folle sapeva che la Piccola lo amava, ma solo nelle lettere che gli scriveva, negli sguardi che li legavano per frazione.
Poi... Poi, ciò che pensava era per lei un mistero: non capiva se certi atteggiamenti fossero destinati a lei, in un senso o nell'altro, ma ci credeva, in un senso o nell'altro, perché rendevano la sua esistenza vita, in un senso o nell'altro.
Lui, il Folle, passava un periodo di profonda depressione, o forse dire profonda è un po' eccessivo, comunque era tormentato, neppure lui sapeva da cosa.
Giocava a fare il menefreghista, il lupo solitario felice... In realtà aveva un dolore nell'anima che non sapeva bene decifrare; sentiva che quella vita-slalom tra gli impegni aspettando un sabato sera che non arrivava mai per trovare la "vera gioia" che non aveva nel cuore in un fondo di bicchiere da annusare, guardare, girare e rigirare e poi scolarsi anche quello, e cercando in ogni ragazza che vedeva passare sulla via della vita, mentre lui era fermo ad osservare, qualcosa che scuotesse il suo essere, un minimo di passione per cancellare la monotonia ed avere uno scopo... non era quello che desiderava per il suo presente, non poteva e non voleva continuare così.
Scappare era ciò che voleva, ma non trovava il coraggio per abbandonare la comodità e la pseudofelicità di questa vita, perché la situazione sarebbe potuta anche peggiorare.
Coraggio che qualcuno, come la sua più cara amica avrebbe definito fifa per la vita che doveva affrontare, vigliaccheria perché sarebbe scappato di fronte al "pericolo" incombente, agli ostacoli. L'Irlanda era il suo sogno segreto che ormai tutti conoscevano. Per lui era diventata l'isola che non c'è dove si è tutti un po' più felici, dove ci si sente sempre come su un palco recitando una parte essendo attori e spettatori contemporaneamente.
Una, o qualcosa del genere, aveva in mente allora e mille altre donne per sognare, ma non per amare. L'unica donna che aveva esalato amore da un sospiro unito l'aveva allontanata con dolci e crudeli parole perché l'amore lo spaventava, non ne voleva sapere di quelle misteriose catene, ma nel frattempo l'aveva avvicinata a sé perché questo pericolo movimentava e dava nuova emozione alla sua vita. E a lui dava piacere mantenere sospeso questo sottile legame. Probabilmente perché non sapeva che a quell'esile filo si aggrappava la vita di lei. O meglio, questo era quello che la Piccola preferiva sperare, perché solo l'idea che lui gioisse nel vederla sospesa su un precipizio senza fine negava l'impulso nervoso ad ogni fibra dei suoi muscoli, piccoli come lei, e le sue piccole mani non reggevano più il peso del suo piccolo corpo.
Accadde allora che lei conobbe un ragazzo finalmente normale, non certo d'aspetto... D'aspetto sembrava uno di quei ragazzi che solevano piacerle prima del Folle: trasandato, orecchini qua e là, capelli lunghi. Ma la cosa che la faceva impazzire di lui era la dolcezza, la cordialità, la semplicità... Dopo l'esperienza con un essere ambiguo ed emblematico come il Folle era quello che cercava.
Come ormai usavano da tempo, quel sabato sera la Piccola e il suo Fiore uscirono con gli Amici del Coleman e altri. Si erano prospettate una serata incubo di rivalità e gelosie. Invece... Invece era stata una serata incredibilmente serena rispetto alle giornate precedenti per la Piccola, nonostante avesse dovuto aspettare per venti minuti Umo e la Dolcissima, appena entrata nel locale avesse rotto un bicchiere, avesse litigato con i suoi.
Lo sentiva vicino, troppo, tanto che temeva di ricascare nella trappola del Folle senza esserne neppure uscita. Ora era sulla buona strada e non ne voleva sapere di nuove inutili illusioni.
Aveva ricevuto un dolcissimo bacio di scuse, abbracci, contatti, complicità e tutto questo la spaventava.
In una frazione di secondo si trovò accanto il ragazzo normale con gli orecchini che le parlava di coca, vino e birra fissandola con i suoi occhi azzurri brillanti. Occhi che non nascondevano nessuna seconda facciata, nessun doppio senso, solo coca, vino e birra, ed era questo che la rapiva... Tanto che il Folle la chiamava e lei continuava ad osservare la meravigliosa semplicità di quello sguardo.
Era geloso il Folle, inspiegabilmente.
Perché geloso della Piccola che lo ama? Perché la paura che non lo ami più lo assale?
Nel preciso istante in cui vide la Piccola che lo aveva amato non amarlo più si rese conto della gioia e del dolore, del senso di vuoto e del sonno senza lei, di come desiderasse parole, pensieri, segni che ricordassero lei, di quanto desiderasse lei.
Sentì, improvviso, il bisogno di dirle "ti amo".