Scorrevano gli ultimi attimi di una di quelle giornate in cui
accade di tutto e niente, in cui ti chiedi quale demone guida il
tuo controverso destino.
Una di quelle giornate in cui i grassi dimagriscono, i magri
ingrassano, i depressi ridono, gli entusiasti si torcono di
dolore e l'amore diventa odio.
Ma lei ingrassava e dimagriva, rideva e soffriva insieme.
Amava e odiava.
Perché era rabbia la sua, tremore interno, vuoto nello stomaco,
fremiti. Quel dannato ragazzo l'aveva portata davanti a mille
bivi, mille scelte e desideri realizzati o buttati, davanti alla
vita, certo. Ma ora si chiedeva se fosse valsa la pena di vivere
così, tra odio e amore, con la collera che le percorreva vene e
arterie fin nei più piccoli capillari, se la conclusione era
SINEILLO.
Si, egli stesso le diceva di non "rovinarsi la vita dietro a
lui". Rovinarsi al vita.
Come potesse rovinarsi la vita amandolo ed essendo quell'amore la
sua vita davvero non lo capiva, ma queste testuali parole aveva
pronunciato un giorno mentre parlavano di loro... Loro... Loro
non esistevano, erano lei e lui e un amore univoco che li legava
l'una volente, l'altro nolente e inconsapevole.
Certo, sì, il Folle sapeva che la Piccola lo amava, ma solo
nelle lettere che gli scriveva, negli sguardi che li legavano per
frazione.
Poi... Poi, ciò che pensava era per lei un mistero: non capiva
se certi atteggiamenti fossero destinati a lei, in un senso o
nell'altro, ma ci credeva, in un senso o nell'altro, perché
rendevano la sua esistenza vita, in un senso o nell'altro.
Lui, il Folle, passava un periodo di profonda depressione, o
forse dire profonda è un po' eccessivo, comunque era tormentato,
neppure lui sapeva da cosa.
Giocava a fare il menefreghista, il lupo solitario felice... In
realtà aveva un dolore nell'anima che non sapeva bene decifrare;
sentiva che quella vita-slalom tra gli impegni aspettando un
sabato sera che non arrivava mai per trovare la "vera
gioia" che non aveva nel cuore in un fondo di bicchiere da
annusare, guardare, girare e rigirare e poi scolarsi anche
quello, e cercando in ogni ragazza che vedeva passare sulla via
della vita, mentre lui era fermo ad osservare, qualcosa che
scuotesse il suo essere, un minimo di passione per cancellare la
monotonia ed avere uno scopo... non era quello che desiderava per
il suo presente, non poteva e non voleva continuare così.
Scappare era ciò che voleva, ma non trovava il coraggio per
abbandonare la comodità e la pseudofelicità di questa vita,
perché la situazione sarebbe potuta anche peggiorare.
Coraggio che qualcuno, come la sua più cara amica avrebbe
definito fifa per la vita che doveva affrontare, vigliaccheria
perché sarebbe scappato di fronte al "pericolo"
incombente, agli ostacoli. L'Irlanda era il suo sogno segreto che
ormai tutti conoscevano. Per lui era diventata l'isola che non
c'è dove si è tutti un po' più felici, dove ci si sente sempre
come su un palco recitando una parte essendo attori e spettatori
contemporaneamente.
Una, o qualcosa del genere, aveva in mente allora e mille altre
donne per sognare, ma non per amare. L'unica donna che aveva
esalato amore da un sospiro unito l'aveva allontanata con dolci e
crudeli parole perché l'amore lo spaventava, non ne voleva
sapere di quelle misteriose catene, ma nel frattempo l'aveva
avvicinata a sé perché questo pericolo movimentava e dava nuova
emozione alla sua vita. E a lui dava piacere mantenere sospeso
questo sottile legame. Probabilmente perché non sapeva che a
quell'esile filo si aggrappava la vita di lei. O meglio, questo
era quello che la Piccola preferiva sperare, perché solo l'idea
che lui gioisse nel vederla sospesa su un precipizio senza fine
negava l'impulso nervoso ad ogni fibra dei suoi muscoli, piccoli
come lei, e le sue piccole mani non reggevano più il peso del
suo piccolo corpo.
Accadde allora che lei conobbe un ragazzo finalmente normale, non
certo d'aspetto... D'aspetto sembrava uno di quei ragazzi che
solevano piacerle prima del Folle: trasandato, orecchini qua e
là, capelli lunghi. Ma la cosa che la faceva impazzire di lui
era la dolcezza, la cordialità, la semplicità... Dopo
l'esperienza con un essere ambiguo ed emblematico come il Folle
era quello che cercava.
Come ormai usavano da tempo, quel sabato sera la Piccola e il suo
Fiore uscirono con gli Amici del Coleman e altri. Si erano
prospettate una serata incubo di rivalità e gelosie. Invece...
Invece era stata una serata incredibilmente serena rispetto alle
giornate precedenti per la Piccola, nonostante avesse dovuto
aspettare per venti minuti Umo e la Dolcissima, appena entrata
nel locale avesse rotto un bicchiere, avesse litigato con i suoi.
Lo sentiva vicino, troppo, tanto che temeva di ricascare nella
trappola del Folle senza esserne neppure uscita. Ora era sulla
buona strada e non ne voleva sapere di nuove inutili illusioni.
Aveva ricevuto un dolcissimo bacio di scuse, abbracci, contatti,
complicità e tutto questo la spaventava.
In una frazione di secondo si trovò accanto il ragazzo normale
con gli orecchini che le parlava di coca, vino e birra fissandola
con i suoi occhi azzurri brillanti. Occhi che non nascondevano
nessuna seconda facciata, nessun doppio senso, solo coca, vino e
birra, ed era questo che la rapiva... Tanto che il Folle la
chiamava e lei continuava ad osservare la meravigliosa
semplicità di quello sguardo.
Era geloso il Folle, inspiegabilmente.
Perché geloso della Piccola che lo ama? Perché la paura che non
lo ami più lo assale?
Nel preciso istante in cui vide la Piccola che lo aveva amato non
amarlo più si rese conto della gioia e del dolore, del senso di
vuoto e del sonno senza lei, di come desiderasse parole,
pensieri, segni che ricordassero lei, di quanto desiderasse lei.
Sentì, improvviso, il bisogno di dirle "ti amo".