Concorso Letterario "Federico Ghibaudo"

1° Classificato


"FRAMMENTI BIOGRAFICI DA EPOPEA SURREALISTA"

di Niccolò Manzolini - 4^A




GENESI

Fu fatta luce.
Non c'erano dubbi: la sveglia era incazzatissima quindi la luce si era fatta già da parecchie ore quando le coperte del mio letto si sollevarono, quasi un uovo cosmogonico che si schiude e dal quale rinasco tutte le mattine.
"Buongiorno Signore e Signori. Mesdames et Messieurs, on vous souette le bienvenu. Welcome to our show."
La soffice membrana del piumone si scostò come un sipario e entrai in scena: sarebbe stata una vita effimerica__giovinezza, vecchiaia, morte, tre atti in rapido susseguirsi_ma intensa, lunga quanto l'arco di un giorno, preceduta da molte altre vite e seguita da altrettante, in somma circa settant'anni di palingenesi ripetute e ripetitive, a raffica, alcune tristi, altre felici, comunque e per forza accettabili.
Tirai un sospiro quando, lanciandomi dalla sommità del mio lettone, trovai il parquet gelido a arrestare la caduta.
Felice di vedere che i quattro elementi erano al loro posto, mi avviai incerto su un trampolino coperto di moquette per poi tuffarmi in una tazza di caffelatte tiepido; aveva un sapore deja-vu.
Feci stancamente le mie abluzioni e riflettei lungamente sul trono di quel regno di acque correnti, dove finiscono i pensieri migliori di ogni giorno. Disegnando sullo specchio i mostri che mi danzavano dietro gli occhi, dileguai la condensa e mi vidi bambino e cominciai a sognare: avrei dovuto affrontare i misteri dolorosi dell'abitudinarietà, forse non era tardi per tornare a sognare; ma come resistere alla frenesia di crescere? Uscii dal bagno, abbassando la testa per non pestare nello stipite della porta.
Con la bocca che sapeva di fluoro lanciai un saluto colloso alla Tata e varcai le mie personali Colonne d'Ercole, entrando nell'infinito imperfetto, strappando il cordone ombelicale.
Dietro a me tuonò la voce cavernosa e sformata di mia madre: "Ricordati, moccioso: la vita ha natura ondulatoria!"


IL MONDO

Bhe, credevo peggio, mamma.
Già, perché non era buio come prima: il sole giallo sorrideva pacioso e intorno a lui sorridevano e sproposito nove pianetucoli; uno in particolare, aveva il sorriso più idiota di tutti...
In un luogo deputato di questo pianeta, in mezzo a prati e alberi verdi_i tronchi rigorosamente marroni_, sotto un cielo azzurro, sorrideva un neonato, sorridevo Io; mi dondolavo, un po' sopraffatto da quella deliziosa realtà di cartapesta dai colori pastello, come solo i bambini riescono ad immaginare, con faccine tutte sorridenti, tutte uguali, con gli uccellini e i fiorellini e tante altre cose perfette e graziosi vezzeggiativi come le decorazioni delle vaschette per i pesci. Purtroppo quel vago senso di immortalità sarebbe finito presto...
Ma forse non era troppo tardi per tornare a dormire.
Ora, però, c'erano tutti quei colori, c'era quella musica da danzare... un rumore di tamburi lontani, di campane tubolari, di gong, una percussione cardiaca.
Girare su me stesso, questo mi piaceva; perdere coscienza di sé del basso e dell'alto, come accelerare la rivoluzione della terra o fermare il tempo, vedere cose che sfuggono a chi mantiene sempre l'equilibrio; era come per scuotere un po' il mondo, era come percuotere la noia con la testa e si finiva per terra: sì, faceva male, ma eri contento fino a quando durava l'effetto; poi ti preoccupavi di raccogliere il cervello e magari facevi un altro giro.
Ora, però, avevo voglia di vedere cose.
Spesso si sottovaluta l'infinità di particolari che si possono osservare o l'infinità di modi per osservare un solo particolare.
La fantasia, la docile menzogna dipinge l'Insignificante dei colori dell'iride, ciò che è brutto può diventare allettante o addirittura terrificante. Con la loro deliziosa crudeltà, i bambini riescono ad essere tante piccolo fantastiche divinità di infiniti universi relativi, tanti demiurghi con la capacità di plasmare ineffabili mostruosità, follie continue ed esclusive, impenetrabili ai cervelli grossolani e adulti.
Ma come evitare lo stupro di quel fantastico potere, costretti a diventare Grandi, diventare Grossi? E brutti? Siamo tutti troppo ingenui per accorgerci dei colori che diventano più luridi.
Così restai imprigionato in un edificio sinistro, una specie di grigio ospedale, con sbarre alle finestre.
Da lì, il Fuori sembrava ancora più colorato; questo acuiva il mio desiderio di fuga.
Mio zio imprigionava gli scarafaggi in una scatoletta: quelli incominciavano a sbattere contro le pareti, insistentemente, di più, sempre più violentemente, quasi a volerle sfondare o a sfondarsi la testa per farla finita; all'improvviso smettevano per poi girare su loro stessi all'infinito, addomesticati. Mi affascinava quel loro girotondo. Liberarli mi faceva sentire come Dio; mio zio doveva provare lo stesso nel rinchiuderli.
Io giravo, ma il panorama era sempre lo stesso, come in una scatola di cartone. Sentivo qualcosa: claustrofobia!
Avvertivo anche una lieve nausea, perché girare su me stesso non mi piaceva più.
Mi sentivo come una rana affogata nel cesso.
Dalle mia sbarre si vedeva un muro, coperto di segni colorati.
Superficialmente poteva sembrare sporco sullo sporco e invece... oh, no! Erano messaggi segreti, sogni in codice, poesie sublimali.
Non era solo il debole tentativo di colorare la realtà in bianco e nero con colori pastello_quelli dei bambini_, non era solo l'agonia dell'artista che cerca di comunicare; no, molto di più... ecco, vedete, ce n'era uno apposta per me, tra le righe e non.
Un gomitolo di lingue vermiglie, bolle di un blu un po' sgonfio, sorrisi neri, falloforie di verde propiziatorio, battaglie e amori in tinte eroiche che si mescolavano, grida che macchiavano il muro con dolorosa violenza, le vedete?
Erano per me; erano i colori carnosi della ribellione, erano al voglia di spaccare tutto, di squarciare le pareti di cartone e tornare a ballare.
Lontano, come il sottofondo di un topico momento da fiction, rullavano i tamburi.
Via!
Correvo, assalito dall’ebbrezza dell'evasione che fa dimenticare e rende un po' protagonisti, ma i miei passi erano pesanti e lenti.
Dietro a me avevano sciolto i segugi_quei bastardi!; gli amici si facevano piccoli piccoli, i Grandi latravano rabbiosi; i dottori si consultavano come quando il matto ingoia la lingua, scuotevano la testa indisposti; ascoltavano i loro sermoni echeggiare lontani e stantii.
Ebbi la sensazione_forse era suggestione_che gli uomini neri usciti dagli armadi mi inseguissero, che gli spauracchi ballassero sulla mia testa, sentii i loro sussurri acuminati ghiacciarmi la schiena, le dita filiformi come zampe di ragno tendermi i nervi; non mi giravo perché temevo di trovarmi ad un palmo la faccia gonfia e oscena del babau, con i denti che stridono come posate su un piatto, addobbato con una vistosa cravatta multicolor.
Avrei voluto indossare stivali speciali, fare sette leghe in un passo e invece mi trascinavo, pur sforzandomi, piano, impedito da una moviola da incubo. Mi stiravo per giungere prima all'uscita, ma riuscivo soltanto a sentire le ossa annodate e il corpo greve.
Volevo tornare a dormire, a costo di voltarmi e affrontare anche quello che sta dietro agli angoli, dietro le schiene, dietro ogni vivente in grado di sognare e in sogno cadere tre le crepe dell’ipotalamo.
Dopo aver affrontato un angolo buio, si riesce di nuovo a prendere fiato e gli anni in cui si è trattenuto il respiro sembrano pochi secondi innocui: mi voltai e venni sputato Fuori.
Pioveva ovvero era uno scenario ideale per chi crede ai momenti perfetti; io ero faccia a terra e vedevo dentro un tombino il magmatico scorrere dell'acqua livida. La prospettiva non era delle migliori, dalla mia posizione. L'acqua infradiciava i colori che sciolti colavano dai contorni; tutto prima o poi diventa fluido e si mescolava con tutto. Non c'erano più le mie tinte pastello.
La realtà si sdilinquiva lentamente e scivolava nei tombini sotto i miei occhi, la scenografia pregna si staccava a brandelli e con lei marciva la mia allegria per la riconquistata libertà. Non riuscivo a fare altro che guardare tutto quello che avevo desiderato conoscere e ritrovare, che scivolava nei pozzi insieme agli altri scarichi misteriosi.
Ora, basito, melanconico e colpito a morte dalle gocce di pioggia, desideravo solo congiungermi a tutto, farne parte, unirmi allo scorrere del liquido universo; nel buio del tombino la staticità era smentita solo da volubili lucidità e mi chiedevo se navigandovi avrei raggiunto un letto dove affondare. Adesso capivo il monito recitato come una minaccia da mia madre quel mattino: la vita, creste e ventri in un continuo succedersi, la ripetizione dello stesso modulo che oscilla tra positivo e negativo, la vita compiva un avvitamento su se stessa. Dai picchi più alti non si poteva che precipitare in quelli più bassi, per poi risalire e così via, come nelle montagne russe.


IL FARMACO

Sul serio, signore e signori, quella tragedia beccheggiante mi aveva smosso le budella e ora avevo bisogno di una distrazione per disinnescare l’autodistruzione. Un faro nella tempesta per sapere dove andare a sbattere.
Tra essere e non essere mi si offrì un'altra drastica soluzione al Problema: sotto forma di una strana pozione o balsamo o broda da ingollare col naso turato, mezzo antidoto, mezzo veleno.
Nello specchio di una pozzanghera di rosso diluito, si incontrarono due maschere della stessa tragicommedia, due volti e il mio già corteggiava il suo.
Le due immagini galleggiavano nella porpora con tremula sensualità_Cavolo! Che stucchevole ampollosità per passioni così semplici; era, forse, quell'indiretto preliminare che fece di quel convenevole una magia.
Smise di piovere, quale felice tempismo!
Da dove ero, sdraiato, bagnato, a dirla tutta con un aspetto alquanto demenziale mi giostrai in un timido approccio:
"Mi dovete scusare se dimentico quanto sia difficile apprezzare uno sconosciuto galante e sfrontato, ma mi si impone, dal basso, di profondermi in un irrefrenabile serie di concitati complimenti che, ahimé, non vorrei fossero fraintesi perché ne sarei demolito fino nella parte più celata ai vostri occhi; oh, oh, mio Dio! La mia favella ladra si giuoca del mio bon ton e si muove a sproposito. Tutto ciò che posso offrirvi è incommensurabile a quello che può offrirmi la sua persona; la mia mollezza concorre acciò ch'io non trovi la giusta breccia da dove penetrare le sue pudiche difese. No!_Mon Dieu!_Non fate barriera così accanita al dardo d'amore che vi lancio e non me lo rimpallate ché se dovesse ferirmi sarei perduto nel mio stesso oceanico sentimento e mi piegherei sconfitto, inerte... Perdio! Per voi, io, già peraltro steso ai vostri piedi_che nobile estremità tornisce e termina ciò che già è iniziato così bene, mi appiattisco sotto le vostre grazie e mi faccio branda vile dove spero mi farete l'onore di adagiarvi!"
Non penso esista un silenzio più crudele come quello che segue una rappresentazione non riuscita.
Così mi alzai, mi pettinai e sorrisi goffamente, saggiando quanto fosse profondo il suo sguardo...
Applausi! Sentii applausi quando rise, rise e rise.
Il sole tramontava, rosso nel rosso di quel momento e io guardavo le nostre ombre allungate e vicine, effettivamente più vicine di quanto erano i nostri corpi ed ero... emozionato.
Mi disse il suo nome e, giuro, l'avrei scritto ovunque!
Poi non ricordo le cose in perfetta successione diacronica.
Quando finì, rapidamente come era iniziato_con perfetto sincronismo, anche tutto il resto era alla fine.


EUTANASIA

E' necessario mettere "Fine" ad ogni storia... è umano.
Il sole era molto più basso del mio orizzonte; era già buio.
Camminavo lungo la strada del ritorno, affollata di ombre o parzialmente illuminata dai lampioni che si spegnevano dietro di me, uno a uno.
Non ero stanco, davvero, ma ormai era troppo tardi, tardi per decidere di non tornare a dormire, tardi per fare cose, vedere gente, mi sentivo vecchio, incartapecorito.
Nella notte tutto prendeva fosche sfumature, ai colori si mischiavano cobalto e marrone, tutto era coperto da ampie pennellate di nero; un bel nero, corposo, con tutti quei significati che piacciono tanto ai poeti.
C’erano tutti al funerale: il gatto, il corvo e la prostituta.
L'intrico dei rami mi graffiava la pelle, ma non c'era sangue, niente lacrime solo un bel nero di rigore.
Io fischiettavo un motivo allegro, ballabile, che faceva parte dei ricordi-bagaglio inalienabili di tutte le vite, danzavo alla lenta melodia del Notturno, inoltrandomi nelle siepi che erano cresciute da quella mattina.
Mi seguiva come un fedele occhio di bue, la luna; la molle luna su cui puoi sempre contare, bella piena.
La prostituta era vestita di bianco sponsale e ballava, solenne, col corvo mangiatore di carogne, un cavaliere un po' démodé, ma sempre in forma, sempre ben pasciuto.
Il gatto era solo. Lui preferiva così.
Miagolava struggente e stonato; accompagnava impacciato, seduto su una grondaia, lo scricchiolare delle tibie dei magrissimi invitati che si corteggiavano con i ritmi soporiferi del melodramma.
Mi fu concesso l'ultimo ballo.
Gli occhi delle creature notturne erano uno spettacolo stroboscopico per i miei occhi stanchi; erano tanti e discreti come abusivi ad una festa, con le loro movenze che simulavano indifferenza, mi guardavo passeggiare verso casa.
Ululanti, solitari e solidali, vivi ma soprattutto morti, nati stanchi, mai cresciuti, oscuri, nascosti, narcotici o eccitanti, eccitati no di certo, invisibili, zitti, li senti quando ti sfiorano nei luoghi deserti o scostano le ragnatele con un soffio o fanno scricchiolare le travi di una soffitta e ghignano dopo averti terrorizzato; al buio, però gli orrori mistici che crea la mente sopraffatta da un improvviso silenzio, da un improvviso vuoto, sono così allettanti, così stranamente allettanti, così preferibili allo squallore della luce sguaiata. Dietro le tenebre che mi nascondevano come un chador, coccolavo i miei segreti, accarezzavo la nudità oscena della mia anima che poteva godersi la libertà dagli spessori senza vergogna.
Salivo verso la sommità del mio letto, discinto, guardando il Fuori con un pizzico di nostalgia.
Così vidi, in extremis, tutto il mitico scenario del cielo miniato con immagini di dei e eroi immortali, vidi l'oggi agonizzante, vidi i gatti accoppiarsi selvaggi, vidi la testa del mio amore penzolare appesa al salice e, mentre l'occhio abbacinato dalla luna ammiccava, il sipario si chiuse e la musica smorzò.
Sogni d'oro.

La morte sta sulle brande
sui materassi che affondano, sulle coltri nere
vive distesa, e all'improvviso soffia:
soffia un suono oscuro che gonfia le lenzuola;
e ci sono letti che navigano verso un porto
dove sta in attesa vestita da ammiraglio.
Neruda




POST SCRIPTUM

tutto ciò presuppone soltanto un'altra


GENESI