Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza

Concorso Letterario "Federico Ghibaudo"
Segnalazione Speciale Giuria

"OTNIRIBAL"

di Andrea Basile -1aH




Nella vita di tutti noi c’è una costante che ci accomuna in una maniera sorprendente. Sì, propio una costante, una cosa che è sempre uguale e non cambia mai.

Dal momento del concepimento ci giriamo e scalciamo nella pancia di nostra madre senza sapere né perché ci troviamo lì, né cosa dobbiamo fare, né dove dobbiamo andare; tutto questo per nove mesi.
Mi piacerebbe sapere cosa pensa un bambino quando aspetta la sua nascita dentro la propria madre: le sue sensazioni ed i suoi sentimenti. In molti pensano che un bambino, anche se una piccolissima cellula non si possa considerare ancora un essere vivente perché non ha assunto la benché minima forma umana, ma sono convinto che (Sì, lo so che quello che sto per dire non ha alcun fondamento scientifico, ma provate a seguirmi ugualmente), a partire da quel momento, comincia a porsi delle domande ambigue del tipo: <Ma Pippo Baudo esiste ed esisterà per sempre?>, oppure <Perché la CocaCola da Gigi costa mille e trecento lire e negli altri bar tremila?>.
Ora, un bravo papà risponderebbe: <eh figliolo, queste sono le grandi domande della vita alle quali nessuno potrà mai rispondere>.
Sinceramente se fossi quel bravo figlioletto proverei un po’ di rancore nei confronti di mio padre perché non mi accontenterei di una simile risposta; <essendo ancora una cellula piccola piccola ed indifesa ho bisogno di risposte chiare, pulite, proprio come un Glen Grant> (detto inter nos, sappiamo da fonti sicure che il pargoletto si appropria di sostanze inopportune dal cordone ombelicale), direi proprio così senza usare mezzi termini, e volete sapere perché? Perché come ho già detto, un bambino appena concepito non sa dove andare e cosa fare.
La storia non è diversa dopo la nascita. La prima domanda che un neonato si pone è: <Ma come, ho passato nove inutili mesi a cercare la via d’uscita per saltare fuori e non l’ho trovata, però adesso sto riflettendo circa la via più comoda per tornare dentro la pancia di mia mamma>.
Sapete il perché di questa affermazione? No? Ma l’ho già detto: perché un bambino non sa né dove andare, né cosa fare. E’ facile criticarlo dicendogli: <Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!>, ma un bambino non l’ha voluta la bicicletta al momento della nascita (naturalmente escludiamo casi particolari come Gianni Bugno o Marco Pantani perché loro la bicicletta l’hanno effettivamente voluta) ed anzi, il pupo non chiede neanche il triciclo che gli viene puntualmente imposto perchè tanto non sa dove andare con quell’arnese che raggiunge appena i venti metri orari se non elaborato.
Ora, voi tutti miei discepoli vi aspettate ch’io cambi la direzione del tema e che rinneghi tutto ad un tratto le mie teorie freudiane, ma non sarà così, perché ormai ci sono dentro fino al collo e fin quando la neuro o il fucile di mio nonno non mi fermeranno andrò avanti ad illustrarvi il magico ed intersecato mondo che offre la vita.
Eravamo rimasti al neonato? Ah sì, facciamo un bel saltino e passiamo alla veneranda età di quattro anni quando il bimbo s’appresta ad iniziare il suo primo giorno di asilo...
<Dai Junior, vedrai che ti divertirai con tutti i tuoi compagni dell’asilo! Poi ho conosciuto la tua maestra: è giovane, è molto alta ed adora vestirsi con minigonne, magliette scollate, alti tacchi a spillo e per contornare il tutto ha dei lunghi capelli biondi che le arrivano fino a metà schiena>.
Fu così che il bambino ha iniziato a frequentare religiosamente l’asilo senza che la mamma avesse la minima idea del perché.
Quando si è però trovato in mezzo a tutti quei giochi ed a tutti quei bambini, il nostro pargoletto si trova davanti ad un bivio: <il Playmobil od il trenino fornito di luci abbaglianti e di clacson che pronuncia in una lingua scandinava ben sei frasi di senso compiuto?>,<il bambino con la tuta della Nike rossa o quello che si sta infilando una macchina telecomandata nell’orecchio destro?>.
Non che voglia catechizzare il nostro frugoletto a favore di un’asocialità nei confronti dei suoi coetanei, ma io me ne starei con la maestra, perché lei è l’unica persona che può darmi una vera spinta morale e psicologica verso un mondo che non mi regalerà mai niente.
Ma saliamo sulla nostra slitta del tempo e passiamo a quando il bimbo non è più un bimbo ma un bambino senza “diminutivi” né “vezzeggiativi” ed inquadriamo con la nostra cinepresa del tempo il suo primo giorno di scuola elementare. Sicuramente la maestra gli farà tirare fuori l’astuccio ed inizierà a spiegargli: <Allora, ora non siete più piccoli, quindi dovrete comportarvi come dei bravi ometti. Tornando a noi; il nome sul quaderno deve essere scritto sulla prima pagina con la matita B2/XY418-419/BIS sui libri dovete scriverlo con la penna rossa “Syadler 2100 Ultra light” sul diario con la penna fosforescente giallo limone questo tratto di penna deve essere leggermente sfumato con uno sfumino da 2,23 mm la data va scritta secondo le regole che vi sto per dire e cioè va impostata a sinistra del foglietto e precisamente il giorno deve essere scritto in blu/blu scuro il mese in rosso e l’anno in verde smeraldo... >.
Ora, voi capite che un bambino non sa più a che santi rivolgersi quando si sente così privato della sua fantasia artistica alla giovane età di sei anni.
Indubbiamente tutti voi mi accuserete di estremizzare le cose, ma un bambino di sei anni si trova in una situazione di imbarazzo di impotenza immensa quando chiede alla maestra il permesso di andare in bagno, per due motivi:

1. Perché non si è ancora accorto che la maestra non è extraterrestre e che anche lei deve ogni tanto evadere certe necessità fisiologiche che accomunano appunto noi umani nella nostra totalità.

2. Perché quando si troverà nel corridoio non saprà dove andare in quanto nessuno gli ha mai spiegato dove fosse il bagno e quando, per un motivo inspiegabile vedrà la scritta “Toilette” su un cartello, non ci sarà nessuno che gli indicherà la strada più vicina per la biblioteca dove potrà accedere facilmente un comodo vocabolario anche perché a quel punto il bambino avrà già risolto la sua incombenza nel peggiore dei modi.
A questo punto non voglio continuare a tormentarvi con le mie storie di improbabile credibilità, anche se (questo ve lo posso giurare) totalmente reali e basate su fatti effettivamente accaduti (Episodio n° 234 della seconda serie di X-files) e come diceva il grande filosofo... va bene smetto.
Fatemi solo concludere con una affermazione:

“Il mondo è bello e strano
ed a volte lo si cerca di comprendere, ma in vano.
Perchè si sa che dalla nascita alla morte,
ciascuno è spinto
nel suo labirinto”.