Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza |
Era scappata via da lui prima ancora che sorgesse il sole e la vita nella casa di campagna
si risvegliasse. Aveva sceso le scale a perdifiato, era uscita dalla porta ancora in camicia da
notte, cercando di superare con la corsa i pensieri bui che la inseguivano. Corse per i campi
neri di notte, per i prati ancora bagnati, lungo il placido fiume, finché non sentì dentro di sé
una fitta: il fiato le mancava e si sentiva le gote esplodere per la lunga fatica. Si guardò
intorno, le sembrava che il quel posto l’aurora non sarebbe mai sorta, era un luogo soffocato
dagli alberi, da cespugli irti, da erbe alte.
Fin dove era giunta nella sua folle fuga? non ne aveva idea, l’unica cosa che voleva era
allontanarsi da quell’uomo, da quelle sue false promesse, da quelle bugie.
Si alzò e tentò di farsi largo, girò, girò, finché sconsolata, non si ritrovò nello stesso
punto. Si sedette e guardò le sue gambe graffiate dai rovi e la veste strappata; si sentì ancora
più persa.
Nascose la testa fra le mani e pianse, delusa dalla sua vita, dalla sua condizione, da se
stessa. D’un tratto sentì una lieve mano accarezzarle i capelli, una voce rassicurante la
chiamò: -Coraggio, bambina cara, non piangere!-
Alzò lo sguardo e vide davanti a sé una donna anziana, una vecchia dai capelli bianchi e
dalla pelle chiara, che le sorrideva dolcemente.
-Io mi sono persa, sono scappata dalla tenuta qui vicino, non so più dove mi trovo...-
La vecchia sospirò, -E’ vero, questo luogo è come un labirinto, per chi ha nell’animo la
tristezza. E’ aspro e impervio per chi non ha coraggio di andare avanti, è come se
predisponesse all’abbandono, e piano piano non solo si perde la via, ma si perde anche se
stessi.-
La giovane si alzò, poi, asciugandosi una guancia disse: -Io non voglio tornare indietro,
sto bene qui-
-Tutti lo pensano all’inizio; ma verrà il momento in cui ti sentirai sola, e allora davvero
non potrai tornare indietro.- Rispose la vecchia sorridendole -Non basta fuggire per risolvere i
problemi, in fondo questo luogo intricato, questa selva oscura, è come la vita: bisogna essere
in due per non perdersi, per confortarsi. E io ho l’impressione, mia cara, che da qualche parte
ci sia qualcuno che ti cerchi. Riesco quasi a sentire il battito forte del suo cuore, mentre ti sta
chiamando.-
La ragazza rimase sorpresa, -Lei non sa quello che dice, nessuno mi cerca, perché nessuno
mi vuole!-
-Non sempre, mia giovane amica, si riesce a dire tutto; non ringraziamo mai per i favori
che la vita ci concede, siamo così presi da noi stessi che, a volte, diamo anche per scontato il
vivere, il che è quasi un miracolo. Talvolta abbiamo così paura dei nostri sentimenti che
rinunciamo a dire “ti amo” alla persona che desideriamo, dando per certo che lei lo sappia. E’
così facile rimanere soli. Non perdere colui che ami e ti ama, per incomprensioni, o un giorno
te ne pentirai.- La vecchia le si avvicinò, le coprì le spalle con uno scialle, -Non fare come me-
Le bisbigliò. -Ora ti porterò fuori di qui, io abito nella casa rosa, qui vicino. Mi chiamo Greta.
Aspettami sotto quest’albero, ti verrò a prendere.-
L’anziana donna l’abbracciò e scomparve nel bosco.
La ragazza la seguì con lo sguardo fin dove riuscì. Stanca si addormentò. Un raggio di sole
la svegliò, ormai fuori dal bosco; davanti a lei c’era Mark, che la guardava preoccupato: -Mio
Dio Ellen! Ti ho cercata ovunque, ero terrorizzato al pensiero di averti perduta!-
-Scusami Mark, io mi ero persa, poi qualcuno mi ha salvato... io non so chi sia...-
Lui le sistemò lo scialle nero intorno alle spalle, la fece salire in macchina e si diressero
verso casa. Lei, guardando indietro, vide una casetta rosa, ai limiti della selva, allora gridò:
-Fermo Mark!! Dimmi chi abita in quella casa rosa! Ti prego!-
Lui volse appena lo sguardo, -Ellen, quella è la casa della signora Greta Greenvalley, ma è
disabitata da molto tempo, da quando quella gentile vecchietta è morta, cinque anni fa.
Perché mi chiedi questo?-
"IL LABIRINTO 2"
Stette ferma, con la penna in mano per un po’, guardando quel foglio bianco, ad
aspettarsi, come una magia, che diventasse stracolmo di massime filosofiche e pensieri
profondi. Ma la verità era ben diversa, doveva comunicare qualcosa e non aveva niente da
dire.
La sua non era una fugace mancanza di idee, piuttosto una specie di apatia esistenziale,
che le ricopriva i sensi e le impediva di ritrovare anche una sola misera emozione nel labirinto
sconosciuto che le soffocava l’animo. Non poteva neanche più piangere per la perdita di
qualcuno, o essere felice per un avvenimento, o provare rabbia verso le ingiustizie, insomma
vivere appieno.
Tutto ciò non capitava solo a lei, ma alla maggioranza dei suoi giovani amici. Era come se
alla loro nascita il modo o avesse smesso di dare scopi, obiettivi, risposte alle loro domande,
che ben presto furono da loro stessi dimenticate, gettando tutti loro in bui cunicoli.
Non si poteva banalmente catalogare ciò che le accadeva, nominandolo “disagio
giovanile”, quello in fondo era solo un termine usato dagli adulti per coprire facilmente
qualcosa di più grande, qualcosa che loro non riuscivano a spiegare, perché per loro, quando
erano giovani, era tutto più bello; la gente si voleva più bene, non come accadeva a lei...
com’è che li chiamava il suo patrigno?... ah, “tempi bui in cui bambina cara, non ti puoi fidare
di nessun altro che della tua mamma e del tuo papà...”, forse era perché gli aveva dato retta
che si sentiva così sola, perché in fondo era quello l’unico sentimento che un po’ la scuoteva,
che percepiva anche in un sacco dei suoi “amici”, ma era possibile che lo sentisse solo lei?
Forse il mondo si stava spegnendo pian piano, e con lui tutta l’umanità. Sarebbe dispiaciuto a
qualcuno? Forse a sua madre, perché quando sarebbe arrivato quel giorno non avrebbe
potuto più guardarsi la sua telenovela, che inspiegabilmente riusciva a suscitare in lei più
emozioni della morte del vicino di casa, riusciva a volte a farla singhiozzare, e per questo la
invidiava.
Una volta alla tv aveva visto le immagini della guerra, di bambini magri e malati, ma tutto
ciò le era servito a tenersi più strette per paura le cose a cui teneva, e di fronte a quei volti
non aveva provato nient’altro che indifferenza. Aveva girato canale, perché a sua sorella non
piaceva guardare quelle cose mentre mangiava.
Tornando al foglio, sempre più bianco, cosa mai potevi scrivere? Le sembrava impossibile
che nel mondo qualcun altro fosse così “ammalato”, perso nella sua stessa anima, come lei.
Ma, se osservava il livello di odio e cattiveria che aveva vicino, non si sarebbe detto.
Forse avrebbe dovuto chiedersi se era vero che ai tempi dei suoi genitori erano tutti
allegri e felici e la terra era in pace con sé, o questa apatia c’era sempre stata e ora stava
riemergendo furiosamente per rivendicare il suo diritto a essere considerata un risentimento?
No, nessuno l’avrebbe capito, perché era solo lei a non avere più cuore, o più anima.
Forse era solo lei che non aveva mai capito dove fossero finiti i fili principali della sua vita, o
dove avrebbe mai potuto recuperare la sua fragile identità; avrebbe avuto bisogno di una
specie di mirabolante “filo di Arianna”, che l’avrebbe assicurata, che le avrebbe dato anche
una sola spinta iniziale, ma era inutile continuare a chiedere aiuto, quando nessuno la poteva
udire: lei era troppo lontana, troppo persa, e il suo grido era troppo debole.
Sbuffò, poi si arrese: avrebbe scritto di come “grande e profondo fosse il senso della vita”,
in fondo, come diceva sua mamma, “buttati sul classico, non si sbaglia mai!”
Sarà... sì, sua madre aveva sempre ragione, in fondo.