Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza |
1 - Dopo una settimana di pioggia finalmente le primavera si è fatta avanti
prepotentemente ed i raggi di un pallido sole mattutino riempiono la piccola sala d’ ospedale.
Da quassù il panorama è fantastico, si scorgono le montagne ancora innevate ed i primi fiori
che sbocciano sugli alberi del giardino sottostante, sempre ben curato da un anziano
giardiniere.
Un pianto soffocato riporta l’attenzione nella camera 401, dove il clima non è così disteso.
In un angolo della stanza infatti una donna di non più di quarant’anni è seduta su una sedia di
plastica nera con la testa fra le mani ed un fazzoletto di stoffa che le copre gli occhi. L’abito
non è ben curato, come se fosse stata strappata via con la forza dalla sua cucina ed avesse
lasciato a casa tutta la sua femminilità; il corto caschetto spettinato, il viso privo di trucco
rigato dalle lacrime e quei vestiti tipicamente casalinghi, l’avrebbero resa irriconoscibile agli
occhi dei colleghi di lavoro presso i quali soleva mostrarsi sempre in ordine e ben vestita.
Un ritmico ed alienante "bip" scandisce il battito cardiaco dell’uomo che occupa l’unico
letto della stanza posto sul lato sinistro, proprio di fronte alla porta.
Tra le bianche lenzuola giace un ometto dal viso paffuto ma pallidissimo; il suo
atteggiamento solenne non era scomparso dopo il grave incidente e chi lo vede lì, inerte e
pieno di tubicini collegati al naso e alle braccia, non può non rendersi conto della forza con
cui il fisico affronta il gravoso coma.
D’improvviso la porta si apre ed un giovane medico con l’immancabile camice bianco
solca l’uscio seguito da una infermiera dal viso corrucciato e seccato per la mole di lavoro.
Entrambi rivolgono un cenno di saluto alla donna che si era alzata di scatto dalla sedia in
attesa di notizie confortanti, ma, prima di dedicarsi all’impaziente coniuge, rivolgono la loro
attenzione all’ammalato.
Finite le visite di routine, il medico con la solita aria pacata ma decisa afferma che la
situazione è stazionaria, che deve trovare dentro di sé la forza per uscire dal coma.
Dopo queste parole piene di speranza il medico apre la porta e, ceduto il passo
all’infermiera, la richiude dietro di sé.
2 - Un lungo sbadiglio riporta alla vita Pitt il nostro protagonista che, dopo aver sbattuto
tre volte le palpebre ed essersi a lungo strofinato gli occhi a causa dell’abbagliante luce
bianca, è di nuovo sul punto di perdere i sensi vedendosi circondato completamente dal nulla.
Sì, voi come definireste un luogo tutto bianco, niente sotto i piedi, niente sopra la testa,
nessun odore o qualche oggetto sensibile al tatto.
Insomma, reazione di qualunque essere umano sarebbe quella di iniziare ad urlare e a
correre: proprio ciò che fece Pitt.
Dopo aver corso fino a sentirsi la milza scoppiare, Pitt si ferma ansimante come dopo una
gara dei mille metri, con il cuore pulsante in gola, il sudore sulla piccola fronte corrucciata e
le gambe che, non reggendo il peso del corpo affaticato, si piegano contro la sua volontà
facendolo finire in ginocchio.
Rimane in quella posizione, per quanto il tempo possa valere in questo strano posto, dieci
minuti buoni come immerso nel tentativo di dimenticare gli avvenimenti di qualche momento
prima.
Recuperate finalmente le forze, si rialza con gli occhi chiusi, sperando forse che una volta
aperti avesse visto sua moglie, la sua casa o qualche cavolo di posto a lui conosciuto o per lo
meno reale; viene preso dallo sconforto quando nota che tutto è uguale a prima e che il nulla
regna incontrastato.
Dall’orizzonte qualcosa compare presentandosi agli occhi di Pitt prima come un piccolo
puntino nero, poi come una figura non identificabile che si avvicina celermente.
Questa strana presenza è completamente coperta da una lunga tunica nera che arriva fino
ai piedi, anche il viso è nascosto da un largo cappuccio che impedisce a Pitt di incrociare il
suo sguardo: solo le mani sono libere da veli ma impegnate a sorregere uno strano attrezzo
non ancora identificabile.
Come riconfortato Pitt inizia a muovere qualche passo verso l’inquietante figura gridando:
"Ehi signore, da questa parte".
Una volta arrivati l’uno di fronte all’altro un gelido brivido scorre lungo la schiena di Pitt
quando capisce che il famoso attrezzo che da lontano non riusciva a distinguere è un falce,
uno di quegli attrezzi usati una volta dai contadini, dotati da una lunga ed affilata lama a
forma di mezza luna.
"Chi sei?" Sibila Pitt incapace di comprendere le effettive intenzioni del misterioso figuro.
"Io sono" Queste le prime parole emesse da quella specie di fantasma con voce roca e
penetrante: "Io sono colei che tutto spiega e che nessuno può spiegare, sono il mistero che è
al di là della vita, sono il sonno senza sonno, sono il pensiero che vola via, la grande
consolatrice... IO SONO LA MORTE".
Scandendo bene queste ultime parole, con un veloce movimento della mano destra si
scopre il viso facendo ricadere il cappuccio sulle spalle e mostrando un volto orribile:
pallidissimo, completamente disidratato con gli zigomi sporgenti e gli occhi incavati.
3 - "Credo di non aver capito bene" afferma Pitt comodamente seduto su una poltrona
dopo aver aspirato il fumo della sigaretta che teneva tra le dita, mentre la morte, dall’altra
parte del piccolo tavolino che li divide, lo ascolta paziente.
"Vuoi dire" riprende Pitt "che io sono morto e che questo è l’aldilà?".
"Non proprio, questo non è il regno dei morti, ma IL CONFINE: un istante nello spazio e
nel tempo, al limite tra la vita e la morte prima del buio, un luogo o un non luogo molto
difficile da raggiungere, e tu non sei morto, ma il tuo corpo è in ospedale che lotta tra la vita
e la morte".
Pitt ascolta queste parole in maniera distaccata, come se assecondasse tutto e tutti perché
cosciente di vivere solo un sogno, uno strano sogno.
"E come sarei finito in ospedale?".
"Un incidente d’auto dovuto ad un malore improvviso causato dai funghi che hai
mangiato poco prima di recarti al lavoro; sulla provinciale hai sbandato e sei finito in testa
coda contro il guardrail. La macchina che è sopraggiunta ti ha preso in pieno; sei arrivato in
ospedale con l’elicottero e qui sei entrato in coma profondo”.
La sigaretta scivola dalle dita di Pitt irrigiditesi improvvisamente, non tanto per le cruente
parole con cui la sua morte era stata descritta, ma per aver riconosciuto in quegli episodi gli
ultimi ricordi prima di quell’assurdo sogno.
"Ritieniti un uomo fortunato, sei stato scelto da me per conoscere prima di morire la
verità dell’esistenza umana, Io, la morte, unica compagna in ogni circostanza, ti
accompagnerò lungo il labirinto che è la vita. Cos’è infatti al vita se non un immenso labirinto
nel quale l’uomo, messo da me, il destino, sulla via principale cerca di destreggiarsi in modo
da evitare le insidie che si nascondono dietro ogni angolo?
Ogni scelta che compi non è forse la strada di un bivio che intendi percorrere per
raggiungere al più presto la meta prefissata; ogni persona che interagisce con te non è forse
una differente strada che si unisce alla tua? Ebbene, l’insieme di tutte le decisioni prese, dei
conseguenti rimpianti, dei desideri inappagati e di quelli esauditi rappresenta IL LABIRINTO".
4 - L’oscura figura facendo perno sul bastone della falce riassume una posizione eretta e,
dopo aver rivolto una gelida occhiata all’indifeso uomo ancora stordito, inarca il braccio
destro puntando il grande attrezzo verso il punto dell’orizzonte reso invisibile da un’assurda
nebbia.
Come per un comando divino, anche se non so quanto di divino ci possa essere in quanto
vi sto descrivendo, la folta nebbia si dirada e fa apparire una strana costruzione dai contorni
non ben delineati e che sembra assumere col passar del tempo sempre più le caratteristiche di
un castello medioevale.
Pitt, sempre alle spalle del suo Virgilio, varca il maestoso portone di questa tenebrosa
costruzione; misteriose figure di uomini senza volto e di labirinti stilizzati sono rappresentate
in bassorilievo sulle colonne che costeggiano l’ingresso, mentre una grande iscrizione domina
la parte superiore del portone.
Pitt sussurra le parole incise: "La vita... il labirinto di cui tutti noi cerchiamo il centro,
seguendo il nostro destino, contro il nostro destino"; poiché la sua accompagnatrice non
accenna nessuna spiegazione in proposito, chiede se allora è davvero già tutto scritto e che
quindi il destino è padrone delle nostre vite, o se noi siamo gli unici artefici della nostra
esistenza.
"Il destino" riprende la morte "esiste", niente è ancora scritto, noi con le nostre scelte
mutiamo la nostra vita, ma a volte il destino si permette di intervenire ed allora contro le sue
decisioni niente ci è concesso.
Come risollevato Pitt si avvia verso il corridoio principale completamente immerso nelle
tenebre: come per magia le candele poste sui muri adiacenti iniziano ad accendersi una ad
una svelando agli occhi del visitatore la fisionomia del palazzo.
Il rosso del tappeto si intona perfettamente con il colore delle candele che sono sorrette
da piccoli e raffinati candelabri in argento, mentre la luce emanata dona quel tocco di mistero
che contribuisce a rendere la visione più reale.
Dopo aver percorso l’intero corridoio ed aver aperto l’unica porta, varca con sicurezza
l’uscio pronto ad immagazzinare, pieno di curiosità, tutte le immagini che gli sarebbero state
mostrate.
Scostate le pesanti tende in stoffa che coprono la sua visuale, osserva la grande stanza
piena di posti a sedere completamente occupata da genitori e ragazzini di quattordici anni,
mentre alla sua sinistra quattro persone parlano al pubblico comodamente sedute dietro una
scrivania che domina "la piazza" poiché posta su di un palco.
Una di queste ha in mano un microfono ed elenca gruppi, ognuno dei quali
contrassegnato da una lettera dell’alfabeto, di circa venticinque persone.
Pitt riconosce quasi subito l’auditorium della sua scuola e, scavando nei suoi ricordi,
rivede in quella scena il sorteggio delle classi al quale assistette dopo essersi iscritto al primo
anno del liceo.
"Perché?!" interrompe Pitt a gran voce.
Uno dei ragazzini seduti in prima fila si alza in piedi "Ti sei mai chiesto il valore che
hanno avuto durante il corso della tua vita i tuoi compagni di liceo? Riesci a ricordare tutti gli
episodi vissuti con loro, la sorpresa nello scoprire che il legame che c’era tra voi non esisteva
in nessun’altra classe e che gli altri vi invidiavano per la compattezza di cui il vostro gruppo
era dotato? Sei sicuro che se il destino non vi avesse fatto conoscere e non vi avesse riuniti
nella stessa classe la tua vita sarebbe stata la stessa?".
Dopo queste parole il buio torna a regnare sovrano, mentre Pitt, nel aver riconosciuto in
quel bambino uno dei suoi più grandi amici, rivive con la mente tutti gli episodi più
importanti della sua vita, rendendosi conto che sempre quei suoi amici gli sono stati vicini.
Come se ne era andata, la luce torna a scacciare le tenebre e un corridoio identico al
precedente si apre di fronte ad uno scosso Pitt.
"Quello" afferma la morte "è stato un esempio di come il destino ti abbia indirizzato verso
uno dei tanti sentieri; in questo caso sei stato molto fortunato, prova per un istante a pensare
cosa sarebbe accaduto se in un’altra sezione i tuoi compagni fossero state persone per nulla
interessanti, egoiste o se tu non fossi riuscito a stringere un legame più forte di quello che
lega i comuni compagni di classe!".
Pitt si rende conto di questo importante episodio della sua giovinezza e, annuendo,
ricomincia a camminare.
5 - La porta si richiude, e nel voltarsi Pitt riconobbe casa sua, o meglio la casa nella quale
aveva vissuto fino all’età di ventisei anni.
La cucina è arredata come all’epoca e lui poco più che diciasettenne suo padre e sua
madre sono seduti a quel tavolo dove per anni avevano cenato insieme, in procinto di
compilare il modulo per l’iscrizione all’università.
"Ricordo perfettamente quel giorno" afferma con stupore Pitt "ero indeciso tra due
facoltà: Economia e commercio spinto dalla prospettiva di una ricca carriera, e Medicina con
l’intenzione di fare ciò che fin da piccolo mi aveva affascinato, il ricercatore. Scelsi economia,
non so perché, forse perché offriva maggior impiego".
"Già" riprende quel ragazzino seduto al tavolo "se avessimo fatto ciò che realmente
volevamo ora saremmo un dottore pienamente soddisfatto del proprio lavoro, una di quelle
poche persone che ha intrapreso gli studi desiderati ed è riuscita ad inserirsi con successo nel
mondo del lavoro".
Di nuovo buio.
Pitt è sul punto di scoppiare a piangere quando si rende conto di quanto i pensieri della
gente, i desideri delle persone che gli stavano intorno hanno influenzato le sue scelte e la sua
vita.
Ancora luce.
Durante questo viaggio Pitt rivive molti altri episodi della sua vita, rendendosi conto degli
sbagli compiuti, delle giuste decisioni prese e di quanto il fato abbia interferito nel suo
cammino.
6 - "Questa" incomincia la morte dopo che le candele si riaccendono "è l’ultima stanza che
visiterai, l’ultimo episodio, quello che ha segnato in maniera più netta la tua vita.
Dietro quella porta rivedrai il principio della tua fine, il momento in cui hai mangiato i
funghi che ti hanno provocato quel malore che alla fine risulterà letale; vedrai che se avessi
mangiato qualsiasi altra cosa saresti ancora vivo".
"Ci sarà pure una via d’uscita" inizia ad urlare Pitt colto da un improvviso panico dovuto
all’impotenza di fronte alla morte "E’ una morte troppo stupida per essere vera, non posso
morire così!".
"Non esiste il destino" ricomincia Pitt mentre un’esasperata risata segna il suo viso "Il mio
destino me lo creo da solo, io sono l’unico artefice delle scelte della mia vita".
Pieno di disperazione si inginocchia e con voce supplichevole sussurra "Ti prego, tu sei la
padrona qui, permettimi di tornare indietro, non farmi morire".
"Lo sai che sarebbe inutile" riprende lei "nulla si può fare contro ciò che è già scritto, e
niente posso fare io contro il destino; comunque puoi vantarti di essermi quasi riuscita a
commuovere".
"Non mi interessa niente di te" urla Pitt pieno di disperazione "io voglio vivere!" e così
dicendo si avvia di corsa verso quell’unica porta col solo intento di buttarla giù con una
spallata.
La porta cede, poi il buio, urla, disperazione.
7 - "Allora Pitt" ripete intensamente Linda "Li vuoi o no i funghi?".
L’uomo scuote improvvisamente la testa come ridestandosi da un sogno ad occhi aperti,
una goccia di sudore scivola lungo la tempia destra e poi sul collo.
Superato lo smarrimento iniziale Pitt mette a fuoco la situazione: riconosce casa sua, sua
moglie Linda, la sua cucina ed il suo pranzo, mentre il labirinto, la morte ed il confine sono
ormai lontani nella sua mente.
"Sai cara” dice “Ho fatto uno strano sogno ed occhi aperti: c’era una strana figura
incappucciata che diceva che ero morto per aver mangiato i funghi, così in uno strano modo
mi faceva rivivere gli episodi fondamentali della mia vita."
"Che buffo sogno, tesoro"
"Già, sogno veramente cose senza senso" afferma Pitt col sorriso sulle labbra prima di
portare alla bocca la prima forchettata di quei fantastici funghi.
LA VITA... IL LABIRINTO DI CUI NOI TUTTI CERCHIAMO IL CENTRO, SEGUENDO IL
NOSTRO DESTINO, CONTRO IL NOSTRO DESTINO.