Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza |
per Alice
EPILOGO
Era un tentativo di dire come il solo labirinto possibile -il
solo labirinto pensabile- sia luomo, di come lo svolgersi
della vita ne sia il riflesso, di quanto siano belli gli
arabeschi disegnati sulla superficie degli specchi.
E tu dovrai mantenerti in equilibrio sul filo
sottile
che separa il sonno dalla veglia,
oppure galleggiare
come coloro per i quali
il sonno e la veglia sono la stessa cosa.
Micheal
Non sapendo quando lAlba possa venire,
apro ogni Porta, che abbia Piume, come un Uccello,
o Onde, come una Spiaggia.
E.D.
Era prigioniero della torre, come tutti.
E come tutti aspettava. Seduto, appoggiato alla finestra, i
capelli che scivolavano a ciocche sulla fronte pallida,
nascondendola. Guardava giù.
Il corpo della torre, nero come il sorriso di un assassino, non
si poteva confondere con la notte in cui essa era avvolta, ma se
ne staccava, scintillando di una bellezza tetra e maestosa.
Mattone dopo mattone, lo vedeva perdersi e quasi dissolversi
nella nebbia, laggiù. Nebbia.
Impenetrabile e misteriosa, sfocava i confini di ogni cosa,
nascondendone la realtà: sempre che ci fosse, una realtà da
nascondere. Così pensava luomo, rimanendo rannicchiato; e
così chissà quanti, quanti altri uomini pensavano, si disse,
avvolgendosi nellombra, chissà quanti come lui nella
torre, a guardare giù, e a pensare. Forse nessuno: forse,
piuttosto, era solo, perché così si sentiva. Solo.
Imprigionato da mura indefinite e infinite, impalpabili, a
vedersi immense come i desideri di un uomo, eppure soffocanti
come il ricordo di un dolore in una mattina di sole. Sembra che
seguissero un perimetro circolare.
Del resto, una circonferenza è perfetta per contenere tutta
quanta la fragile grandiosità -grandiosa fragilità- di un
essere umano (che, a dire il vero, potrebbe essere considerato un
suo punto).
Avvolge uno spazio, avvolta da spazio, infinitamente finita.
Non occorre niente di più: ed in effetti non cera.
Nessuna porta, nessuna uscita: solo le mura. Poi la finestra.
E la torre si stagliava, esile e nera, sopra la nebbia, vaporosa
come in una sera di Novembre.
Ma non esistevano i mesi, e le stagioni: non avrebbero avuto
senso.
Non che luomo in quel tempo ne avesse.
Neanche un alito di vento. Laria era fredda, tagliente come
una spada, ma immobile come sempre.
Il piccolo uomo inspirò profondamente una, due, tre volte, e
chiuse gli occhi. Il cielo, adesso, sembrava accarezzarlo.
Era rimasto per terra, rannicchiato, sprofondato nelle pietre
fredde e dure del pavimento, a ricordare, in silenzio, per un
tempo interminabile.
Dico in silenzio perché, a volte, pensando, parlava, come
rivolgendosi alle ombre che scivolano lungo le pareti. Non si
aspettava certo una risposta, non da loro; lo faceva per
ricordare se stesso, di quando in quando, di avere una voce:
avrebbe preferito dimenticarsene, ma non ci riusciva. Se per
abitudine, o piuttosto per via di quel misterioso e innato amore
che ogni uomo nutre per la propria anima, non so.
Sta di fatto che parlava.
Ed ora, ecco, in quel luogo gelido e buio e terribile, gli pareva
possibile poter vedere, e toccare, e respirare i suoi pensieri: e
allora essi avrebbero parlato al suo posto, e lui sarebbe rimasto
ad ascoltare. Attese, e attese.
Ma i suoi pensieri generarono sogni, e i sogni incubi. Si accorse
dunque finalmente, allimprovviso -e fu come un bacio
dinverno- che essi non lavrebbero condotto in alcun
luogo, ma che a lui stesso -e a lui soltanto- spettava il compito
di intrappolarli, e domarli, e condurli.
Non era troppo tardi. Non ancora.
Larco era ampio abbastanza da permettergli di non chinare
la testa. Il viso ricordava, nel suo pallore, la bianca vela di
una zattera persa nelloceano, spiegata e fiera davanti al
mare senza confini senza terre senza pace, distesa e forte,
appena scossa dal sussurro dellimmensa ultima tempesta che
la chiama a sé.
Né i nudi piedi vacillavano, ma rimanevano immobili sul
massiccio davanzale di pietra. Dopotutto, non era mai servito a
niente. Mai aveva ospitato fiori o desideri irraggiungibili o
speranze infrante, lasciando che si appoggiassero su di sé, che
si aggrappassero, né mai li aveva confortati: bisogna tuttavia
pensare che forse, in quel mondo, essi non esistevano.
| Ma il piccolo uomo era già oltre quel mondo, |
| e al di là di tutti i mondi; |
| non più essere umano, |
| né creatura terrestre avvolta dal cielo: ma aria, e terra, e cielo. |
| Non più zattera alla deriva, |
| piccola luce persa nel mare: ma acqua, e fuoco, e mare. |
E bastava volerlo.
Lo scuro sguardo scrutava linvisibile, la palpebre
spalancate, senza riposo, rimanevano immobili, gli occhi
sembravano quasi respirare, piano, come due predatori davanti
alle loro prede. (chiunque lo avrebbe capito) Leone e zebra,
topolino e serpente, uomo e cielo: la natura, in fondo, rimane
sempre coerente con se stessa -per non dire uguale- anche se si
maschera in modo meraviglioso. Sfida.
Sfida davanti al vuoto, sfida davanti al mondo, sfida davanti al
tempo, davanti al passato e al futuro, davanti alla memoria degli
uomini e delle loro fragili speranze.
E accadde allora.
Fu allora che linfinito si accorse di lui e lo vide,
attraverso quegli occhi, e allora lo accolse, e lo avvolse: o
meglio lo afferrò.
Il tempo si fermò per un attimo, per un attimo si fermò il
respiro: eppure il cuore continuava a battere, come non aveva
battuto mai.
Odore di immenso. O meglio profumo. (sì, profumo è la parola
giusta)
Un profumo seducente come il canto di una sirena, eppure appena
sussurrato come un suggerimento, o una parola di conforto.
Un profumo da ascoltare.
Il cielo si apriva grande e libero dinanzi a lui, e dietro di lui
si schiuse, docile, dopo aver atteso pazientemente la fine del
viaggio. Il tempo sembrava non essere mai esistito, e chissà,
forse era soltanto stato unillusione, un passatempo, un
intervallo nelleternità, il tentativo di contare
linfinito.
Come un bambino che pretenda di chiudere le stelle tra le dita.
Dove luomo, che da sempre si diletta giocando con gli
specchi, poiché il mondo lo aveva creato, volle a sua volta
creare il mondo: non uno qualsiasi, bensì il suo. Inventare il
tempo venne subito dopo. Certe volte le cose che marciano al
rovescio sono le più interessanti. Tuttavia non sempre le
migliori.
Ridestatosi improvvisamente dal non troppo logico filo dei suoi
pensieri, il cielo si volse di nuovo a guardare luomo.
Detestava perdersi quello che sarebbe avvenuto di lì a poco, e
si ripropose per il futuro di evitare di distrarsi senza un buon
motivo per farlo.
Il passaggio delluomo fu dolce e leggero come una goccia di
pioggia, e il cielo ne sorrise compiaciuto, ritenendo di aver
operato una buona scelta e, ne era certo, se aveva imparato
qualcosa della natura umana, anche il suo piccolo visitatore
pensava esattamente la stessa cosa.
Ci sono giorni in cui il mondo intero sembra intento a pensare, a
cercare le parole, a costruire castelli in aria, e a sperare. E
allora tutto tace. Questo di solito accade dinverno, quando
il freddo ti spinge a riscaldare il cuore.
(so, certo, che è per via della stagione, ma non ho mai davvero
capito perché il cielo in questi giorni, che elevano luomo
verso di esso, invece che azzurro -del colore, cioè, dei
pensieri- sia grigio)
Non so se quello si potesse definire mondo, né se il tempo
conoscesse i giorni, ma accadde esattamente la stessa cosa.
Silenzio.
(...)
Anni o istanti, non si può dire: sta di fatto che del tempo
passò.
Il cielo sedeva annoiato, contando oziosamente le finestrelle
della torre, quando fu toccato da una prima, debole brezza. Rise
piano, accorgendosi che finalmente il gioco ricominciava.
(a onor del vero, rise anche per via del solletico)
Soffiò più forte, e più forte il cielo rise. Stavolta perché
si era accorto di quanto fosse nuovo quel vento che stava
nascendo. Sapeva distinguerli, lui, sapeva dalla prima folata il
nome, la forza, la direzione: daltronde erano quasi tutti
figli suoi, e da buon padre li conosceva.
Questo però era nuovo davvero, e figlio suo no di certo.
Alla nebbia, cuscino dellaria, era rimasto impigliato il
respiro del piccolo uomo, qualche pensiero e un sogno.
Il vento si chinò e li prese, tutti insieme.
Li trascinò con sé, nelle sue mani forti, li fece di nuovo
volare. Veloce e leggero, soffiò intorno alla torre, e andò
più in alto, impetuoso, e più in alto ancora, verso le tenebre,
verso le mura nere, e ancora più su, soffiando più forte, un
altro giro tuttintorno, quasi danzando: fino al triste,
enorme davanzale di una stanza vuota, dove qualcuno aspettava,
con gli occhi immersi nellinfinito.
Allora, e soltanto allora, si arrestò: e fu come se non fosse
mai esistito. Sulla nera fila di mattoni depose i suoi piccoli
doni ed unocchiata furtiva.
Poi se ne andò.
Luomo aprì gli occhi, e vi fece entrare il cielo.
Come solitamente si fa con un fiore, raccolse la sfida.
e intanto milioni di rose rifluivano sul
bagnasciuga,
e chissà se si può capire,
che milioni di rose non profumano mica,
se non sono i tuoi fiori a fiorire.
F.D.G.
Abbagliato dalla luna,
rivide sulle fredde pareti le sue immagini riflesse
come ombre nere che sintersecano
e si sovrapponevano a formare
un labirinto dombre nel labirinto
F.D.
Se solo avessi davanti a me uno specchio,
tutto questo potrei vederlo riflesso negli occhi della mia
immagine,
e non sarebbe così difficile da dire e da capire.
Ti piacerebbe abitare nella Casa dello Specchio,
Kitty?
Sono sicuro che ci sono delle cose meravigliose!
Facciamo finta che ci sia un modo per entrare, Kitty.
Facciamo finta che il vetro sia diventato morbido come nebbia,
e che possiamo passare dallaltra parte.
L.C.
Camminare allaperto, di notte, sotto il
cielo silente,
lungo un corso dacqua che scorre quieto,
è sempre una cosa piena di mistero,
e sommuove gli abissi dellanimo.
H.H.
La strada procedeva diritta, seguendo scrupolosamente la
prospettiva.
Un ragazzo camminava, solo, seguendo diligentemente la strada.
Ai suoi occhi appariva come una V rovesciata; del resto lo
sguardo umano è piuttosto incline a rovesciare le cose.
Ci si dovrebbe adesso chiedere come il ragazzo apparisse sulla
strada, se non altro per una questione di equità.
Sui ventanni, bello di quella bellezza che è forza,
energia, gioventù; di passo veloce e allegro; di cuore leggero.
Stava tornando a casa. Era la prima volta. Laveva lasciata
tempo prima, per vivere.
Immaginava già i grandi spargimenti di lacrime di sua madre.
Facevano parte della festa.
Diavolo, stava tornando a casa! Avrebbe rivisto i suoi fratelli,
i suoi amici, forse anche la ragazza della porta accanto che un
giorno -se si ricordava bene, era di maggio- gli aveva sorriso.
E poi suo padre, la fontana della piazza, la collina che si
lasciava intravedere appena dalla finestra della cucina, avrebbe
visto la luna, la dolcissima luna, che sembrava sorridergli solo
quando camminava per il sentiero di ciottoli a lui così caro,
con la sua testa di ragazzino piegata allinsù, tutta piena
di pensieri complicati e bellissimi. Avrebbe incontrato ricordi
che credeva perduti, e che erano invece appena smarriti. Avrebbe
ritrovato i suoi luoghi segreti -il mio albero preferito, ti
riconosco, sei tu, ci sei sempre. che bello poterti abbracciare
ancora, il mio giardino, che mille e mille volte mi ha
accompagnato attraverso mondi inventati per il solo piacere di
esplorarli, e i fili derba che sembrano sempre tutti al
loro posto, la roccia vicino al fiume sopra la quale ci si
sdraiava a guardare le metamorfosi delle nuvole, quel gradino che
dà sul vialetto dove mi sedevo a leggere quando ero triste, quel
pianoforte che non sono mai riuscito a suonare e che alla fine
amavo, la mia finestra!, dalla quale ho visto nascere e morire
tante volte il sole, queste mura, dentro cui senza che io me ne
accorgessi, sono rimasti impigliati tutti i miei pensieri e i
sogni di bambino, la parte di me più misteriosa.
Pensando a queste cose, dondolava leggermente la testa e teneva
gli occhi socchiusi. Se anche si fosse addormentato, pensò,
sarebbe stata sua madre a risvegliarlo con un bacio, come un
tempo.
Stava tornando a casa!
Ogni tanto gli balenava il dubbio di aver sbagliato strada, ma il
dubbio subito svaniva: le indicazioni erano chiare. Imboccata la
via, sempre dritto. Fino a casa.
Certo, non si sarebbe immaginato che sempre dritto si
dovesse prendere alla lettera: niente curve, mai. Se poi avesse
saputo che di auto camion furgoni biciclette motorini persino di
persone neanche lombra, forse non sarebbe neanche partito.
Almeno, non con lidea di viaggiare in autostop.
Tuttavia cera il sole, il cielo anche, ed egli partì.
Avrebbe potuto essere un soldato, intendiamoci, non che
necessariamente lo fosse, ma sarebbe perfetto per la nostra
storia. Un piccolo soldato che ritorna a casa con le sue piccole
ferite, che il tempo ormai sta già iniziando a cancellare, e di
cui, chissà, forse un giorno si potrà ridere.
Con un piccolo zaino pieno di pensieri, e occhi grandi con cui
divorare la strada, correre avanti al di là della linea
dellorizzonte.
Sì, perché lui correva, camminando. Correva come quando,
bambino, tornava a casa la sera. Correva con gli occhi. Perché
stava tornando a casa.
Prati verdi e rigogliosi sorridevano quieti al cielo, campi
accarezzati appena dal giorno si piegavano mollemente al vento, e
popolazioni intere di girasoli volgevano il capo a seguire il
passaggio del ragazzo, cosa che se non altro spezzava la
quotidiana monotonia: guardare qualcosa, una volta tanto, che
splendesse più del sole.
Ma al di là di quel paesaggio che teneva in braccio la strada
lorizzonte continuava placidamente a stendersi senza
lasciarsi scorgere, più e più volte invitando il ragazzo ad
avventurarsi oltre il confine leggero che separava dallerba
il freddo asfalto. E lui a volte si fermava, guardando le
infinite strade che si ricongiungevano intorno a lui come fossero
ragnatele, cogliendone la bellezza quasi istintiva che un solo
sguardo può dare, ed infine ripartiva.
Mondi sconosciuti e fantastici ruotavano su orbite nascoste
chissà dove, dietro prati e campi e popolazioni intere di
girasoli, si toccavano e si ingoiavano a vicenda, volavano come i
pensieri delle lunghe sere destate, facevano ondeggiare le
cime degli alberi e tremare le case, baciando il vento e le
nuvole, regalavano costellazioni nuove al cielo e nuovi racconti
agli uomini.
Tutti i futuri possibili, tutti quelli che possono capitare, o
che si può scegliere di avere, quelli che ci rincorrono mentre
noi ne inseguiamo altri, tutti i nostri giorni che ancora devono
venire, e che ci aspettano proprio qui, dietro langolo, al
prossimo bivio: tutta quella massa indistinta di cose che ci
impone di sognare, che fa incontrare la gente, ciò che rende il
mondo un bel posto per viverci, quello che un tempo qualcuno ha
chiamato destino.
Ma cè il rischio di perdersi, era come se pensasse il
ragazzo, davanti a tutta questa bellezza. Anche soltanto a
guardarla, anche nella sua apparente dolcezza. Meglio continuare
verso casa, per la strada più lunga, magari, ma che mi ci
porterà.
Riuscite ad immaginare qualcosa di più difficile, faticoso e
contrario alla propria natura? Un uomo che procede seguendo una
linea retta! Viene quasi da ridere.
Allaltro capo della strada cera la sua vita, però, e
sapeva per certo che non si sarebbe potuto sbagliare; perciò il
passo si faceva sempre più leggero, e gli occhi rispondevano con
un gentile riflesso agli inviti dei prati e dei campi e di
popolazioni intere di girasoli, che ormai si andavano disperdendo
in paesaggi sempre più nuovi e stranieri.
Non si scorgevano frontiere, ma lui non si ricordava che ce ne
fossero. Tutto bene.
Senza alcun dolore o rimpianto aveva scelto e continuava ad ogni
passo a scegliere il suo cammino, e il resto del mondo guardava
soltanto.
A rompere il silenzio era solo il rumore dei passi, che si
diffondeva nitido attraverso laria, come a preannunciare
larrivo del ragazzo alla casa lontana, suddividendo la
distanza incolmabile in una ritmica successione di suoni, a
tenere gli occhi chiusi lo avresti detto il tempo di una musica,
magari un valzer, il battito di un cuore, il rumore di una
solitaria goccia di pioggia che sfiora appena il mare e tuttavia
lo scuote con tutta la sua forza.
E se il piccolo soldato avesse perso le sue battaglie? Mi
spiego: se le ferite e la guerra da cui fuggiva lo avessero
ucciso, senza che avesse il tempo di accorgersene, di capire,
quando ormai aveva già iniziato il suo viaggio verso casa, con
la testa e col cuore dico, là al fronte? Una cosa che inizia si
finisce, dopotutto. Basta non pensarci, e il dolore impallidisce
davanti alla meta.
Era come se la strada che finora aveva seguito si fosse
sgomitolata ai suoi piedi e linsieme confuso dei suoi
giorni si fosse disposto in bellordine, sulla linea che
adesso stava seguendo di buon passo. Resta da stabilire in quale
direzione procedesse, voi direte, ma in realtà non è che questo
importi più di tanto: una retta procede da entrambe le parti
senza avere unorigine e senza incontrare fine.
Unillusione docile, una speranza estesa allinfinito
che rende forti con le sue promesse, un lentissimo raccogliere il
proprio passato intuendo un futuro ormai irraggiungibile, come un
labirinto rettilineo dalle pareti a specchio -che tutti quei
meravigliosi paesaggi fossero un suo riflesso?- il tutto o il
niente al di là di un orizzonte sempre più lontano.
Ed essere felici e inconsapevoli di tutto questo, canticchiare
sapendo che casa non può essere troppo lontana, ormai. Che
essere insignificante sarebbe luomo, senza la speranza!
sarà quel che sarà,
questa vita è solo unautostrada,
che ci porterà
alla fine della giornata.
L.D.
PROLOGO
-Che assurdità!- esclamò dun tratto Alice, tenendo il
dito puntato sulle righe del suo libro. -Perché mai si dovrebbe
pensare di costruire un luogo così complicato, se poi basta un
pezzo di spago per uscirne! E a che serve poi scriverlo in un
libro senza figure?
-Sai Dinah,- continuò -se avessero chiesto a me di costruirne
uno, mi sarebbe bastata una linea, una sola!, che però
proseguisse diritta senza arrivare in nessun luogo. che cosa ne
pensi?
Dinah la fissò in silenzio, e Alice riprese a parlare:
-Facciamo finta che davvero io debba imprigionare qualcuno...
vediamo. Bè, basterebbe un cerchio, e tutto sarebbe risolto! Il
poverino non saprebbe più da che parte andare, e ben presto
finirebbe a camminare a testa in giù! Proprio così! Si, sono
sicura che questo sarebbe il modo migliore, e stai pur certa,
cara, che di queste cose io ho ormai una certa esperienza.
A questo punto accarezzò la vecchia gatta, chiuse il libro e,
dal momento che il caldo della giornata la faceva sentire un
po instupidita, si sdraiò sul prato predisponendosi ad uno
dei suoi meravigliosi sogni, in quel frammento di giardino chiuso
dalla graziosa siepe circolare, proprio accanto al vialetto di
sassolini bianchi che scorreva dritto in mezzo al prato, nel
dorato pomeriggio inglese.
-Perlomeno- disse prima di addormentarsi -sono riusciti a dargli
un nome curioso: labirinto è una parola così buffa da
pronunciare!-