Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza

Concorso Letterario "Federico Ghibaudo"
1° Classificato -1998


"LO SPECCHIO NELLO SPECCHIO"
Un labirinto

di Lorenzo Piccolo - 4aD



per Alice

EPILOGO

Era un tentativo di dire come il solo labirinto possibile -il solo labirinto pensabile- sia l’uomo, di come lo svolgersi della vita ne sia il riflesso, di quanto siano belli gli arabeschi disegnati sulla superficie degli specchi.



E tu dovrai mantenerti in equilibrio sul filo sottile
che separa il sonno dalla veglia,
oppure galleggiare
come coloro per i quali
il sonno e la veglia sono la stessa cosa.
Micheal



I.



Non sapendo quando l’Alba possa venire,
apro ogni Porta, che abbia Piume, come un Uccello,
o Onde, come una Spiaggia.
E.D.



Era prigioniero della torre, come tutti.

E come tutti aspettava. Seduto, appoggiato alla finestra, i capelli che scivolavano a ciocche sulla fronte pallida, nascondendola. Guardava giù.
Il corpo della torre, nero come il sorriso di un assassino, non si poteva confondere con la notte in cui essa era avvolta, ma se ne staccava, scintillando di una bellezza tetra e maestosa. Mattone dopo mattone, lo vedeva perdersi e quasi dissolversi nella nebbia, laggiù. Nebbia.
Impenetrabile e misteriosa, sfocava i confini di ogni cosa, nascondendone la realtà: sempre che ci fosse, una realtà da nascondere. Così pensava l’uomo, rimanendo rannicchiato; e così chissà quanti, quanti altri uomini pensavano, si disse, avvolgendosi nell’ombra, chissà quanti come lui nella torre, a guardare giù, e a pensare. Forse nessuno: forse, piuttosto, era solo, perché così si sentiva. Solo.

Imprigionato da mura indefinite e infinite, impalpabili, a vedersi immense come i desideri di un uomo, eppure soffocanti come il ricordo di un dolore in una mattina di sole. Sembra che seguissero un perimetro circolare.
Del resto, una circonferenza è perfetta per contenere tutta quanta la fragile grandiosità -grandiosa fragilità- di un essere umano (che, a dire il vero, potrebbe essere considerato un suo punto).
Avvolge uno spazio, avvolta da spazio, infinitamente finita.
Non occorre niente di più: ed in effetti non c’era.
Nessuna porta, nessuna uscita: solo le mura. Poi la finestra.

E la torre si stagliava, esile e nera, sopra la nebbia, vaporosa come in una sera di Novembre.
Ma non esistevano i mesi, e le stagioni: non avrebbero avuto senso.
Non che l’uomo in quel tempo ne avesse.
Neanche un alito di vento. L’aria era fredda, tagliente come una spada, ma immobile come sempre.
Il piccolo uomo inspirò profondamente una, due, tre volte, e chiuse gli occhi. Il cielo, adesso, sembrava accarezzarlo.

Era rimasto per terra, rannicchiato, sprofondato nelle pietre fredde e dure del pavimento, a ricordare, in silenzio, per un tempo interminabile.
Dico in silenzio perché, a volte, pensando, parlava, come rivolgendosi alle ombre che scivolano lungo le pareti. Non si aspettava certo una risposta, non da loro; lo faceva per ricordare se stesso, di quando in quando, di avere una voce: avrebbe preferito dimenticarsene, ma non ci riusciva. Se per abitudine, o piuttosto per via di quel misterioso e innato amore che ogni uomo nutre per la propria anima, non so.
Sta di fatto che parlava.

Ed ora, ecco, in quel luogo gelido e buio e terribile, gli pareva possibile poter vedere, e toccare, e respirare i suoi pensieri: e allora essi avrebbero parlato al suo posto, e lui sarebbe rimasto ad ascoltare. Attese, e attese.
Ma i suoi pensieri generarono sogni, e i sogni incubi. Si accorse dunque finalmente, all’improvviso -e fu come un bacio d’inverno- che essi non l’avrebbero condotto in alcun luogo, ma che a lui stesso -e a lui soltanto- spettava il compito di intrappolarli, e domarli, e condurli.
Non era troppo tardi. Non ancora.

L’arco era ampio abbastanza da permettergli di non chinare la testa. Il viso ricordava, nel suo pallore, la bianca vela di una zattera persa nell’oceano, spiegata e fiera davanti al mare senza confini senza terre senza pace, distesa e forte, appena scossa dal sussurro dell’immensa ultima tempesta che la chiama a sé.
Né i nudi piedi vacillavano, ma rimanevano immobili sul massiccio davanzale di pietra. Dopotutto, non era mai servito a niente. Mai aveva ospitato fiori o desideri irraggiungibili o speranze infrante, lasciando che si appoggiassero su di sé, che si aggrappassero, né mai li aveva confortati: bisogna tuttavia pensare che forse, in quel mondo, essi non esistevano.

Ma il piccolo uomo era già oltre quel mondo,
e al di là di tutti i mondi;
non più essere umano,
né creatura terrestre avvolta dal cielo: ma aria, e terra, e cielo.
Non più zattera alla deriva,
piccola luce persa nel mare: ma acqua, e fuoco, e mare.


E bastava volerlo.

Lo scuro sguardo scrutava l’invisibile, la palpebre spalancate, senza riposo, rimanevano immobili, gli occhi sembravano quasi respirare, piano, come due predatori davanti alle loro prede. (chiunque lo avrebbe capito) Leone e zebra, topolino e serpente, uomo e cielo: la natura, in fondo, rimane sempre coerente con se stessa -per non dire uguale- anche se si maschera in modo meraviglioso. Sfida.
Sfida davanti al vuoto, sfida davanti al mondo, sfida davanti al tempo, davanti al passato e al futuro, davanti alla memoria degli uomini e delle loro fragili speranze.

E accadde allora.
Fu allora che l’infinito si accorse di lui e lo vide, attraverso quegli occhi, e allora lo accolse, e lo avvolse: o meglio lo afferrò.
Il tempo si fermò per un attimo, per un attimo si fermò il respiro: eppure il cuore continuava a battere, come non aveva battuto mai.
Odore di immenso. O meglio profumo. (sì, profumo è la parola giusta)
Un profumo seducente come il canto di una sirena, eppure appena sussurrato come un suggerimento, o una parola di conforto.

Un profumo da ascoltare.

Il cielo si apriva grande e libero dinanzi a lui, e dietro di lui si schiuse, docile, dopo aver atteso pazientemente la fine del viaggio. Il tempo sembrava non essere mai esistito, e chissà, forse era soltanto stato un’illusione, un passatempo, un intervallo nell’eternità, il tentativo di contare l’infinito.
Come un bambino che pretenda di chiudere le stelle tra le dita.
Dove l’uomo, che da sempre si diletta giocando con gli specchi, poiché il mondo lo aveva creato, volle a sua volta creare il mondo: non uno qualsiasi, bensì il suo. Inventare il tempo venne subito dopo. Certe volte le cose che marciano al rovescio sono le più interessanti. Tuttavia non sempre le migliori.

Ridestatosi improvvisamente dal non troppo logico filo dei suoi pensieri, il cielo si volse di nuovo a guardare l’uomo. Detestava perdersi quello che sarebbe avvenuto di lì a poco, e si ripropose per il futuro di evitare di distrarsi senza un buon motivo per farlo.
Il passaggio dell’uomo fu dolce e leggero come una goccia di pioggia, e il cielo ne sorrise compiaciuto, ritenendo di aver operato una buona scelta e, ne era certo, se aveva imparato qualcosa della natura umana, anche il suo piccolo visitatore pensava esattamente la stessa cosa.

Ci sono giorni in cui il mondo intero sembra intento a pensare, a cercare le parole, a costruire castelli in aria, e a sperare. E allora tutto tace. Questo di solito accade d’inverno, quando il freddo ti spinge a riscaldare il cuore.
(so, certo, che è per via della stagione, ma non ho mai davvero capito perché il cielo in questi giorni, che elevano l’uomo verso di esso, invece che azzurro -del colore, cioè, dei pensieri- sia grigio)
Non so se quello si potesse definire mondo, né se il tempo conoscesse i giorni, ma accadde esattamente la stessa cosa. Silenzio.

(...)

Anni o istanti, non si può dire: sta di fatto che del tempo passò.
Il cielo sedeva annoiato, contando oziosamente le finestrelle della torre, quando fu toccato da una prima, debole brezza. Rise piano, accorgendosi che finalmente il gioco ricominciava.
(a onor del vero, rise anche per via del solletico)
Soffiò più forte, e più forte il cielo rise. Stavolta perché si era accorto di quanto fosse nuovo quel vento che stava nascendo. Sapeva distinguerli, lui, sapeva dalla prima folata il nome, la forza, la direzione: d’altronde erano quasi tutti figli suoi, e da buon padre li conosceva.
Questo però era nuovo davvero, e figlio suo no di certo.

Alla nebbia, cuscino dell’aria, era rimasto impigliato il respiro del piccolo uomo, qualche pensiero e un sogno.
Il vento si chinò e li prese, tutti insieme.
Li trascinò con sé, nelle sue mani forti, li fece di nuovo volare. Veloce e leggero, soffiò intorno alla torre, e andò più in alto, impetuoso, e più in alto ancora, verso le tenebre, verso le mura nere, e ancora più su, soffiando più forte, un altro giro tutt’intorno, quasi danzando: fino al triste, enorme davanzale di una stanza vuota, dove qualcuno aspettava, con gli occhi immersi nell’infinito.
Allora, e soltanto allora, si arrestò: e fu come se non fosse mai esistito. Sulla nera fila di mattoni depose i suoi piccoli doni ed un’occhiata furtiva.
Poi se ne andò.

L’uomo aprì gli occhi, e vi fece entrare il cielo.
Come solitamente si fa con un fiore, raccolse la sfida.

e intanto milioni di rose rifluivano sul bagnasciuga,
e chissà se si può capire,
che milioni di rose non profumano mica,
se non sono i tuoi fiori a fiorire.
F.D.G.



II.



Abbagliato dalla luna,
rivide sulle fredde pareti le sue immagini riflesse
come ombre nere che s’intersecano
e si sovrapponevano a formare
un labirinto d’ombre nel labirinto
F.D.



Se solo avessi davanti a me uno specchio,
tutto questo potrei vederlo riflesso negli occhi della mia immagine,
e non sarebbe così difficile da dire e da capire.


Ti piacerebbe abitare nella Casa dello Specchio, Kitty?
Sono sicuro che ci sono delle cose meravigliose!
Facciamo finta che ci sia un modo per entrare, Kitty.
Facciamo finta che il vetro sia diventato morbido come nebbia,
e che possiamo passare dall’altra parte.
L.C.



I.


Camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente,
lungo un corso d’acqua che scorre quieto,
è sempre una cosa piena di mistero,
e sommuove gli abissi dell’animo.
H.H.



La strada procedeva diritta, seguendo scrupolosamente la prospettiva.
Un ragazzo camminava, solo, seguendo diligentemente la strada.
Ai suoi occhi appariva come una V rovesciata; del resto lo sguardo umano è piuttosto incline a rovesciare le cose.
Ci si dovrebbe adesso chiedere come il ragazzo apparisse sulla strada, se non altro per una questione di equità.
Sui vent’anni, bello di quella bellezza che è forza, energia, gioventù; di passo veloce e allegro; di cuore leggero.
Stava tornando a casa. Era la prima volta. L’aveva lasciata tempo prima, per vivere.

Immaginava già i grandi spargimenti di lacrime di sua madre. Facevano parte della festa.
Diavolo, stava tornando a casa! Avrebbe rivisto i suoi fratelli, i suoi amici, forse anche la ragazza della porta accanto che un giorno -se si ricordava bene, era di maggio- gli aveva sorriso.
E poi suo padre, la fontana della piazza, la collina che si lasciava intravedere appena dalla finestra della cucina, avrebbe visto la luna, la dolcissima luna, che sembrava sorridergli solo quando camminava per il sentiero di ciottoli a lui così caro, con la sua testa di ragazzino piegata all’insù, tutta piena di pensieri complicati e bellissimi. Avrebbe incontrato ricordi che credeva perduti, e che erano invece appena smarriti. Avrebbe ritrovato i suoi luoghi segreti -il mio albero preferito, ti riconosco, sei tu, ci sei sempre. che bello poterti abbracciare ancora, il mio giardino, che mille e mille volte mi ha accompagnato attraverso mondi inventati per il solo piacere di esplorarli, e i fili d’erba che sembrano sempre tutti al loro posto, la roccia vicino al fiume sopra la quale ci si sdraiava a guardare le metamorfosi delle nuvole, quel gradino che dà sul vialetto dove mi sedevo a leggere quando ero triste, quel pianoforte che non sono mai riuscito a suonare e che alla fine amavo, la mia finestra!, dalla quale ho visto nascere e morire tante volte il sole, queste mura, dentro cui senza che io me ne accorgessi, sono rimasti impigliati tutti i miei pensieri e i sogni di bambino, la parte di me più misteriosa.
Pensando a queste cose, dondolava leggermente la testa e teneva gli occhi socchiusi. Se anche si fosse addormentato, pensò, sarebbe stata sua madre a risvegliarlo con un bacio, come un tempo.
Stava tornando a casa!

Ogni tanto gli balenava il dubbio di aver sbagliato strada, ma il dubbio subito svaniva: le indicazioni erano chiare. Imboccata la via, sempre dritto. Fino a casa.
Certo, non si sarebbe immaginato che “sempre dritto” si dovesse prendere alla lettera: niente curve, mai. Se poi avesse saputo che di auto camion furgoni biciclette motorini persino di persone neanche l’ombra, forse non sarebbe neanche partito. Almeno, non con l’idea di viaggiare in autostop.
Tuttavia c’era il sole, il cielo anche, ed egli partì.
Avrebbe potuto essere un soldato, intendiamoci, non che necessariamente lo fosse, ma sarebbe perfetto per la nostra storia. Un piccolo soldato che ritorna a casa con le sue piccole ferite, che il tempo ormai sta già iniziando a cancellare, e di cui, chissà, forse un giorno si potrà ridere.
Con un piccolo zaino pieno di pensieri, e occhi grandi con cui divorare la strada, correre avanti al di là della linea dell’orizzonte.
Sì, perché lui correva, camminando. Correva come quando, bambino, tornava a casa la sera. Correva con gli occhi. Perché stava tornando a casa.

Prati verdi e rigogliosi sorridevano quieti al cielo, campi accarezzati appena dal giorno si piegavano mollemente al vento, e popolazioni intere di girasoli volgevano il capo a seguire il passaggio del ragazzo, cosa che se non altro spezzava la quotidiana monotonia: guardare qualcosa, una volta tanto, che splendesse più del sole.
Ma al di là di quel paesaggio che teneva in braccio la strada l’orizzonte continuava placidamente a stendersi senza lasciarsi scorgere, più e più volte invitando il ragazzo ad avventurarsi oltre il confine leggero che separava dall’erba il freddo asfalto. E lui a volte si fermava, guardando le infinite strade che si ricongiungevano intorno a lui come fossero ragnatele, cogliendone la bellezza quasi istintiva che un solo sguardo può dare, ed infine ripartiva.
Mondi sconosciuti e fantastici ruotavano su orbite nascoste chissà dove, dietro prati e campi e popolazioni intere di girasoli, si toccavano e si ingoiavano a vicenda, volavano come i pensieri delle lunghe sere d’estate, facevano ondeggiare le cime degli alberi e tremare le case, baciando il vento e le nuvole, regalavano costellazioni nuove al cielo e nuovi racconti agli uomini.
Tutti i futuri possibili, tutti quelli che possono capitare, o che si può scegliere di avere, quelli che ci rincorrono mentre noi ne inseguiamo altri, tutti i nostri giorni che ancora devono venire, e che ci aspettano proprio qui, dietro l’angolo, al prossimo bivio: tutta quella massa indistinta di cose che ci impone di sognare, che fa incontrare la gente, ciò che rende il mondo un bel posto per viverci, quello che un tempo qualcuno ha chiamato destino.
Ma c’è il rischio di perdersi, era come se pensasse il ragazzo, davanti a tutta questa bellezza. Anche soltanto a guardarla, anche nella sua apparente dolcezza. Meglio continuare verso casa, per la strada più lunga, magari, ma che mi ci porterà.
Riuscite ad immaginare qualcosa di più difficile, faticoso e contrario alla propria natura? Un uomo che procede seguendo una linea retta! Viene quasi da ridere.
All’altro capo della strada c’era la sua vita, però, e sapeva per certo che non si sarebbe potuto sbagliare; perciò il passo si faceva sempre più leggero, e gli occhi rispondevano con un gentile riflesso agli inviti dei prati e dei campi e di popolazioni intere di girasoli, che ormai si andavano disperdendo in paesaggi sempre più nuovi e stranieri.
Non si scorgevano frontiere, ma lui non si ricordava che ce ne fossero. Tutto bene.
Senza alcun dolore o rimpianto aveva scelto e continuava ad ogni passo a scegliere il suo cammino, e il resto del mondo guardava soltanto.
A rompere il silenzio era solo il rumore dei passi, che si diffondeva nitido attraverso l’aria, come a preannunciare l’arrivo del ragazzo alla casa lontana, suddividendo la distanza incolmabile in una ritmica successione di suoni, a tenere gli occhi chiusi lo avresti detto il tempo di una musica, magari un valzer, il battito di un cuore, il rumore di una solitaria goccia di pioggia che sfiora appena il mare e tuttavia lo scuote con tutta la sua forza.

E se il piccolo soldato avesse perso le sue battaglie? Mi spiego: se le ferite e la guerra da cui fuggiva lo avessero ucciso, senza che avesse il tempo di accorgersene, di capire, quando ormai aveva già iniziato il suo viaggio verso casa, con la testa e col cuore dico, là al fronte? Una cosa che inizia si finisce, dopotutto. Basta non pensarci, e il dolore impallidisce davanti alla meta.
Era come se la strada che finora aveva seguito si fosse sgomitolata ai suoi piedi e l’insieme confuso dei suoi giorni si fosse disposto in bell’ordine, sulla linea che adesso stava seguendo di buon passo. Resta da stabilire in quale direzione procedesse, voi direte, ma in realtà non è che questo importi più di tanto: una retta procede da entrambe le parti senza avere un’origine e senza incontrare fine.
Un’illusione docile, una speranza estesa all’infinito che rende forti con le sue promesse, un lentissimo raccogliere il proprio passato intuendo un futuro ormai irraggiungibile, come un labirinto rettilineo dalle pareti a specchio -che tutti quei meravigliosi paesaggi fossero un suo riflesso?- il tutto o il niente al di là di un orizzonte sempre più lontano.
Ed essere felici e inconsapevoli di tutto questo, canticchiare sapendo che casa non può essere troppo lontana, ormai. Che essere insignificante sarebbe l’uomo, senza la speranza!


sarà quel che sarà,
questa vita è solo un’autostrada,
che ci porterà
alla fine della giornata.
L.D.





PROLOGO



-Che assurdità!- esclamò d’un tratto Alice, tenendo il dito puntato sulle righe del suo libro. -Perché mai si dovrebbe pensare di costruire un luogo così complicato, se poi basta un pezzo di spago per uscirne! E a che serve poi scriverlo in un libro senza figure?
-Sai Dinah,- continuò -se avessero chiesto a me di costruirne uno, mi sarebbe bastata una linea, una sola!, che però proseguisse diritta senza arrivare in nessun luogo. che cosa ne pensi?
Dinah la fissò in silenzio, e Alice riprese a parlare:
-Facciamo finta che davvero io debba imprigionare qualcuno... vediamo. Bè, basterebbe un cerchio, e tutto sarebbe risolto! Il poverino non saprebbe più da che parte andare, e ben presto finirebbe a camminare a testa in giù! Proprio così! Si, sono sicura che questo sarebbe il modo migliore, e stai pur certa, cara, che di queste cose io ho ormai una certa esperienza.
A questo punto accarezzò la vecchia gatta, chiuse il libro e, dal momento che il caldo della giornata la faceva sentire un po’ instupidita, si sdraiò sul prato predisponendosi ad uno dei suoi meravigliosi sogni, in quel frammento di giardino chiuso dalla graziosa siepe circolare, proprio accanto al vialetto di sassolini bianchi che scorreva dritto in mezzo al prato, nel dorato pomeriggio inglese.
-Perlomeno- disse prima di addormentarsi -sono riusciti a dargli un nome curioso: labirinto è una parola così buffa da pronunciare!-