Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza |
di Lorenzo Piccolo - 5aD
Camminava accanto a lui con la sensazione quasi angosciosa
che quelluomo gli fosse destinato come amico
ma che tuttavia non fosse ancora il caso di parlarne.
Intuiva che lui aveva una natura diversa dalla sua,
e che unamicizia con lui poteva basarsi non su un
avvicinamento e una fusione,
ma soltanto sul fatto che ciascuno dei due, consapevole della
propria indole,
si accostasse allaltro liberamente e gli riconoscesse i
suoi diritti.
Da Amicizia di Herman Hesse, 1908
Gli occhi erano due biglie di vetro, nel buio della sala, e
scintillavano.
Il collo un po allungato in avanti, e poi quegli occhi.
Ogni altra cosa immobile; lui, la gente intorno a noi, e con
buona approssimazione tutto il resto del mondo. Teneva le mani
aggrappate ai braccioli come se fosse sullorlo di un abisso
e stesse per cadere. Mi pareva di sentirlo torcersi, quel lungo
rivestito di velluto rosso.
La luce che ci raggiungeva dal palco bagnava il suo viso e quelle
mani di un azzurro violento e quasi lunare. Lui non era bello.
Era piuttosto magro e decisamente troppo gracile. Poi aveva
spesso unespressione un po dispiaciuta negli occhi e
un modo di fare così timido che lo faceva sembrare ancora più
pallido di quello che era.
Ma ora, lì, in quel riverbero così irreale, sembrava un
fantasma di luce, una creatura immaginaria, non un abitante di
questa povera terra grigia e polverosa. E forse lo era.
Lopera. In me non suscitava la minima emozione. Non
cera verso di capirla. Se uno vuole cantare, penso, canti
pure, o reciti, se gli va; se poi cè un concerto ancora
meglio. Ma perché si impuntano a fare tutte queste cose insieme?
Lunico risultato è che non si capisce niente. Mah.
Pensavo a tutto, in quella sera di vento e pioggia di inizio
Novecento, seduto nel mio modesto palchetto da studente, a tutto
al di fuori della musica, del sentimento, della passione eccetera
eccetera. Sedevo nella mia poltroncina un po stordito e un
po scomposto, cercando il modo di poter stendere le gambe,
e guardavo lui. Guardare lui era meglio che guardare la scena.
Intanto perché non cantava. E poi perché in quel momento lui
era la giovinezza, era la vita, era la poesia. Stava fermo come
una statua di gesso, ma lo sentivi che dentro vibrava. Era un
accordo di violino. Tanta gente dice che la musica e lopera
sono fatti per gli spiriti nobili. Bene, se è così, allora
sedevo accanto ad un principe, quella sera di vento e di pioggia,
e io ero un contadino con le mani sporche di terra.
Era già tardi quando lopera finì. Quando uscimmo in
strada non cera più nessuno in giro.
La pioggia aveva lavato la città e per laria cera
odore di pulito e di bellezza.
Lui non aveva nessuna intenzione di andare a dormire.
Camminava eccitato senza preoccuparsi di scansare le pozzanghere,
guardando davanti a sé con aria concentrata. Le vie iniziarono a
farsi meno fitte e meno battute, il centro a poco a poco divenne
la periferia, e lui continuava a camminare nel suo silenzio pieno
di cose.
Mi portò su una specie di collina, al confine tra il mondo
immenso e sconosciuto e la nostra piccola città, e sotto di noi
la città dormiva, abbandonata dalle sue luci e cullata dalla
notte.
Poi dun tratto iniziò a parlare. Era un discorso lungo,
difficile, e bello. Me ne accorsi subito, e me ne ricordo bene,
perché fu allora che lo vidi per la prima volta. Insomma, lo
conoscevo da un po, ma non avevo mai visto come era fatto
-Al mondo si passa il tempo a guardarsi senza vedersi, in
effetti.- E in quella sera diventata notte io lo vedevo. Avevo
addosso una sensazione strana, che assomigliava allo stupore.
Forse era paura. Dietro limbroglio delle facce e delle
convenzioni non cero stato mai e mi sentivo indifeso, quasi
in imbarazzo.
E una musica che ti rende capace di credere
nelluomo. Quando la ascolto è come se centinaia di schegge
di ghiaccio attraversassero ogni parte, ogni singola fibra del
mio corpo.
Parlava con immagini grandi e dolci, che non aveva usato mai, con
una voce diversa che era un bagliore, una stella caduta per
sbaglio dalla sua famiglia celeste.
Quando ho addosso questa musica io sento di poter fare tutto,
e di essere forte, libero, capisci, per la prima volta in vita
mia. Sono importante, e fino a quando ci crederò sarà vero.
Sono vivo, e vivrò. Avrò una vita bella e grandissima, romperò
le montagne con le mani, raccoglierò il mare in un secchio.
Combatterò per la mia libertà e le mie idee, perché sono vivo.
Parlava in fretta, a tratti, a esplosioni, saltava alle
conclusioni, rideva come un bambino, poi mi guardava e rideva di
nuovo. Non facevo in tempo ad afferrare il senso compiuto delle
parole, sentivo solo quella voce, nuotavo nei suoni, guardavo i
suoi occhi. Sognavo con lui.
Io posso fare tutto, creare cose nuove e sconosciute,
innamorarmi, vivere, lottare, vincere. Tutto. Tutto. Io posso
volare, August. Sono un angelo in borghese. Riporterò il mondo a
ruotare nel verso giusto. Il verso della musica. Il verso degli
uomini.
Sembrava stupito lui stesso delle sue parole, e parlava come un
ubriaco. Ma aveva bevuto soltanto un po di musica, e la
luce delle stelle.
E una missione, August. Lo vedi il cielo? Io sopra ci
ho visto addirittura scritta la mia strada. Adesso che ho capito
qualè, la percorrerò fino in fondo. La divorerò.
Agitava le mani e le parole, descrivendomi il futuro tanto
limpidamente da farmelo sentire vivo sotto i polpastrelli.
Se la vita è una lotta, lotterò, proteggerò il mio mondo.
Quello che nessuno può vedere e di cui nessuno si accorge lo
scoprirò io, sarò scienziato, sarò un eroe, un santo. Io
cambierò il mondo.
Avrei voluto rispondere che ciascuno cambia il mondo, se lo
vuole, che lui non era il solo, che quando uno ha ventanni
si deve sentire così, per forza, che è nellordine delle
cose, che anchio mi sentivo come lui. Invece non dicevo
niente, mi lasciavo portare da quello che lui diceva come un
bambino che si aggrappa alla mano di suo padre. Io, io, io,
diceva al mondo. Nel suo ordine di idee, lui era il solo ad
esistere. Ma va bene lo stesso, pensavo, almeno lui ha il
coraggio di gridarlo forte, come se capitasse per la prima volta
dalla nascita della terra, perché per ciascuno è sempre la
prima volta, perché lui ha voglia di cantarlo, di ridere; se la
vita è una lotta, vincerà il più forte, vincerà il più
bello, vincerà chi avrà ragione; e se lui perderà avrà
comunque tentato.
Mi rendo conto adesso che davanti ad un ragazzo di quindici anni
che dice queste cose dovrebbe esserci qualcuno ad ascoltare. E io
ero là apposta quella volta, quel giorno, e da quel giorno molte
altre volte.
Diventai uno specchio. Vi siete mai chiesti a che cosa pensa uno
specchio mentre vi riflettete?
Io riflettevo le sue parole, il suo cuore, i suoi occhi. Seduto
sulla vecchia panchina di Schönbrunn, o camminando per strada.
Sempre. Raccoglievo dalla strada e dallaria i pensieri che
si lasciava cadere dietro come briciole di pane, e poi glieli
rispedivo indietro.
Imparai a conoscerlo, imparai il suo meccanismo, imparai a
prevedere il suo umore.
Passava giornate di oscurità, di notte, dun tratto perdeva
tutta la sua energia, la sua voglia di fare. Quelle giornate
erano come il silenzio tra una parola e laltra in un
discorso molto lento.
Leggeva molto e molto disordinatamente.
Quando doveva dire qualcosa di serio parlava con una voce che non
era la sua. E poi, era un artista. Ascoltavo. Credo sia per
questo che adesso ho un discreto orecchio per la musica, che, per
inciso, divenne poi il mio mestiere. Lui era la musica, io il
pubblico. Era difficile, certo, ma ne valeva la pena. Era come
assistere ad un concerto lunghissimo ed entusiasmante; non riesco
però a trovare un compositore che gli corrisponda del tutto,
anche perché non riesco e ricostruire con esattezza i discorsi
che mi fece. Di quel periodo della mia vita, di lui, ricordo
distintamente solo quegli occhi.
Quegli occhi, e il giorno in cui è scomparso, dalla mia casa e
dalla mia vita. Era autunno; lAustria era gialla e rossa;
ma lui era nascosto chissà dove. Io mi sentii vuoto come un
barattolo.
E così che ho iniziato a studiare la musica di tutti i
giorni, quella che si studia in conservatorio, per ricordarmi di
lui, che era la musica vera, quella a cui si può credere.
Lho rivisto dopo molti anni. Lo stesso; eppure diverso.
Come tutti, suppongo, al passare del tempo. E stato allora
che per la prima volta mi sono chiesto il senso della nostra
amicizia, sempre che così si possa chiamare. E amicizia
dare, offrire tutto se stesso, ascoltare basta? Non lo so. Allora
pensavo di sì. Ora non ne sono sicuro. Ma ora non sono più
sicuro di niente. Chissà, mi chiedo, chi alla fine dei conti era
quello che dava: io, che spegnevo la luce e scomparivo negli
angoli buie gelidi di me stesso, per ascoltare; o lui, che mi
raccontava i suoi pensieri piccoli e grandi come lunghe fiabe
avventurose? Vorrei, vorrei davvero sapere se abbiamo mai avuto
bisogno di quello stretto legame, o se uno di noi ha manovrato
laltro, se insieme ci siamo completati o se uno di noi ha
vinto sullaltro, e chi dei due era in effetti il burattino
e chi il ventriloquo, ed è per questo che mi ostino a frugare
tra le pieghe del passato. Se scrivo queste pagine è per me e
per nessun altro.
Lui parla, e io ascolto. Chi dei due prevale sullaltro?
Non ho mai capito niente, in fondo, né di lui, né tantomeno di
me stesso.
Vorrei sapere cose che sono già dentro di me, me ne rendo conto,
ma ho troppa paura di fare le domande, e di trovare le risposte.
Perciò sono costretto a tenermi i miei ricordi finti, di
cartone, distorti come fummo e affumicati da tutto quello che poi
è successo e dalla memoria.
Del resto, tutto questo conta poco nel discorso generale, ai fini
della Storia voglio dire.
E va bene così. A ciascuno il suo.
Dopo il nostro secondo incontro sono successe molte altre cose, e
molte cose non ho capito, non per colpa mia, ma perché sono
successe cose che non si possono capire.
Il mio amico trasformò davvero il mondo, fece addirittura
ruotare il sole allincontrario.
Quel ragazzino triste e allegro, che portava sempre la notte e il
giorno dentro di sé, si uccise in un giorno di primavera, nel
cuore della terra, tra le briciole di una città che era stata
grande e che adesso era solo sassi e sabbia.
Si chiamava Adolf Hitler.
August Kubizek
August Kubizek è realmente esistito. Visse in Austria. Prima
della guerra del 1914 fu direttore dorchestra al Teatro
Civico di Merburg e dal 1920 segretario comunale a Eferding.
Morì nel 1956.
Fu amico di Hitler adolescente, prima a Linz, e poi a Vienna, dal
1904 al 1908, anno in cui Hitler scomparve per non presentarsi al
servizio di leva.
Nei suoi molti scritti autobiografici documenta il controverso
carattere, le disordinate letture dei primi anni -Nietzche,
misticismo, ipnosi, occultismo- e le prime suggestioni esoteriche
del futuro padrone del mondo, che non sono da sottovalutare. (Lo
stesso simbolo del partito, ad esempio, la famigerata svastica,
è il capovolgimento di un antico simbolo solare della cultura
orientale).
In particolare Kubizec ricorda un episodio del 1904, avvenuto sul
Freinberg, una collina nei pressi di Linz. Dopo aver assistito al
Rienzi, unopera minore di Wagner, il suo amico gli parlò
per la prima volta dei suoi confusi progetti con quella voce
ipnotica, frammentata, caratterizzata da violenti toni dira
che avrebbe usato poi nei suoi discorsi politici, una voce
diversa dalla sua voce normale, manifestazione forse di una forma
di schizofrenia che lavrebbe accompagnato tutta la vita.
Anche Adolf Hitler è realmente esistito.