Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza

Premio Letterario "Federico Ghibaudo"
Secondo Classificato

"UN’AMICIZIA STRAORDINARIA"

di Lorenzo Piccolo - 5aD


Camminava accanto a lui con la sensazione quasi angosciosa
che quell’uomo gli fosse destinato come amico
ma che tuttavia non fosse ancora il caso di parlarne.
Intuiva che lui aveva una natura diversa dalla sua,
e che un’amicizia con lui poteva basarsi non su un avvicinamento e una fusione,
ma soltanto sul fatto che ciascuno dei due, consapevole della propria indole,
si accostasse all’altro liberamente e gli riconoscesse i suoi diritti.

Da “Amicizia” di Herman Hesse, 1908




Gli occhi erano due biglie di vetro, nel buio della sala, e scintillavano.
Il collo un po’ allungato in avanti, e poi quegli occhi.
Ogni altra cosa immobile; lui, la gente intorno a noi, e con buona approssimazione tutto il resto del mondo. Teneva le mani aggrappate ai braccioli come se fosse sull’orlo di un abisso e stesse per cadere. Mi pareva di sentirlo torcersi, quel lungo rivestito di velluto rosso.
La luce che ci raggiungeva dal palco bagnava il suo viso e quelle mani di un azzurro violento e quasi lunare. Lui non era bello. Era piuttosto magro e decisamente troppo gracile. Poi aveva spesso un’espressione un po’ dispiaciuta negli occhi e un modo di fare così timido che lo faceva sembrare ancora più pallido di quello che era.
Ma ora, lì, in quel riverbero così irreale, sembrava un fantasma di luce, una creatura immaginaria, non un abitante di questa povera terra grigia e polverosa. E forse lo era.
L’opera. In me non suscitava la minima emozione. Non c’era verso di capirla. Se uno vuole cantare, penso, canti pure, o reciti, se gli va; se poi c’è un concerto ancora meglio. Ma perché si impuntano a fare tutte queste cose insieme? L’unico risultato è che non si capisce niente. Mah.
Pensavo a tutto, in quella sera di vento e pioggia di inizio Novecento, seduto nel mio modesto palchetto da studente, a tutto al di fuori della musica, del sentimento, della passione eccetera eccetera. Sedevo nella mia poltroncina un po’ stordito e un po’ scomposto, cercando il modo di poter stendere le gambe, e guardavo lui. Guardare lui era meglio che guardare la scena. Intanto perché non cantava. E poi perché in quel momento lui era la giovinezza, era la vita, era la poesia. Stava fermo come una statua di gesso, ma lo sentivi che dentro vibrava. Era un accordo di violino. Tanta gente dice che la musica e l’opera sono fatti per gli spiriti nobili. Bene, se è così, allora sedevo accanto ad un principe, quella sera di vento e di pioggia, e io ero un contadino con le mani sporche di terra.
Era già tardi quando l’opera finì. Quando uscimmo in strada non c’era più nessuno in giro.
La pioggia aveva lavato la città e per l’aria c’era odore di pulito e di bellezza.
Lui non aveva nessuna intenzione di andare a dormire.
Camminava eccitato senza preoccuparsi di scansare le pozzanghere, guardando davanti a sé con aria concentrata. Le vie iniziarono a farsi meno fitte e meno battute, il centro a poco a poco divenne la periferia, e lui continuava a camminare nel suo silenzio pieno di cose.
Mi portò su una specie di collina, al confine tra il mondo immenso e sconosciuto e la nostra piccola città, e sotto di noi la città dormiva, abbandonata dalle sue luci e cullata dalla notte.
Poi d’un tratto iniziò a parlare. Era un discorso lungo, difficile, e bello. Me ne accorsi subito, e me ne ricordo bene, perché fu allora che lo vidi per la prima volta. Insomma, lo conoscevo da un po’, ma non avevo mai visto come era fatto -Al mondo si passa il tempo a guardarsi senza vedersi, in effetti.- E in quella sera diventata notte io lo vedevo. Avevo addosso una sensazione strana, che assomigliava allo stupore. Forse era paura. Dietro l’imbroglio delle facce e delle convenzioni non c’ero stato mai e mi sentivo indifeso, quasi in imbarazzo.
E’ una musica che ti rende capace di credere nell’uomo. Quando la ascolto è come se centinaia di schegge di ghiaccio attraversassero ogni parte, ogni singola fibra del mio corpo.
Parlava con immagini grandi e dolci, che non aveva usato mai, con una voce diversa che era un bagliore, una stella caduta per sbaglio dalla sua famiglia celeste.
Quando ho addosso questa musica io sento di poter fare tutto, e di essere forte, libero, capisci, per la prima volta in vita mia. Sono importante, e fino a quando ci crederò sarà vero. Sono vivo, e vivrò. Avrò una vita bella e grandissima, romperò le montagne con le mani, raccoglierò il mare in un secchio. Combatterò per la mia libertà e le mie idee, perché sono vivo.
Parlava in fretta, a tratti, a esplosioni, saltava alle conclusioni, rideva come un bambino, poi mi guardava e rideva di nuovo. Non facevo in tempo ad afferrare il senso compiuto delle parole, sentivo solo quella voce, nuotavo nei suoni, guardavo i suoi occhi. Sognavo con lui.
Io posso fare tutto, creare cose nuove e sconosciute, innamorarmi, vivere, lottare, vincere. Tutto. Tutto. Io posso volare, August. Sono un angelo in borghese. Riporterò il mondo a ruotare nel verso giusto. Il verso della musica. Il verso degli uomini.
Sembrava stupito lui stesso delle sue parole, e parlava come un ubriaco. Ma aveva bevuto soltanto un po’ di musica, e la luce delle stelle.
E’ una missione, August. Lo vedi il cielo? Io sopra ci ho visto addirittura scritta la mia strada. Adesso che ho capito qual’è, la percorrerò fino in fondo. La divorerò.
Agitava le mani e le parole, descrivendomi il futuro tanto limpidamente da farmelo sentire vivo sotto i polpastrelli.
Se la vita è una lotta, lotterò, proteggerò il mio mondo. Quello che nessuno può vedere e di cui nessuno si accorge lo scoprirò io, sarò scienziato, sarò un eroe, un santo. Io cambierò il mondo.
Avrei voluto rispondere che ciascuno cambia il mondo, se lo vuole, che lui non era il solo, che quando uno ha vent’anni si deve sentire così, per forza, che è nell’ordine delle cose, che anch’io mi sentivo come lui. Invece non dicevo niente, mi lasciavo portare da quello che lui diceva come un bambino che si aggrappa alla mano di suo padre. Io, io, io, diceva al mondo. Nel suo ordine di idee, lui era il solo ad esistere. Ma va bene lo stesso, pensavo, almeno lui ha il coraggio di gridarlo forte, come se capitasse per la prima volta dalla nascita della terra, perché per ciascuno è sempre la prima volta, perché lui ha voglia di cantarlo, di ridere; se la vita è una lotta, vincerà il più forte, vincerà il più bello, vincerà chi avrà ragione; e se lui perderà avrà comunque tentato.
Mi rendo conto adesso che davanti ad un ragazzo di quindici anni che dice queste cose dovrebbe esserci qualcuno ad ascoltare. E io ero là apposta quella volta, quel giorno, e da quel giorno molte altre volte.
Diventai uno specchio. Vi siete mai chiesti a che cosa pensa uno specchio mentre vi riflettete?
Io riflettevo le sue parole, il suo cuore, i suoi occhi. Seduto sulla vecchia panchina di Schönbrunn, o camminando per strada. Sempre. Raccoglievo dalla strada e dall’aria i pensieri che si lasciava cadere dietro come briciole di pane, e poi glieli rispedivo indietro.
Imparai a conoscerlo, imparai il suo meccanismo, imparai a prevedere il suo umore.
Passava giornate di oscurità, di notte, d’un tratto perdeva tutta la sua energia, la sua voglia di fare. Quelle giornate erano come il silenzio tra una parola e l’altra in un discorso molto lento.
Leggeva molto e molto disordinatamente.
Quando doveva dire qualcosa di serio parlava con una voce che non era la sua. E poi, era un artista. Ascoltavo. Credo sia per questo che adesso ho un discreto orecchio per la musica, che, per inciso, divenne poi il mio mestiere. Lui era la musica, io il pubblico. Era difficile, certo, ma ne valeva la pena. Era come assistere ad un concerto lunghissimo ed entusiasmante; non riesco però a trovare un compositore che gli corrisponda del tutto, anche perché non riesco e ricostruire con esattezza i discorsi che mi fece. Di quel periodo della mia vita, di lui, ricordo distintamente solo quegli occhi.
Quegli occhi, e il giorno in cui è scomparso, dalla mia casa e dalla mia vita. Era autunno; l’Austria era gialla e rossa; ma lui era nascosto chissà dove. Io mi sentii vuoto come un barattolo.
E’ così che ho iniziato a studiare la musica di tutti i giorni, quella che si studia in conservatorio, per ricordarmi di lui, che era la musica vera, quella a cui si può credere.
L’ho rivisto dopo molti anni. Lo stesso; eppure diverso. Come tutti, suppongo, al passare del tempo. E’ stato allora che per la prima volta mi sono chiesto il senso della nostra amicizia, sempre che così si possa chiamare. E’ amicizia dare, offrire tutto se stesso, ascoltare basta? Non lo so. Allora pensavo di sì. Ora non ne sono sicuro. Ma ora non sono più sicuro di niente. Chissà, mi chiedo, chi alla fine dei conti era quello che dava: io, che spegnevo la luce e scomparivo negli angoli buie gelidi di me stesso, per ascoltare; o lui, che mi raccontava i suoi pensieri piccoli e grandi come lunghe fiabe avventurose? Vorrei, vorrei davvero sapere se abbiamo mai avuto bisogno di quello stretto legame, o se uno di noi ha manovrato l’altro, se insieme ci siamo completati o se uno di noi ha vinto sull’altro, e chi dei due era in effetti il burattino e chi il ventriloquo, ed è per questo che mi ostino a frugare tra le pieghe del passato. Se scrivo queste pagine è per me e per nessun altro.
Lui parla, e io ascolto. Chi dei due prevale sull’altro?
Non ho mai capito niente, in fondo, né di lui, né tantomeno di me stesso.
Vorrei sapere cose che sono già dentro di me, me ne rendo conto, ma ho troppa paura di fare le domande, e di trovare le risposte. Perciò sono costretto a tenermi i miei ricordi finti, di cartone, distorti come fummo e affumicati da tutto quello che poi è successo e dalla memoria.
Del resto, tutto questo conta poco nel discorso generale, ai fini della Storia voglio dire.
E va bene così. A ciascuno il suo.
Dopo il nostro secondo incontro sono successe molte altre cose, e molte cose non ho capito, non per colpa mia, ma perché sono successe cose che non si possono capire.
Il mio amico trasformò davvero il mondo, fece addirittura ruotare il sole all’incontrario.
Quel ragazzino triste e allegro, che portava sempre la notte e il giorno dentro di sé, si uccise in un giorno di primavera, nel cuore della terra, tra le briciole di una città che era stata grande e che adesso era solo sassi e sabbia.
Si chiamava Adolf Hitler.

August Kubizek



August Kubizek è realmente esistito. Visse in Austria. Prima della guerra del 1914 fu direttore d’orchestra al Teatro Civico di Merburg e dal 1920 segretario comunale a Eferding. Morì nel 1956.
Fu amico di Hitler adolescente, prima a Linz, e poi a Vienna, dal 1904 al 1908, anno in cui Hitler scomparve per non presentarsi al servizio di leva.
Nei suoi molti scritti autobiografici documenta il controverso carattere, le disordinate letture dei primi anni -Nietzche, misticismo, ipnosi, occultismo- e le prime suggestioni esoteriche del futuro padrone del mondo, che non sono da sottovalutare. (Lo stesso simbolo del partito, ad esempio, la famigerata svastica, è il capovolgimento di un antico simbolo solare della cultura orientale).
In particolare Kubizec ricorda un episodio del 1904, avvenuto sul Freinberg, una collina nei pressi di Linz. Dopo aver assistito al Rienzi, un’opera minore di Wagner, il suo amico gli parlò per la prima volta dei suoi confusi progetti con quella voce ipnotica, frammentata, caratterizzata da violenti toni d’ira che avrebbe usato poi nei suoi discorsi politici, una voce diversa dalla sua voce normale, manifestazione forse di una forma di schizofrenia che l’avrebbe accompagnato tutta la vita.

Anche Adolf Hitler è realmente esistito.