Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza

Premio Letterario "Federico Ghibaudo"
Premio Speciale Giuria

 

"RICORDI"

di Michele Altieri - 2a G

 

La notte era arrivata senza che se ne accorgesse. Il tempo non aveva più significato. Con lo sguardo fisso Elena osservava la pioggia scrosciante battere sul vetro. Sentiva il rumore dolce e costante ipnotizzarle la mente. Non c’era nessuno in casa. Nel camino ardeva l’ultimo tizzone mentre sul tavolo della stanza un bicchiere semi vuoto rispecchiava il suo stato d’animo. Il letto disfatto non le impediva di indossare un paio di pantaloni ed una maglietta piuttosto attillata. Aveva un bel fisico e il suo sguardo inquietante, con i suoi lineamenti mistici, erano un omaggio prezioso della natura. Intenta a contemplare l’alone lasciato dalla sua mano sulla finestra, non si era nemmeno accorta di ciò che stava stringendo nell’altra. Ad un tratto, come se un pensiero improvviso le avesse sfiorato la mente, il suo sguardo si localizzò sulla sua immagine riflessa nel vetro. L’oscurità incombeva dietro a quel volto non più allegro. E nello stesso istante si rese conto di avere una fotografia tra le dita. Nel rimirarla, un angolo della bocca si mosse verso l’alto, in un movimento quasi impercettibile. Non ce l’avrebbe fatta a sorridere. Nell’istantanea tutti i suoi compagni d’avventure estivi si trovavano schierati in riva al mare, perso tra i volti scontati degli amici spuntava un viso diverso. Giorgia.
- Beata te! Chissà come ti divertirai in Sardegna - diceva Giorgia quando la scuola era orinai finita da settimane - io dovrò restare a Monza. Siamo in due: io e il caldo.
Elena non se la sentiva proprio. Anche se non era una sua amica, le dispiaceva udire quella frase senza poter fare nulla.
- Perché non vieni con me?
Davanti a quelle parole a Giorgia sembrò di impazzire: non vedeva l’ora. Le due partirono assieme. Giorgia si sarebbe fermata solo due settimane. La prima sera le due si trovarono in camera da letto. Entrambe alla ricerca di un vestito non scontato da indossare.
- Perché non provi questo? - disse Giorgia - ce l’ho da un po’ ma va ancora di moda.
Moda. Elena aveva sentito quella parola poche volte. La notte era trascorsa tranquilla tranne per il fatto che, come al solito, Giorgia aveva trovato subito un compagno per le due settimane sarde mentre Elena, veterana del luogo, faceva fatica a trovarne uno per sè.
- Ti devi dare una svegliata - le ripeteva spesso l’amica - i ragazzi non verranno mai da te se non li provochi.
Anche questa frase le era parsa una novità. Col passare dei giorni la presenza di Giorgia cominciò ad elettrizzare la vita fin troppo scontata di Elena e lei stessa iniziò ad imitarla e ad adottarla come esempio. Al termine della vacanza, però, l’esempio era diventato una fissazione, e la fissazione una mania. Elena aveva deciso che avrebbe voluto assomigliare in tutto e per tutto a Giorgia, ma non aveva capito che questo sarebbe stata la causa della sua rovina.
Elena riprese a camminare per la stanza. Troppi ricordi amareggianti. Buttò un pezzo di legno sul focolare ormai fioco. Ma non sarebbe riuscita a ravvivarlo. Era troppo tardi. Così buttò un occhio sulla libreria imponente, dal fascino antico. Lì conservava i suoi ricordi più profondi. Balzò allo sguardo, come una fiamma chiara in un inferno oscuro, un vecchio volume: Il ritratto di Dorian Gray. Spinta da un volere quasi soprannaturale Elena lo prese in mano. Abbozzò nuovamente una sorta di sorriso, ma la bocca in un istante si inumidì di dolci lacrime. Nel sfogliare il romanzo incontrò un petalo di rosa, lasciato seccare tra le pagine.
- Un omaggio alla tua bellezza divina.
- Grazie Gabri, non ti dovevi disturbare, queste rose sono stupende. Grazie davvero amico mio.
Nel corridoio della scuola il frastuono dell’intervallo non impediva il generarsi di questa breve conversazione.
- Mi rendo conto di averti trattata male - proseguì Gabriele - ma ora sono più maturo e provo anche un sentimento più maturo: io ti amo, Elena.
Quelle parole le avevano proibito qualsiasi risposta.
- Ti capisco - riprese Elena come se stesse cercando di recuperare dopo un colpo subito - anch’io provavo le stesse cose. Ma adesso è diverso...
- Lo so che è diverso. Tu non sei più la stessa. Cosa ti è successo? Prima dell’estate non eri così. Ho aspettato a dirtelo ma mi sono fatto un’idea. Ti stai lasciando condizionare troppo da Giorgia.
- Smettila. Non ti permetto di offendere la mia migliore amica.
- Amica? Se lo fosse davvero non cercherebbe con insistenza la tua rovina.
- Attento, non tollero un comportamento del genere da parte tua.
- Ma guardati! La tua situazione scolastica sta precipitando in maniera smodata. Sei diventata una ragazza immorale. Non riesci più a capire il valore dei sentimenti e, cosa peggiore di tutte, non capisci chi davvero ti vuole bene.
Un rivolo rosso sgorgò dalle sottili dita di Elena. Stringeva le rose con tutto il suo rancore. Gabriele le scorse una brillantezza anormale negli occhi. Incapace di reggere la situazione la ragazza cominciò a correre, a scappare.
- Brava Elena, corri, vai a casa. Ma fammi un piacere: guardati allo specchio e cerca di capire cosa vedi.
Le sue parole si dissolsero nell’aria. Come il fumo dopo uno sparo.
Il libro le cadde di mano. Le pagine spiegazzate urtarono il gelido marmo del pavimento in un tonfo sordo. Elena credeva di sentire ancora il profumo inebriante della primavera. Le pareva di udire voci melodiche di colorati volatili. Ma il pensiero si infranse con lo stridere di pneumatici sul vialetto di casa. Quel fastidioso rumore evocava la morte. Non erano forse grida, quelle che udiva dal profondo del cuore?
- Ehi bella! Non vedo il tuo uomo. Ti accompagno a casa?
L’atmosfera fuori dal locale era asmatica. Facce poco raccomandabili popolavano quella comunità notturna. L’aria fredda era una strana sensazione di benessere. Un’ancora di salvezza dai fumi dell’alcol.
- Sei sicuro di essere sano?
La risposta errata di Elena stizzì notevolmente il giovane amico notturno. - Smamma. Me ne cercherò un’altra.
- Vengo io con te - Giorgia irruppe a salvare la situazione e poi, rivolta all’amica datti una svegliata, Elena.
Ancora quelle parole. Le rimbombarono in testa più di quanto non fosse mai successo prima.
- Non te la prendere - giunse un nuovo ragazzo - sali in macchina con me. Seguiremo la tua amica.
Elena acconsentì con un gesto meccanico, le pareva l’unica soluzione. Dopo che montò sulla vettura iniziò ad avere freddo. Un brivido gelido le corse lungo la schiena. Il suo accompagnatore accese il riscaldamento e fece partire il motore. La macchina avanzava silenziosa nella notte, a breve distanza da quella sulla quale era salita Giorgia. La velocità costante, la temperatura mite e l’ora tarda non le conciliavano il sonno. Era stranamente agitata.
- Se vuoi puoi dormire - disse il ragazzo.
Ma Elena ripensava alle parole dell’amica e a tutto quello che avevano significato fino a quel momento. Vide immagini crudeli schiarirsi nella mente, e cercò di eliminarle. Purtroppo non ci riusciva. Rumori, odori, colori le si attorcigliavano in testa creando una colonna luminosa, piena di fascino. Il vortice di caos aumentava e si ingrandiva a velocità spasmodica. D’un tratto vide una luce molto intensa annebbiarle qualsiasi tipo di pensiero. Un lampo capace di squarciare sia cielo sia terra. Poi nulla. Elena perse i sensi. Al suo risveglio si trovò sdraiata. C’erano arnbulanze e macchine della polizia. Non impiegò molto a scoprire la verità. Le due vetture erano finite fuori strada. Lei era l’unica sopravvissuta.
Il suono freddo del campanello la destò dai suoi pensieri. Presa di soprassalto corse ad aprire la porta. Era Gabriele.
- Bella serata - esordì - non trovi?
- Francamente non mi sento in vena di convenevoli. Dai perché sei venuto.
- Si direbbe che le buone maniere abbiano dimenticato il tuo indirizzo.
- Oh, basta con gli scherzi. Se sei venuto per parlarmi, allora parla. Altrimenti preferirei che te ne andassi.
- Ascoltami bene Elena, e questa volta cerca di capire. lo ti ho sempre ritenuta una brava ragazza, ma da quando ti sei legata a Giorgia hai come cambiato carattere. Sei diventata la sua immagine, ti sei fatta plagiare. Ora so che non mi ascolterai mai, però cerca di credere a chi può vedere le cose da un lato obiettivo.
- E’ inutile parlare di questo, soprattutto adesso che non c’è più.
E ancora una volta, in quella lunga nottata, le brillarono gli occhi.
- Anche se lei non c’è - riprese Gabriele - tu stai vivendo nel ricordo e, ogni volta che la mattina ti svegli, guardandoti allo specchio scorgi il suo volto. Non il tuo.
- Se hai finito con le prediche... - lo interruppe nuovamente Elena.
- Va bene. Fà pure come vuoi. Comunque ero venuto a dirti che sono in partenza.
- Partenza?
- Si, i miei genitori vanno a stare in Brasile per lavoro ed io li seguirò.
- E me lo dici cosi?
- In che altro modo avrei dovuto, secondo te?
Elena non riuscì a dire più nulla.
- E’ stata una scelta difficile, ma alla fine ho dovuto prenderla. Valutando la situazione mi sono accorto di una cosa: la persona più importante della mia vita sei tu. Io ti amo, e lo sai bene. Purtroppo se il mio amore non è corrisposto sono costretto a dimenticarti, e forse saprai che non sarà facile.
A causa di uno strano sentimento Elena cercava con tutte le sue forze di trattenere le lacrime.
- Io vado, la strada la conosco, ti lascio questa lettera. Mi hai sempre detto che volevi te ne scrivessi una. Eccola. Peccato che sia anche l’ultima.
Su queste parole Gabriele uscì e Elena rimase sola con la sua disperazione. Il caminetto si era ormai spento. Si sdraiò sull’unico divano della stanza. Ripensava agli innumerevoli bivi della sua vita, cercava di comprendere quale fosse stata la svolta errata. Tutto vano. Mentre i suoi sogni crollavano, gli occhi gonfi dalle lacrime inquadrarono nuovamente la fotografia di Giorgia. Il volto pareva deformarsi in un diabolico sorriso. Poi prese in mano la lettera. La guardò con molta attenzione. Solo ora comprendeva quanto Gabriele era stato importante. Un grido lacerante le trafisse il cuore. Elena si abbandonò all’oscurità, mentre la pioggia continuava a cadere. Costante, ingannevole, amara.