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Uno specchio. Due
oggetti.
Uno si riflette, l’altro è riflesso.
Sono due gemelli perfetti.
Uno è cosi., l’altro è lo stesso.
Tuttavia su uno specchio di cristallo
non due ma mille figure sono coinvolte in un ballo.
Rimbalzano, girano, ruotan come matte;
sono riflesse, diffuse, rifratte.
Sulla distesa brillante di una laguna si
rispecchia tranquilla la luna,
si osserva, si ammira, vanitosa,
mentre avvolta nella notte riposa.
Quell’immagine tonda e silenziosa
si alza ed inizia una danza vorticosa:
gira, rimbalza, cammina senza posa,
finché si adagia su una pietra preziosa.
L’immagine riflessa dalla laguna
sulla perla si è proiettata
e così quell’immensa luna
in una gemma si è tramutata.
Quel gioiello brilla incastonato
in un anello d’oro zecchino
che il ragazzo le ha regalato
nel giorno di San Valentino.
Ora passeggiano mano nella mano,
passano davanti a una vetrina,
la loro figura è riflessa dal piano,
ecco che si stacca, si alza, cammina
gira nell’aria cercando delle mete
finché si posa su uno specchio che
occupa tutta la parete.
Lì davanti le ballerine sono raccolte
e si esercitano con le giravolte.
Il tutù, i nastrini, le scarpette:
lo specchio li attira e li riflette
e cosi essi volteggiano in alto,
fanno un giro, un balzo, un salto.
Infine quei veli bianchi e rosa
si adagiano sul vestito di una sposa
diventano strascico, bouquet, fiocchi,
armonia di colori e gioia per gli occhi.
Gli sposi arrivano, felici in viso,
li sommerge una pioggia di riso.
Le immagini di quei chicchi lanciati
nell’aria
cominciano una danza allegra e varia:
salgono, salgono sempre di più
e all’improvviso ricadono giù:
scendono come fiocchi morbidi e bianchi
e sulla terra si posano stanchi,
coprono i tetti con un manto lieve;
candidi, soffici: sono la neve!
Sulla montagna più elevata
formano un ciuffo di panna montata,
una bianca distesa ghiacciata
che dal sole è accarezzata.
La neve si crogiola al dolce tepore
e non si accorge dei suo grave errore:
quei caldi, affilati raggi solari
sciolgono pian piano i suoi cristalli
regolari.
L’alta montagna innevata
inizia a piange disperata:
fiumi, torrenti e cascate
le rigano i fianchi e le vallate.
Dirompente e dirotto è il pianto
di quell’immenso monte affranto:
le sue lacrime, veloci
scorrono verso le foci.
Il mare le inghiotte e in un momento
nulla rimane del loro movimento.
Il rombo, il frastuono, il moto impetuoso
s’immergono nella quiete dei mare
silenzioso.
La massa delle acque si perde in
lontananza,
vibrano le onde come in una danza,
fino all’orizzonte l’oceano si dispiega,
lui che nella calma ogni moto annega.
Quella distesa blu profondo
ricopre e avvolge tutto il mondo.
E’ un manto d’acqua viva
che lambisce ogni riva
e raggiunge anche la lontana laguna
dove ancora si sta specchiando la luna.
Quel placido astro d’argento
non si è mosso neanche un momento:
appollaiato nel cielo terso,
sempre al suo posto, nell’universo.
Ma intanto gli specchi hanno giocato
e tante immagini hanno viaggiato.
Lampi, luci, riflessi, colori
si sono rincorsi con mille richiami,
fragili raggi e improvvisi bagliori
si sono intrecciati come ricami.
Gli specchi in un vortice di frenesia,
la luna nella sua immobile malia:
due mondi diversi e separati,
due universi paralleli e differenziati
che sono tuttavia fra loro connessi
da un filo sottile di lampi e riflessi.
In quale dei due noi stiamo vivendo?
In quale dei due io sto scrivendo?
Quale dei due chiamiamo realtà?
Gli specchi in movimento o la staticità?
Immagini e riflessi o corpi e consistenza:
cosa è reale e cosa è parvenza?
Chissà se c’è una risposta?
Chissà dove essa è riposta?
Forse in un libro polveroso e vecchio.
Forse dietro il vetro lucido di uno
specchio.
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