Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza

Premio Letterario "Federico Ghibaudo"
Secondo Classificato

 

"LO SPECCHIO"

di Giorgia di Tolle - 4a D

 



Io non so che cosa sia uno specchio.
So che in tanti ci hanno ragionato sopra traendo il massimo della loro scienza. E’ metafora di tutto, di tutto questo grande cosmo che in qualche modo è fuori e dentro di noi, nascosto nelle nostre più intime contraddizioni: ogni parola in più sarebbe sprecata, come una candela accesa sul sole.

Ma non per questo non ho niente da dire sull’argomento, perché per me lo specchio porta un volto che non è né quello del mondo, né il mio: il mio specchio è un ragazzo di dieci giorni più vecchio di me, incontrato per caso alla festa dei mio quindicesimo compleanno...

...Era una festa speciale, per noi bambini di II D, non so per quale incantesimo disciolto nell’aria eravamo tutti eccitati: accadde di tutto, si formarono molte coppie quella sera, un po’ per cuore un po’ per l’alcool. Io, per l’alcool piangevo disperata il mio amore perduto, come solo il cuore spezzato di un’adolescente sa fare. Era il mio compleanno, ma per quanto mi riguardasse ero morta, completamente soggiogata dal dolore... e poi nel mio sogno etilico mi vedo trasportare in una stanza illuminata e silenziosa, in cui rimbomba piano l’eco della musica.
La telecamera balla, crolla seguendomi a terra, si ferma su due occhi azzurri. "Posso restare?" la sua ragazza, nonché l’amica che stava tentando di consolarmi lo caccia, ma io lo faccio restare: si erano messi insieme quella sera, mi sentivo in colpa a tenerli separati.

Stacco.
Frammenti di memoria persi nel tempo.
I pezzi rotti si muovono come i brandelli di scopa nell’apprendista stregone di Topolino.
La telecamera gira e confonde tutto nella luce.
Pausa.

Primo piano sui due occhi azzurri. Parole frammentate dalla memoria d’alcool.
"Jo’ smetti di piangere. Lo so che il dolore non si cancella in una sera, ma cerca di reagire..." "E perché? Lui era l’unico, ormai..." "E’ qui che ti sbagli. Vedi piccola, tu ora sei come, come un ragazzino che sta imparando a suonare la chitarra, e il suo maestro gli insegna il DO, il primo accordo. E il ragazzino è felice e comincia a giocare con il suo DO che diventa DO-, DO settima... per lui è tutta la musica, ma in fondo, è solo un Do... e la settimana dopo il maestro gli insegna il SOL e il ragazzo capisce che non si può costruire tutta la musica su un semplice DO... magari si può fare con un SOL non so... il ragazzino deve aspettare la sua nota perfetta" "Per me è perfetto il DO" "...un accordo ben fatto che non suona è ben fatto, ma non perfetto" "...un giorno potrebbe suonare" "non se le corde sono rotte" "...io non capisco..." "capirai. Ora non puoi... sei troppo sbronza!". Sorrisi tra le lacrime, la telecamera sale fino a inquadrare il cielo bianco di calce.

I cocci roteano in alto, incerti sul da farsi.

Stacco. Cambio scena.
Scuola. Un grosso casermone grigio fatto a svastica, mezzo pieno d’amianto.
Interno. Voci che corrono crepando il silenzio.
Folla. La telecamera è in campo lungo sulla gente.
Si avvicina. Inquadra gli occhi azzurri che mi raggiungono.
"Jo’!... ho fatto una cosa per te ieri... tutto bene?" "Si, ho solo un po’ di mal di testa.,. l’alcool di sabato si fa sentire... E’ solo un altro maledetto lunedì" "Si be..." Tira fuori un cassetta "E’ musica jazz... un pezzo lo suono io col piano... spero ti piaccia, ci vediamo" Folla. Lui che ne viene inghiottito. La telecamera fissa sulla cassetta. Le mie mani la aprono "Buon ascolto! Un abbraccio forte... il tuo nuovo amico, Alex".

Tra i cocci in aria balena uno scintillio di riflesso.

Piano piano attacca la colonna sonora. In crescendo.
La tipica canzone da film di quando le cose vanno meglio.
La telecamera non si ferma un momento. La musica inonda le parole, si spezzano immagini di noi collegati dal filo sottile del telefono, baci e abbracci per gli auguri di Natale, risate che illuminano i laghetti azzurri davanti a un caffè in un bar, noi due abbracciati che affrontiamo il gelo, la sua mano tra i mie riccioli e poi le note si fanno sentire ancora più forte, il sole si scalda tutto è bianco luce stop.

La musica si dissolve piano piano. Ripresa dall’alto, il cielo carico di pioggia, la telecamera entra dal cancello del grigio casermone fatto a svastica che si affaccia timido alla primavera. Sotto la tettoia un piccolo stereo diffonde musica hip-hop e di fianco i pannelli vengono riempiti dai writer, togliendo un po’ di grigiore dal cielo. 27 marzo 1999, giornata dell’arte studentesca. La mattina sembra piena di colori, nell’aria una strana atmosfera, quasi un’anticipazione del giugno a venire. Io sono lì con alcune amiche non facciamo altro che ridere e accennare qualche passo a ritmo di musica. All’improvviso mi allontano, la telecamera mi segue: varco la porta della scuola, l’hip-hop scompare e lascia il posto al punk del concerto che cresce assordante mentre entro nell’auditorium, trovo i miei laghi azzurri e balliamo tutto il tempo, le nostre anime sopra di noi che si fondono in cielo.

I cocci sfolgorano di riflessi. Due di loro si ricompongono.

La scena si riapre nella sala a concerto finito, la massa è andata via, un gruppetto strimpella senza amplificatore, io e lui poco distanti. "Allora Jo’, domani rivedi il tuo amore perduto? "Si, domani esco col gruppo, ma lui... ultimamente è più perduto che amore" "Come mai ‘sta novità?" "Be... diciamo che forse ho trovato il mio SOL" -Si illumina- "Davvero?! E non mi dici niente?! Dai chi è? State insieme?" "Non essere ridicolo, è solo un altro accordo ben fatto che non suona. E’ troppo grande per me... E’ proprio vero che nascono i grandi amori in autogestione!" "Non dirmi che è Pier!". No, non era Pier. Nonostante tutte le ragazzine del mio anno gli andassero dietro, per me era il solito buffoncello: simpatico da morire, ma niente di speciale. In autogestione faceva coppia fissa con un suo compagno di classe che normalmente non si notava: troppo basso, troppo nevrotico... ma non per me. Per me lui era... speciale, credeva veramente negli ideali che aveva predicato per una settimana, aveva una passione e un ardore contagiosi, mi aveva aperto gli occhi facendomi capire che anche noi studenti dobbiamo cercare di migliorare la scuola e far sentire la nostra voce, che anche noi potevamo cambiare il mondo. Dopo quella settimana non sono più stata la stessa persona: mi aveva ammaliata, con quel suo fare arrogante che in fondo celava un’anima di profondità e timidezza. Mi sentivo sua discepola. Le nostre classi erano vicine e si parlava piuttosto spesso, ma poi i rapporti si erano congelati dopo che la notizia della mia adorazione era trapelata per errore in classe, e da lì al mondo. Racconto tutto questo ad Alex mentre la telecamera si sposta a inquadrarlo nel gruppetto dei ragazzi di quarta che suona senza amplificatore, stagliato contro il bianco delle pareti, unico in piedi, che canta con gli altri con gli occhi illuminati da un sorriso, come una di quelle immagini eteree da commedia romantica che si muovono fluttuando al rallentatore con l’audio che scompare per focalizzare l’attenzione sull’eroe amato. Ovviamente cantavano "More than words". I laghetti azzurri si fanno lenti scrutatrici. "Lascia perdere Jo’, non è il tipo per te" Per un momento i miei occhi fiammeggiano di rabbia: che diritto ha di giudicare cosi?! Lui capisce "Cioè, intendevo dire che... non vi vedo insieme, ecco tutto" "Ma nemmeno io! Lo so che è assurdo! Però... hai presente quella sensazione che si prova quando sai che se solo lui ti conoscesse veramente, non solo..." "...non solo mollerebbe lo splendido modello con cui vive, ma si renderebbe conto che..." in coro "... che tu sei l’unica persona con cui vuole veramente invecchiare".
Ci sorridiamo, complici.

Tra i cocci comincia a delinearsi una forma definita.

Si apre una nuova scena nel fragore di una festa, lo stesso luogo di quella del mio compleanno.
La telecamera vede attraverso gli occhi di Alex, mi cerca tra i nostri amici che ballano "Jo’ ti devo parlare, ti spiace se saliamo?".
Stacco.
L’inquadratura è su un salotto immerso nell’oscurità, accendo un’alogena che diffonde un sommesso chiarore diffuso.

"Dimmi tutto" "Stasera ho trovato la mia nota perfetta, Jo’... Jo’ è cosi bella.... E’ è oltre il mondo, è il FA, la nota perfetta che si pone a regina sopra tutte le altre" "Chi?" "Come chi?! La Raffaella!... Jo’, Jo’ l’ho trovata è lei!" Gli sorrido mentre prosegue a parlare, i suoi occhi in dissolvenza si sovrappongono all’immagine di lei che balla illuminata da un riflettore invisibile. "Lo so che è lei, devo fare qualcosa. Devo parlarle. E’ solo che ho paura di rovinare tutto, insomma... io vorrei uscire con lei, ma se poi non va? Se poi ci faccio la figura del perfetto idiota? O peggio, se si rivela una delusione?" "hai mai visto Will Hunting? A un certo punto Matt Damon dice di non voler più rivedere Minnie Driver perché ha paura di scoprirla imperfetta, così Robin Williams gli risponde: ‘ti svelo un segreto: lei non è perfetta, il punto è se siete perfetti l’uno per l’altra’... e io dico che val la pena rischiare , non trovi? Se non altro per essere certo di non perdere il tuo tempo dietro a una stronza!" "Pensi che sia una stronza?" "Penso che dovresti scoprirlo tu. Bisogna saper osare" "...in fondo lo penso anch’io. Magari un giorno mi farò trovare sotto casa sua"
E’ la cosa più giusta... siamo troppo uguali io e te, abbiamo lo stesso cervello, ci finiamo le frasi a vicenda!"
"Parlare con te è come guardarmi allo specchio: uguale a me e nello stesso tempo complementare... come uno specchio"
Dissolvenza. In sottofondo comincia piano un nuovo pezzo di colonna sonora.

I cocci roteano come ballerini in aria per l’ultima volta. La telecamera li accompagna piano mentre prendono il loro posto in uno specchio ancora crepato.

La musica cresce mentre tutto si confonde nella luce "Sarò il tuo specchio /rifletterò ciò che sei/ nel caso in cui tu non lo sappia/ sarò il vento, la pioggia e il tramonto/ la luce sulla tua porta per mostrarti che sei a casa/ Trovo difficile credere che tu non sappia/ la bellezza che sei/ ma se è cosi lasciami essere i tuoi occhi/ una mano nella tua oscurità/ così non avrai paura/ sarò il tuo specchio"
E mentre la musica scioglie i cuori la telecamera fa esplodere la primavera in tutto il suo splendore; le immagini girano e poi scompaiono veloci: alberi in fiore, cielo azzurro caldo che di lassù vede le nostre risate, le nostre chiacchiere al telefono dalla stanza inondata di sole, noi soli in mezzo a una folla allegra e poi tutto si confonde, gira, i colori si mischiano la musica si dissolve bianco luce stop.

Silenzio. Cambio scena.
Una taverna umida per l’afa di giugno.
Il telefono è uno di quei vecchi modelli a muro, tutto rosso, tenuto sulla parete da una quantità inverosimile di silicone, la telecamera segue lenta il lungo filo attorcigliato fino al pavimento.
Io sono rincantucciata in un angolo con un quaderno sdrucito in grembo, la voce scorre veloce la serie di letterine disordinate scritte sopra.
L’azione comincia a lettura conclusa.
"Ti piace? Ieri stavo male, dovevo andare al parco con i miei compagni ma non mi reggevo in piedi. Poi quando mi sono sentita meglio ho pensato al mio SOL e ho scritto tutto quello che mi veniva in mente, cos’è stato per me conoscerlo... dici che si capisce?" Jo’, è veramente bello certo che si capisce ci hai messo l’anima... secondo me dovresti darglielo" "Si certo Ale e per cosa? Per dimostrargli ancora una volta di essere solo una bimbetta stupida che gli va dietro?" "direi piuttosto il contrario. Ti ricordi la storia della Raffaella? Alla fine mi hai convinto e mi sono presentato sotto casa sua e abbiamo parlato per tutto il pomeriggio... è stato un gesto più che stupido, però da allora ci parliamo. Certo lei non è caduta ai miei piedi, ma parliamo. Non sto dicendo che se glielo dai diventerete amici, ma è un modo per dimostragli che vali molto di più di quello che pensa... e poi ti conosco, se non lo facessi te ne pentiresti, vero?" "Mmm, ci devo pensare... Ale?" "si?" "Come fai a leggermi dentro ancora prima di me?"
"Magia".

Lo specchio riassorbe le crepe. L’immagine appare luminosa, calda, sicura.

Cambio scena.
Sole abbagliante, voci chiassose, giardinetto esterno la scuola: 10 giugno 1999, ultimo giorno, i ragazzi sono cosi allegri da sembrare pazzi, giocano come bambini con le pistole ad acqua. Io sono in mezzo a loro e tremo come una corda di violino. "Ale non ce la faccio sono un’idiota e poi no, dopo quello che è successo in classe ho solo voglia di sparire! La Chiara ha portato la macchina fotografica e il prof ha chiamato su il mio SOL e quando è arrivato l’ha sparaflesciato e tutti si sono messi ad urlare il mio nome e io ero seduta in un angolo che piangevo di imbarazzo... non voglio essere più vista da occhio umano, figurati mettermi in mostra in quel modo!" Lui mi prende la testa tra le mani, la telecamera fissa su di noi. Brevi flash che inquadrano i miei e i suoi occhi. "Jo’, calmati. Devi farlo. Vuoi che quel disastro di prima sia il ricordo di te che avrà per tutta l’estate? No, e allora fatti coraggio, anche perché se non lo fai potresti pentirtene per tutta la vita e io non voglio stare qui a sentirmi le tue lagne. Fa’ vedere chi sei" Lo abbraccio forte e scompaio nella folla, pronta a compiere il mio destino. Quel racconto, spero sia ancora tra le mani del mio SOL.

... E poi affrontai un’intera estate senza il mio specchio, disperso in Francia e poi al lago. In quei folli, magici mesi mi resi conto di quanto la nostra amicizia fosse importante: non era la solita conoscenza scolastica, era l’altra faccia di me stessa, l’unico che fosse in grado di capirmi completamente... mi mancava cosi tanto, mi mancava la nostra complicità, la nostra sintonia. Pensai molto a lui e all’inizio di settembre mi ritrovai alla fontana ad aspettare senza sapere bene chi: un amico... o forse qualcosa di più?

Ero un fascio di nervi con un grosso groppo in gola; avrei rovinato tutto con l’amore? o forse era il nostro destino? Era davvero amore? Poi lo vedo chiudere la portiera della macchina e avanzare verso di me con un sorriso che subito ricambio e lo schema diventa quello dei grandi film sentimentali dei tempi d’oro di Hollywood, la telecamera salta tra i primi piani. "Jo’!" "Ale!" "Jo’!" "Ale": ci corriamo incontro e la scena si apre per mostrare nel mezzo della piazza il puntino di noi abbracciati. Io non capisco più niente, il nodo scende fino all’imboccatura dello stomaco, resta lì fermo con i miei dubbi mentre la scena si sposta in pizzeria dove ci sommergiamo di racconti: d’amore, di mare, di bravate estive e siamo cosi contenti di rivederci che non ci si crede; "ma come ho fatto tre mesi senza di te?" e non so chi dei due l’abbia detto, so solo che lo pensavamo entrambi. Le luci sono calde le voci avvolgenti, il volume si alza, voci, rosso silenzio. Un abbraccio di saluto sotto una stellata irreale. Il nodo si fa più stretto.
Dissolvenza. Nero.

La scena si riapre tre mesi più tardi a casa di lui. Sette dicembre 1999: stiamo per andare nel locale dove ci sarà la nostra festa di compleanno: sedici anni, il tempo della nostra vita.
Io sono in corridoio mentre aspetto che lui finisca di cambiarsi in camera. Cammino nervosamente avanti e indietro, il nodo sempre più stretto, controllando ogni particolare nello specchio. La porta si apre ed esce quello vero, i nostri occhi controllano il risultato finale: i calzoni blu scuro, il vestito lungo verdone, la campanella tra i riccioli scuri, i lucenti capelli biondi, laghi azzurri, occhi scuri: ci sorridiamo in una scintilla. Uscendo di casa ringrazio i suoi genitori per avermi ospitato. "Figurati" mi risponde suo padre "ormai sei di famiglia". Sorriso imbarazzato.
Buio. Cambio scena.
"Alee! Sono tesa come una corda di violino non ce la faccio più! Ma quando arrivano tutti? E se poi ci bidonano? E... e se..." "Jo’, tesoro, sta’ buona! Rilassati. Siamo in anticipo, non è successo niente, coraggio... e ti prego va’ dentro che ci sono meno due gradi e sei lì in canottiera!" Mi stampa un bacio sulla fronte. Un po’ va meglio, anche se comunque il freddo non lo sento. Rientro nel locale e lascio che sia lui ad occuparsi di tutto: accogliere gli ospiti, farsi pagare... lo vedo col sorriso sulle labbra attraverso il vetro mentre la stanza si riempie e la gente m’investe e mi rendo conto che so esattamente quello che sta dicendo, conosco ogni sua battuta, ogni sua reazione per ciascuno dei volti conosciuti e non che gli si fanno avanti... è come se anch’io fossi lì fuori. Rientro e mi accompagno dove ormai stanno ballando tutti, finalmente mi rilasso.
Musica. Cambio scena.
Poche ore più tardi. Il cuore della festa. La torta giace sul tavolo appena violata, le bottiglie di spumante sparse vuote per il locale, i free drink consumati nelle mani del barista.
Un momentaneo silenzio viene infranto dal dolce attacco di "Always", le luci cambiano, si fanno più soffuse, mi sento prendere per mano e trascinare sulla pista. occhi scuri, pozze azzurre, blu calmo tutt’intorno, un sussurro "mi hai cambiato la vita Jo’, è merito tuo se ora sono cosi felice, mi hai salvato" ...il mondo scomparso, finalmente anche i miei dubbi si sciolgono, il nodo risale, trascina le nostre anime sposate in cielo. "Io ti amo Ale. Ma non come un ragazzo noi... noi siamo oltre l’amicizia e oltre l’amore, siamo tutte e due le cose. Non ci metteremo mai insieme, perché cosi lo saremo per sempre" "siamo specchi" la telecamera sopra di noi inquadra tutta la scena, tutto il locale inondato di musica di cui noi siamo una lucina tra le tante.
Stacco.

Nello specchio compare un’immagine, ed è quella di Alex. Tutto appare chiaro, pulito, felice.

...Seguì un periodo meraviglioso, d’affetto e mutuo soccorso. Ricordo i giorni dell’autogestione ‘99, in cui tutti credevano che stessimo insieme. Lui era rimasto a scuola invece di andare con i suoi compagni a fare le spese di Natale perché il primo giorno l’avevo guardato con occhi imploranti. "Ti prego Ale ho bisogno dei tuo aiuto. Quest’anno sono nell’organizzazione e devo essere brava... devo dimostrare al mio SOL che sono in gamba, che ricordo i suoi insegnamenti, che davvero mi ha cambiato la vita... ti prego!" Lui guardò la sua classe e poi la lasciò andare "Ok. Se questo è importante per te, ti darò una mano" Sorrisi. E così quella quotidiana follia ci vide sempre insieme, come se il nostro compleanno fosse stato in realtà il nostro matrimonio.

E poi... poi crollò tutto, perché la perfezione non resiste a lungo.
Passate le feste ci trovammo sempre più lontani: ci si vedeva solo a scuola e neanche sempre, il telefono era raro; scivolavamo piano nelle nostre vite, in una primavera che mi ha visto crescere molto dal punto di vista spirituale. Conobbi un amico con cui cominciai a vedere i folletti e a sentire l’anima del mondo, l’Alchimista di Coelho sul comodino perenne... insieme avevamo sviluppato una teoria secondo la quale il mio piccolo SOL, ormai ricordo d’amor perduto, fosse il mio personale "dio Brahama", creatore della mia mente poiché, come disse una volta Alex, noi siamo l’insieme delle persone che abbiamo conosciuto e dunque, pensammo noi, più qualcuno ti colpisce più ne beviamo l’aura, e "Brahama" più di tutti partecipa alla tua creazione, è quell’essere senza il quale non saresti più la stessa persona... potevamo sembrare matti, ma per noi era reale, ed ero sicura che anche Alex avrebbe capito.
Mi sbagliavo.
E’ dura dipingere le disfatte, specialmente se cosi repentine..

Si riapre la scena nella sua taverna, mentre organizziamo la festa di carnevale.
E’ molto che non ci si vedeva, parto come una macchinetta per aggiornarlo sui mie nuovi orizzonti spirituali.
"Ormai ho raggiunto il mio Nirvana interiore, anche con il mio Brahama: lui ha fatto molto per me, e ora devo essere io ad augurargli tutto il bene e la felicità di questo mondo con la sua tipa... li vedo spesso all’intervallo... sembrano ricoperti di zucchero... tenerini!" "Il tuo che?" "Il mio dio Brahama, te l’ho spiegato prima, la teoria mia e di Lu... "Jo’, ma quando smetterai di vivere in un paradiso di nuvole?! Sei troppo astratta, devi mettere i piedi per terra... non sei più una bambina, perciò non comportarti come tale!" "Non è un paradiso di nuvole, è una metafora come un’altra... potrei anche dirti che lui è il LA, la chiave di volta su cui si basa tutta l’accordatura della chitarra..." La telecamera inquadra il suo volto che mi guarda paternalista "Jo’, non ho più quindici anni, i prossimi saranno diciassette... ho imparato a stare al mondo, chiacchiere simili sono inutili". Lo guardo con occhi spalancati, incredula, le parole morte in gola. Lui non ci fa caso.
Buio. Cambio scena.
Poche ore più tardi. Il salone è mezzo pieno di invitati. Solito panico pre-festa.
"Ale per favore dammi una mano dove metto i cappotti? Chi manca? Abbassa la musica se no non sento il citofono... Alee!" "Jo’, finiscila, non è possibile che tu impazzisca a ogni festa! Non organizzarle più se ogni volta devi rompere le palle cosi! Fa’ tu, io devo parlare con la Silvia". Si chiude in una stanza e ne riemerge solo molto dopo, a festa quasi conclusa. Attacca Aiways. Lo guardo con un sorriso. "Vieni a ballare" "No, non ho voglia" "Dai Ale, è la canzone del nostro compleanno!" "Ah si? Non me lo ricordavo... dai non ho voglia, fa niente" "Come ‘fa niente’?! ma te ne frega ancora della nostra amicizia o no? Ci rivediamo dopo mesi di silenzio, mi lasci sola ad accogliere i TUOI amici a casa TUA e non sai dirmi altro che sono una bambina astratta e ti dimentichi perfino delle nostre canzoni?!" "Non farne un dramma non mi sembra il momento qui davanti a tutti, dai" Mi giro e me ne vado, la telecamera segue le mie lacrime dagli occhi alle guance che gli ho nascosto per non mostrargli le mie ferite. Troppo orgoglio per dargli questa soddisfazione.
Dissolvenza.

La sua immagine si sfuma, lo specchio ondeggia pericolosamente come un pendolo impazzito. La figura rimane sospesa.
Buio.

Scuola, corridoio, atrio interno davanti alla 3a I, la sua classe. Lo vedo in disparte col faccino triste che si affaccia al cielo come per chiedere risposta. Gli cingo la vita da dietro "Tesoro che c’è?". Mi scrolla via. "Niente" "Senti, se ti va ne parliamo venerdì, tanto dobbiamo già uscire a pranzo per chiarirci dopo la festa..." "No, sono affari miei, non puoi capire". Rimango li impietrita finché la fine dell’intervallo non mi riporta in classe. Con le lacrime che mi pungono le guance comincio a pensare che ora che ha trovato la sua Silvia lui non abbia più bisogno di me.

Il colpo affonda in profondità, lo specchio cade a terra, il fumo nero non permette di vedere cosa ne resta.

Stacco. Cambio scena.

Venerdì. Il sole tiepido di marzo illumina la terra ancora fredda d’inverno. Io e Alex sediamo in un bar l’uno di fronte all’altra.
"Allora, che problema c’è? Perché le cose non sono più come prima, da un po’ di tempo a questa parte?" "Problema? Non c’è nessun problema Jo’, sei tu che esageri. La nostra amicizia non è in discussione, non è cambiato niente, e solo che ho un po’ di casini per i fatti miei, sto crescendo, è inevitabile" "Lo so anch’io sono cresciuta tanto in questi mesi, ma io non rinnego il passato come invece fai tu... e non ti tengo fuori dalla mia vita" "Quelli sono affari miei e basta" "Credevo che ogni cosa fosse affare NOSTRO" "Jo’ non è niente, sto solo cambiando e non rinnego il mio passato, me lo lascio semplicemente alle spalle" "Sì Ale ho notato... non sarà che ti stai lasciando alle spalle anche me per caso?" "per favore non fare la melodrammatica adesso" "Non sto facendo la melodrammatica è solo che un tempo risolvevamo insieme ogni problema... Crescevamo insieme... e ora..." "ma non c’è nessun problema da risolvere per me, sarà un problema tuo se per te esiste..." "Credevo che ogni problema fosse NOSTRO" "Jo’ dai non è vero. Il punto è che io sto cambiando e devo cambiare da solo... vedi, se la mia sorellina di otto anni toglie dalla parete il poster di barbie per metterci quello di Ricky Martin, lo deve fare da sola, senza che io intervenga... e così anche tu non devi intervenire con me" "Buffo, credevo di essere la tua migliore amica, non tua sorella maggiore" "Non far finta di non aver capito... dai, per me è tutto risolto... lo sai che sei la cosa più importante che ho... andiamo che oggi devo essere a casa presto?"

Il fumo si dirada, piccoli frammenti giacciono a terra, brillano come un filtro magico gettato che piano piano va estinguendo il suo potere... niente è eterno, nemmeno la nostra immagine. Dissolvenza.

La telecamera segue i miei passi lenti che tornano a casa, la più triste delle canzoni si diffonde piano, si vedono scorrere i mesi, esplode il caldo di maggio, giugno e la fine della scuola, le follie di luglio, il mare d’agosto, la musica sempre più alta, sempre più triste, sempre più in contrasto con l’allegria delle immagini, quasi a simbolizzare l’ombra della mia perdita, tutto corre veloce le note gridano, un tramonto rosso sangue accompagna la loro malinconica fine, la telecamera si alza e inquadra il blu del cielo d’oriente, oscurità buio silenzio. Stop.

La scena si riapre timida e umida nell’atrio del casermone fatto a svastica.
Settembre 2000: il silenzio viene rotto dal discreto viavai dei ragazzi qui per saldare i debiti.
Io siedo su una delle panche e ripasso storia dell’arte: il mio esame sarebbe iniziato di lì a poco.
Alzo la testa un momento: al di là del vetro Alex sta controllando i suoi orari.
Non ci si vedeva dalla fine della scuola. E anche prima, era solo di un "ciao" di sfuggita nei corridoi. In luglio gli avevo spedito un tramonto dall’Irlanda, ma non aveva ottenuto risposta.
Mi vede mi saluta mi sorride.
Lascio il libro aperto sulla panca e mi avvicino a lui in silenzio. Siamo in piedi, occhi negli occhi.
La mia mente pensa solo a restare fredda e indifferente, il cuore rimbalza tra sentimenti opposti. "Ciao" -gli rispondo- "come mai qui?" "Inglese... com’è andata l’estate?" "Bene" "Storie?" "Una, ma sta in Polonia... e tu?" "Benone, come sempre... e ora, come va?" "Bene, e a te?"
Vedo i suoi occhi tentennare, diventare rossi e riempirsi di lacrime. "Malissimo" mi stringe a sé e comincia a singhiozzare, la mia pelle bagnata sotto le sue guance. L’ombra che mi aveva accompagnata per tutti quei mesi si illumina e scompare. Ricambio l’abbraccio, il mio cuore si acquieta, gli tolgo lo zaino, lo faccio sedere e lo cullo come fosse un gattino. A poco a poco si calma. Aveva appena rischiato la vita cadendo in moto: era sotto shock. Continuo a cullarlo mentre tutti i suoi compagni, Silvia compresa, restano in disparte e scompaiono in classe.
La musica cresce "Quando pensi che la notte ti abbia visitato/ quando dentro ti senti scombussolato e stanco/ lascia che io ti sia accanto/ sarò il tuo specchio".
..E la telecamera si allontana lasciandoci fondere in un’unica anima, nonostante i litigi e le incomprensioni, l’inquadratura è su tutto l’atrio, il puntino di noi abbracciati sublima il tempo per restare lì in eterno...

...Vorrei, vorrei davvero poter dire che questo è il finale su cui scorrono i titoli di coda.
Ma non è cosi.
Dopo quell’attimo di tenerezza tutto è continuato come se nulla fosse successo, con quattro parole da conoscenti quando ci si incontrava per caso nei corridoi.
Qualche tempo fa parlavamo del più e del meno e lui dice "E tu quand’è che fai la patente?" "Fra nove mesi, appena compio i diciotto?" "Ma non li hai già... Ah no che anche tu più o meno li fai alla fine dell’anno... ottobre, novembre... no?" certo Ale, come dici tu. Ed è ancora convinto che tutti i nostri problemi siano stati risolti, mentre io ormai ho imparato a vivere senza di lui...
...Non si può aggiustare uno specchio.
I pezzi rotti a poco a poco hanno ripreso vigore assumendo un’altra forma, il volto dei mio Ale è sparito, lasciando dietro di sé solo un’ombra di ricordo d’amore, mentre lui è perso in quel labirinto di specchi che è la vita.