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Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza |
Premio Letterario
"Federico Ghibaudo"
"LO SPECCHIO"
di Gloria Fuso- 5a F
Vedo una ragazza qualunque, come tutte le
altre. Diciannove anni, capelli e occhi castani, carnagione chiara, carina, a
quanto dicono. Una ragazza comune, che non si fa notare, che passa inosservata
tra la folla del sabato pomeriggio in centro Monza. Potrebbe fare mille
"vasche", andare avanti e indietro senza che nessuno la fermi per
conoscerla. Questo non le dispiace, anzi. Ciò che più le dà fastidio è
camminare ed essere osservata. "Chissà cosa stanno pensando in questo
momento. Magari mi guardano non perché sono carina, ma perché mi stanno
deridendo, si prendono gioco di me alle mie spalle. Beh, Gloria, accelera il
passo, occhi rivolti a terra, e via. Ignorali e fai finta di non averti mai
visti. E poi ti dimentichi di Francesco? Non gli farebbe piacere sapere che
cerchi l’attenzione di altri. Potrebbe ingelosirsi." Eppure, in fondo a
tutta la sua semplicità, sotterrata dalla travolgente timidezza che la fa
arrossire, tacere, sorridere con imbarazzo, c’è tanta voglia di emergere.
Tanta voglia di essere scoperta, capita, penetrata. Nemmeno lei si capisce...
come potrebbe farlo un professore di cui cerca la stima? Vede i suoi amici e le
sue compagne spavaldi, fare battute, divertirsi in classe, ridere con l’insegnante.
Anche lei vorrebbe rapire un sorriso a quell’omaccione che siede dietro la
cattedra, anche lei non desidera nient’altro che far trasparire la sua
allegria, la sua dolcezza. Ma un unico, grande ostacolo le impedisce di
buttarsi, di mettersi in gioco, di scoprire che anche lei ce la può fare.
Sempre quel nemico da vincere, quel rossore, quel batticuore che le fa
sobbalzare il petto non appena vuole intervenire e dire la sua, quella paura di
non dire cose intelligenti, di essere zittita.
"Qui, su questo foglio, puoi dire tutto quello che vuoi. Nessuno potrà
toglierti la parola". "Sì, ma è possibile che si annoino, che
smettano di leggere prima della fine"
"Infischiati degli altri, pensa a quello che stai facendo, concentrati
sulle tue capacità. Abbi fiducia in te".
Autostima... questa parola sconosciuta, irraggiungibile, ma non irrealizzabile..
Si guarda allo specchio, cercando quegli sguardi che non riesce a trovare in
nessuno. Si guarda allo specchio e cerca di penetrare in sé. A volte prende la
spazzola rotonda che di solito usa per arricciarsi i capelli, la impugna e canta
nel bagno, dove l’acustica le fa sembrare di avere una voce importante, calda.
"Potrei fare la cantante!", dice scherzando. E’ bello quando osserva
il suo sorriso. I denti dritti, dopo tre anni di apparecchio odontoiatrico che
la rendevano un po’ il brutto anatroccolo della scuola media. E poi quegli
orrendi occhiali che la facevano sembrare... vecchia. Sì, vecchia è il termine
adatto. Ora, invece, gli occhi le brillano, ma solo per il riflesso della luce
sulle lenti a contatto.
Vorrebbe comunicare col silenzio delle parole, con la malinconia dei suo
sguardo. Depressione, pessimismo innato. Apatia, noia. Non sa come chiamare
quello stato d’animo che la assale la domenica mattina, quando, appena schiusi
gli occhi, soffoca tra le mille cose da fare.
"Non c’è tempo, non ce la farai mai".
Non ce la farai mai... ma che cosa non dovrebbe riuscire a fare? Non deve
partire per una missione, non deve buttarsi da un grattacielo. Deve solo fare il
suo lavoro, studiare. E Gloria studia, si è impegnata tanto che negli ultimi
mesi i suoi voti non erano scesi al di sotto dei sette e mezzo.
"Sono proprio soddisfatta di me!".
Tuttavia, complice forse la primavera, i suoi risultati hanno iniziato ad essere
deludenti, causa quel leggero assopimento che la accompagnava durante tutte le
giornate. Eppure prima, quando "andava bene a scuola", ha dovuto
compiere enormi sforzi per leggere quegli otto sui registri dei professori.
La casa, nido per molti, confine da valicare per altri, era per lei una tana
buia. La sua camera, il suo "piccolo mondo" diventava un rifugio, un
riparo che la nascondesse dagli occhi preoccupati dei genitori, che la
abbracciasse nel suo tepore malinconico. La trapunta era umida di lacrime, i
libri di testo macchiati qua e là dal mascara che colava, che le anneriva le
palpebre, già scure e pesanti. Si chinava sui libri, intrisi di dovere, di
obbligo... "Quest’anno hai la maturità, non puoi mollare proprio
adesso".
Ma nonostante cercasse di farsi forza da sola, quando di forza lei non ne aveva
nemmeno un grammo, non riusciva a sollevare quel macigno che le premeva sulla
trachea, non riusciva a sciogliere quel nodo alla gola che la teneva a casa da
scuola per giorni. Una settimana, ore ed ore seguita dal suo angelo custode, che
le offriva la sua spalla e cercava di consolarla; una settimana trascorsa tra
centri commerciali affollati che la reinserissero nel mondo, luoghi pubblici
dall’aria pungente che le facessero respirare ossigeno fresco, pulito, non
come l’atmosfera che incombeva tra le quattro pareti della sua stanza. Un
senso di inutilità e di desolazione la tenevano chiusa in quei cinque metri
quadri, davanti a quello specchio che, confidente di tanti suoi pianti, la
osservava mentre gli occhi le si gonfiavano di rossore, le lacrime le
rigavano il viso, le labbra digrignavano un dolore che a stento riusciva a
trattenere, ma che tanto desiderava reprimere. E poi quel piombo che le
schiacciava la gola e le impediva di respirare. Lo specchio ascoltava la sua
voce tremante, rifletteva la sua pietosa immagine. Ma non era bagnato delle sue
lacrime, non era afflitto dal suo dolore. Era lì, impassibile, insensibile, ma
pronto a riprodurre ogni singolo singulto, ogni suo gesto, ogni sua smorfia.
"Mi fai pietà", si ripeteva spesso, cercando di reagire alla sua
"crisi", tipica degli adolescenti a detta di molti, ma di profondo
valore per lei.
Una settimana a casa a studiare, per non rimanere indietro con il programma, e
poi di nuovo a scuola, sempre con quel fastidioso magone, tra amici che non
riuscivano a capire il suo piccolo dramma interiore, tra professori che, forse,
vedendola "depressa" e rannicchiata sul suo banco in ultima fila, si
saranno chiesti che cosa potesse affliggerla, o l’avranno snobbata,
indifferenti ai propri studenti, interessati a terminare la lezione perché
"ragazzi, quest’anno avete l’esame e il programma è
mastodontico". Anche nell’ora di educazione fisica, momento di
aggregazione e di svago, qualcosa la estraniava. Le sembrava di essere isolata
dalle altre, di aver perso improvvisamente, le confidenti più intime, le amiche
più sincere.
Sono bastati quei sette giorni lontano dalla sua scuola a renderla più seria, a
non farla più ridere per le solito battute maliziose delle sue compagne, che
ora le appaiono semplici diciottenni superficiali. Forse è solo maturata, forse
le va stretto quel piccolo mondo di cui fa parte, quella quotidianità che tanto
la annoia e la incupisce. Forse ha vissuto qualcosa che, in fin dei conti, l’ha
arricchita, le ha lasciato un segno indelebile. Ha risvegliato in lei il piacere
di stare con gli altri, la tranquillità della pittura e dell’immaginazione,
che lavora e prende forma grazie a quei cinque colori ad olio che sulla tela,
diluiti, mischiati tra loro, si sfumano, si moltiplicano. Ha riscoperto il
fascino della musica, la sinuosità del movimenti che accompagnano le note
suonate dalla radio, la leggerezza di una giravolta, l’energia di una
sforbiciata.
Ora, davanti allo specchio, vede i suoi occhi brillare, illuminarsi. Non più
per il riflesso della luce sulle tenti a contatto, ma per la luce che essi
stessi irradiano. Ora, davanti allo specchio, è lei giudice e critica di se
stessa, non più quegli sbruffoni seduti sui muretti di Via Italia. Ora
abbandona lo specchio, la sua immagine, e si avvicina alla finestra della sua
camera. In lontananza vede figurarsi sul vetro il suo corpo, poi solo il suo
volto. E tutto si dissolve non appena rivolge lo sguardo oltre al vetro. Vede il
cantiere che ospiterà nuovi appartamenti, nuove famiglie, nuove storie di vita;
spinge ancora più in là gli occhi e vede le scuole che l’hanno cresciuta
fino ai quindici anni; e ancora oltre vede le montagne, innevate e così vicine.
Riesce a scorgere perfino i crepacci delle loro pareti rocciose, che si ergono
nel cielo, limpido ed etereo.
Ora non ha più bisogno di uno specchio che le faccia vedere com’è la
realtà. Ora sente di avere la forza ed il coraggio per poterla costruire da
sé.