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Liceo Scientifico "Paolo Frisi" - Monza |
Premio Letterario
"Federico Ghibaudo"
"LA STANZA"
di Roberta La Placa - 4a F
Lunghe file di parole scorrono davanti ai miei
occhi, interminabili.
E’ tardi, gli occhi cominciano a bruciare e la voce si affievolisce. Mi tengo
sveglia a forza di caffè, ma non posso addormentarmi, ho troppo da fare. Chiudo
un libro per riaprirne un altro, riempio quaderni, consumo matite.
Alzo gli occhi per guardare l’orologio, lancette che scandiscono secondi,
minuti, ore. Tempo che aleggia nell’aria che respiro, non si ferma, non torna
indietro, ma avanza inesorabile.
Sono stanca; le palpebre si fanno pesanti, i rumori sembrano provenire da un
mondo lontano, rimbalzano su un muro di gomma prima di giungere a me.
Poi pian piano il freddo della notte sparisce, un tepore accogliente mi avvolge,
sussurra: "Dormi". Non posso opporre resistenza, sono troppo stanca;
ho un unico desiderio: dormire.....
Neanche una luce, solo il buio intorno a me e silenzio, un silenzio così
profondo che riesco a percepire il battito del cuore e il mio lieve respiro,
nient’altro.
Resto immobile, aspettando.
Poi... rumori leggeri e una fioca luce sembrano provenire da lontano. Lievi
ticchettii che diventano sempre più numerosi e vicini, la luce s’intensifica
man mano ed io riesco a distinguere ora un lungo corridoio, ora i contorni di
una porta, poi un’ombra e infine... la luce diventa talmente abbagliante che
non posso nemmeno alzare lo sguardo.
Una risatina sottile e beffarda risuona intorno a me, potrebbe appartenere a
quegli strani esseri che popolano i sogni di tutti dai tempi più antichi.
Inaspettatamente la luce si affievolisce ed io riesco a rialzare gli occhi ed è
allora che lo scorgo, dapprima ne vedo solo l’ombra sfocata sulla parete, poi
l’immagine diventa chiara ed io rimango incredula a guardare. La mia mente
cerca di fuggire, ciò che vedo non è reale, non può esserlo; eppure lui è
lì davanti a me e sorride, ho la sensazione che da un momento all’altro possa
svanire, ma non accade.
Un lampo di malizia attraversa i suoi occhi e i denti si scoprono in un sorriso.
"Seguimi", la sua voce risuona nel vuoto con una nota di scherno,
eppure qualcosa mi dice che posso fidarmi, che non corro alcun pericolo. Mi
avvio piano seguendo la figura che cammina davanti a me o, meglio, saltella. I
suoi piccoli zoccoli ticchettano sul pavimento di pietra riempiendo la stanza di
rumori leggeri che sembrano quasi scandire il tempo; è strano seguire un fauno,
una creatura che fino a poco tempo prima credevi solo mitologica.
Col suo passo agile mi conduce lungo angusti corridoi dove la sola luce è
quella debole emanata dalla lanterna che la mia piccola guida strige fra le
mani; saliamo scale interminabili, dove gli enormi muri di pietra sembrano
volerci schiacciare. Attraversiamo immensi saloni dove quello stesso chiarore
che poco prima era indispensabile ora appare come una lucciola in un cielo
stellato; stanze adornate di bellissimi affreschi che ritraggono persone di
tempi passati, ma che conservano qualcosa di reale, pavimenti non più in pietra
grezza, ma rivestiti di luccicante marmo, enormi lampadari con splendide
rifiniture. Mi fermo ad ammirare le bellezze che mi circondano e che, intuisco,
non rivedrò più; il piccolo genio dei boschi appare però impaziente di
continuare il nostro interminabile viaggio e batte il suo minuscolo zoccolo sul
marmo, brontolando fra sé in una lingua a me completamente sconosciuta. Per un
po’ riesco ad ignorarlo, ma non per molto, presto la sua voce echeggia nei
saloni rimproverandone: devo affrettarmi.
Riprendiamo a camminare in un labirinto di corridoi sui quali si aprono ampie
finestre, posso intravedere un giardino dagli splendidi colori che sembra non
aver mai conosciuto il rigore invernale.
Il fauno acconsente, anche se a malincuore, a portarmi nel grande parco; appena
varcato l’enorme portale, m’investe il profumo dei fiori e la fresca brezza
di primavera.
All’ombra dei grandi alberi secolari scorgo giovani, intenti a canti e poesie,
sui prati verdi ninfe che giocano e ridono libere da qualsiasi preoccupazione;
poco lontano grandi centauri si sfidano a gare d’ogni tipo, mentre alcuni
fauni allietano l’aria con le loro splendide melodie. Rimango incredula,
spostando lo sguardo da una parte all’altra dell’immenso giardino; ciò che
ho sempre creduto mitologia ora è lì davanti a me, mi basterebbe fare qualche
passo per raggiungere quel popolo felice, ma ho troppa paura che possa svanire o
che io possa turbare l’equilibrio perfetto che sembra animarlo.
La mia guida mi afferra per una mano, forse comprendendo il nuovo sgomento, e mi
trascina di nuovo attraverso la porta richiudendola, poi, alle sue spalle e
separandomi così da quel mondo fantastico. Per un intero minuto rimango a
fissare i battenti di legno, cercando di convincermi che ciò che ho visto non
è frutto di un’allucinazione. Presto mi giunge alle orecchie la vocina
irritata del nuovo compagno di viaggio che, già lontano, mi esorta a
proseguire.
Incerta riprendo il cammino, attraversiamo altri splendidi saloni e
fiorentissimi giardini, ma questa volta il fauno non mi permette di fermarmi,
percorre quelle meravigliose stanza quasi correndo, con quei suoi passetti
nervosi.
Poi, inavvertitamente, davanti a noi appare un secondo immenso portale;
intagliati nel duro legno dei battenti sono raffigurati tutti i miti antichi: la
discesa agli inferi di Orfeo, il viaggio del coraggioso Odisseo, il pianto di
Achille per l’amico perduto. Guardando quelle scene ho l’impressione che
esse si animino, mi sembra quasi di sentire il melodioso canto del poeta
desideroso di riportare con sé la sua sposa.
Accanto a me il piccolo genio sorride, con una nota di malinconia negli occhi,
forse gli manca quel mondo lontano; dopo qualche momento si riscuote e due colpi
leggeri sono battuti sulla grande porta di quercia.
Con mia grande meraviglia il portale si schiude, nessuna luce filtra da esso; il
fauno varca la soglia invitandomi a seguirlo, la sua lanterna è l’unica fonte
di luce ed io non esito a seguire il chiarore che diffonde. Poi lo scorgo.
In mezzo alla sala su di un tavolo rotondo di legno sta ritto un grosso gatto, i
suoi occhi gialli esprimono tutta la sapienza di un vecchio saggio che ha
ricavato dalla sua lunga vita la vera conoscenza, il pelo è lucente, sul muso
un’espressione di gioia.
Mi avvicino sicura per la prima volta da quando è iniziato il mio viaggio, non
temo nulla perché ciò che vedo davanti a me è un frammento della mia vita,
della mia famiglia e di me stessa; nei suoi occhi scorgo la mia infanzia, i miei
primi ricordi e mi sento a casa.
Poso una mano sul pelame nero e bianco, la sua schiena s’inarca e l’aria si
riempie di quel ronfare a me familiare che non sentivo da tanto tempo.
"Sei contenta?" Sobbalzo al suono inaspettato di quella voce, non
pensavo ci fosse qualcuno nella stanza.
Alzo lo sguardo e scorgo davanti a me poco distante una figura seminascosta nell’ombra,
avvolta in un’ampia cappa tanto che il volto rimane coperto e non ne riesco a
distinguere i contorni; eppure sento in lei qualcosa di familiare: dove l’ho
già incontrata?
Poi, interrompendo il filo dei miei pensieri, comincia a parlare, la sua voce
risuona nella stanza e non sembra provenire dalla figura davanti a me, bensì da
un mondo lontanissimo.
Le sue parole, taglienti come tante lame, diventano parte di me imprimendosi
nella mia mente. Poi, così come aveva cominciato, s’interrompe alzando un
braccio ad indicare le pareti intorno a me, la luce diviene molto più forte ed
io posso scorgere, intagliate nei grandi muri, i giorni del nostro mondo;
momenti di gioia e dolore, mescolati a formare una sorta di grande libro.
Guardando rivedo la mia vita, i volti delle persone a me vicine, il mio tempo.
Girando lo sguardo non posso trattenere un gemito di sgomento: orrori,
indescrivibili a parole, sono incisi nella pietra, vedo la prigionia e lo
sterminio, sento il dolore delle persone che chiedono solo pietà; scorgo
galeoni antichi che trasportano uomini strappati alle loro case e venduti come
schiavi, popolazioni sterminate per quel dio chiamato denaro.
I miei occhi sono pieni di lacrime e la mente confusa: "Chi sei?"
domando all’ombra.
"Dunque è passato così tanto tempo? Proprio non ti ricordi di me?"
L’enigmatica figura abbassa il cappuccio che le copre il volto, la luce le
inonda il viso e dai miei occhi sgorgano lacrime di gioia.
Il mio cuore è ebbro di felicità che sembra quasi traboccare e invadere ogni
parte del mio corpo, eppure rimango immobile a fissare davanti a me, come
paralizzata, quel volto, quegli occhi che conosco così bene. Poi il coraggio
torna a fluire nelle mie vene lentamente e la curiosità prevale sulla paura.
Sollevo il braccio portando la mano verso il volto della figura, le mie dita
sfiorano quella pelle bianca che al contatto risulta fredda, come il sangue
avesse da tempo smesso di scorrere sotto di essa.
Ritraggo la mano spaventata, dietro l’ombra sono apparsi mille volti, tutte le
persone che hanno popolato il mondo sembrano essersi riunite lì, dietro la
figura incappucciata, dietro colei che fa parte di me, dietro la mia stessa
anima riflessa dentro il grande specchio.
Una voce mi scuote, sussurra parole che non posso dimenticare, che non voglio
perdere e che mi danno una nuova speranza, ora che ho ritrovato una parte di me
che credevo perduta per sempre.