Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”


“L’ECO DEL PASSATO”
di Ilaria Costantino & Alice Vanzati - 5a G


Eccomi finalmente a casa... togliendomi la giacca umida scorgo la mia immagine riflessa nello specchio dell’anticamera: ho un aspetto stranamente sciupato e respiro a fatica; sarà per le cinque rampe di scale di corsa, non sono più abituato agli sforzi fisici da quando ho smesso di frequentare la palestra. Tutto ciò che mi serve ora è un drink, ed una poltrona. Senza pensarci troppo mi preparo un Negroni, nonostante siano le quattro del pomeriggio... il suo sapore mi richiama alla mente qualcosa che subito scivola via, ma stanco come sono non vi do peso. Viene sera e, mentre preparo la cena accendo la TV per trovarvi compagnia: niente di interessante su questo canale... cambio... cambio... piuttosto di niente lascio su un’edizione flash del telegiornale regionale; la voce calma della giornalista passa in secondo piano, le parole mi raggiungono monotone e troppo note: di nuovo un attacco suicida in Israele... di nuovo lotte politiche... di nuovo problemi di traffico e inquinamento... di nuovo qualche efferato delitto, di cui la polizia non rivela che il nome della vittima: Jacopo Beni.
Sussulto, il sangue affluisce alle tempie: guardo con angosciosa attenzione l’immagine del ragazzo... è lui, oddio, no, non può essere davvero lui! Il mio migliore amico! Il mio confidente da una vita!
Ho bisogno di calmarmi, di sedermi per placare il vortice nella testa... trovo conforto nel divano morbido, mentre cerco di capire la disgrazia; con uno sforzo sovraumano mi concentro sulle parole della giornalista, ma la sua freddezza mi sconvolge; la mia mente si rifiuta di proseguire la tortura: mi addormento.
Mi risveglio in un’agonia in cui incubi ed immagini della memoria lottano nel mio presente, ma la consapevolezza di ciò che è vero resta.
Eravamo così complici, noi. Ogni mio singolo pensiero assomigliava al suo. Sapevo cosa pensava e in quello stesso momento lui sapeva che io lo l’avevo capito. Eravamo uguali. Non complementari, semplicemente uguali. Ogni volta che ci guardavamo c’era un sentimento che ci faceva rabbrividire: la profonda intesa. Era un gran ragazzo, un grande uomo... Aveva un’opinione, per quanto sbagliata, su qualsiasi cosa gli capitasse e passasse davanti, e gridava perché gli altri la rispettassero o almeno non la calpestassero. E per questo era libero. Le persone che credevano di odiarlo in realtà non potevano fare a meno di lui. E quelle che lo amavano non potevano che invidiarlo. E disperarsi perché avrebbero voluto somigliargli almeno nella tenacia che lo portava tanto lontano a volte troppo lontano, tanto da sentirne terribilmente la mancanza.
A volte correva talmente veloce dietro ai suoi pensieri, alle sue convinzioni, che nessuno riusciva a raggiungerlo. Quando aveva un’idea in mente si sentiva il solo. Diventava egoista, non si accorgeva dei "seguaci" che lo circondavano. Era insopportabile. Tremendamente. Ma quando si fermava , dopo aver raggiunto il suo scopo... beh quando si fermava non si poteva che amarlo più di quando avesse iniziato a correre. Mattone per mattone aveva costruito il suo futuro in lunghi anni di fatica e poche lacrime, che la sorte gli aveva gentilmente risparmiato.
Ma lui era troppo sicuro della sua forza e dei meriti che ognuno gli avrebbe dovuto riconoscere, che non si degnava neppure di ringraziarla. L’imbattibile. L’imperturbabile. Il migliore. Ho solo potuto vivere nascosto dalla sua forte presenza, nel buio della sua ombra. Per quanto mi sforzassi di camminare al suo fianco il suo passo era troppo lungo. Era lui il più veloce.
Non posso minimamente immaginare che proprio qualche ora prima, nel pomeriggio di ieri, passeggiando vicino a me lungo le solite vie e quei vecchi luoghi, che d’ora in poi emetteranno un suono diverso, lontano, ineffabile, l’eco del passato, Jacopo abbia parlato con me per un’ultima volta. Sono state le ultime battute di due buoni amici. Se avessi saputo che non avremmo mai più riso e pianto assieme l’avrei almeno abbracciato stretto a me per ringraziarlo semplicemente di tutto quanto. E invece... solo il banale, consueto saluto. "A presto Jack." "Ciao Marco. Ciao"... credo sia stato così. Credo perché non mi va di ricordare. Credo perché non riesco a ricordare. Non mi va, non posso ricordare. Non voglio. Non ora.
Eppure c’è un’immagine che non ha intenzione di lasciare la mia mente. E’ chiara, limpida ed enigmatica: lo sguardo di una bambina, lì sul ponte, accanto a noi. Era fisso verso di me, verso i miei occhi, le mie mani. Piccola perché avevi gli occhi lucidi?... Perché tremavi? Perché tremavo anch’io mentre Jacopo mi parlava? Perché è dovuto morire proprio quando aveva scoperto che sarebbe diventato padre? Un figlio l’avrebbe reso ancora più felice. avrebbe riempito, pur se piccolo, una casa così spaziosa, di tenerezza e gioia. La solitudine non l’aveva e non l’avrebbe mai accompagnato. Non aveva mai vissuto in un silenzio opprimente, non aveva mai provato la mancanza del calore di una famiglia unita. Non aveva mai sentito freddo o paura. La paura di vivere. Perché ci sarebbe sempre stato qualcuno per lui e con lui, in ogni momento, anche il peggiore.
Ma dentro di me, ora, c’è una domanda che rimbomba. Chi può aver voluto la sua morte. Di certo un pazzo, di certo una persona malvagia. Siamo tutti malvagi e infuriati. Non ci sono buoni. Con certezza qualcuno che l’ha invidiato profondamente.
La rabbia dell’invidia gli ha fatto usare l’unica arma che possedeva, le proprie mani, attorno al collo del mio, del nostro Jack. Il sentirsi piccolo e inferiore a chiunque gli ha fatto stringere quelle mani fino a vedere colui che ha sempre vissuto là, in alto sopra gli altri, esalare lo spirito insieme all’ultimo respiro.
Questo mio desiderio accecante di sapesse di più, di poter capire, di poter condividere, almeno un’ultima volta, la sua vita, mi spinge ad uscire ed a comprare un giornale, sulla pagina della cronaca mi appare, in basso a destra, sfocata e quasi falsa la sua immagine, il suo volto sorridente; scorro l’articolo fino a trovare le ipotesi e i fatti concernenti l’omicidio: "La vittima è stata trovata distesa sul ciglio del marciapiede. Ancora non è stata effettuata l’autopsia, ma il medico legale afferma che dai lividi bluastri rilevati su collo potrebbe trattarsi di strangolamento. Nulla si sa con certezza...", distolgo lo sguardo, "Com’è possibile" Perché con certezza ho sempre saputo che si trattava di soffocamento? Vacillo, certo la mia mente si sta confondendo, mi sta confondendo... e allora perché sento, quasi palpabile, concreta, una sensazione terrificante sui polpastrelli, sui palmi delle mie mani? La vista si offusca, ma cerco di proseguire la lettura, per trovare una smentita a quella percezione: "...Sembrano esserci testimoni: una signora di 69 anni, che abitava lì accanto, accompagnando a casa la nipotina, si è trovata a passare di lì; anche la bambina di soli 7 anni, ha osservato la scena e sembra esserne stata traumatizzata. Dalla descrizione che la polizia ha ottenuto dalla donna, l’assassino è un uomo più o meno della stessa età della vittima, alto, moro e piuttosto muscoloso; sembra che la vittima lo conoscesse, poiché -come racconta la donna- camminavano vicini, parlando, quando l’uomo, in un raptus d’ira, ha aggredito la vittima."
Il giornale cade di mano... le immagini si accavallano, dopo essere state represse per un giorno, nella memoria... perché? Perché non ho ricordato prima? Gli occhi spalancati, spaventati e supplicanti di Jacopo; il sapore salato delle mie lacrime che colavano fin sulle labbra; il silenzio della mia mente in quel momento...
La mia mente e la mia memoria hanno taciuto; si sono sforzate di salvarmi, almeno agli occhi della mia coscienza; ma la mia razionalità ha avuto la meglio. Anche adesso, nel dolore insostenibile, mi suggerisce ciò che è giusto. Il mio "gemello" è morto, per mano mia... lentamente mi dirigo nell’appartamento di Jacopo, dove la polizia ha posto i sigilli, lui ed io siamo uguali, lo siamo sempre stati; la stessa anima... scavalco i blocchi ed apro l’appartamento con la copia delle chiavi; l’impressione è devastante, lì dentro Jacopo torna vivo accanto a me... salgo sulla poltroncina accanto alla tenda, e mentre sono stordito dalle immagini degli ultimi momenti, da quella sensazione di disgustosa vittoria, prendo la corda resistente della tenda, la sento ruvida sulla mia pelle mentre la avvolgo; il viso dei mio amico gemello è sempre più assillante, sempre più lontano... lui non deve andarsene via da me, è l’unica persona che mi è stata vicina, questo è il mio desiderio... con un calcio ribalto la sedia sotto di me, il mio corpo rimane sospeso. Il mio desiderio così si avvererà.


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