Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Eccomi finalmente a casa...
togliendomi la giacca umida scorgo la mia immagine riflessa nello specchio dell’anticamera:
ho un aspetto stranamente sciupato e respiro a fatica; sarà per le cinque rampe
di scale di corsa, non sono più abituato agli sforzi fisici da quando ho smesso
di frequentare la palestra. Tutto ciò che mi serve ora è un drink, ed una
poltrona. Senza pensarci troppo mi preparo un Negroni, nonostante siano le
quattro del pomeriggio... il suo sapore mi richiama alla mente qualcosa che
subito scivola via, ma stanco come sono non vi do peso. Viene sera e, mentre
preparo la cena accendo la TV per trovarvi compagnia: niente di interessante su
questo canale... cambio... cambio... piuttosto di niente lascio su un’edizione
flash del telegiornale regionale; la voce calma della giornalista passa in
secondo piano, le parole mi raggiungono monotone e troppo note: di nuovo un
attacco suicida in Israele... di nuovo lotte politiche... di nuovo problemi di
traffico e inquinamento... di nuovo qualche efferato delitto, di cui la polizia
non rivela che il nome della vittima: Jacopo Beni.
Sussulto, il sangue affluisce
alle tempie: guardo con angosciosa attenzione l’immagine del ragazzo... è
lui, oddio, no, non può essere davvero lui! Il mio migliore amico! Il mio
confidente da una vita!
Ho bisogno di calmarmi, di
sedermi per placare il vortice nella testa... trovo conforto nel divano morbido,
mentre cerco di capire la disgrazia; con uno sforzo sovraumano mi concentro
sulle parole della giornalista, ma la sua freddezza mi sconvolge; la mia mente
si rifiuta di proseguire la tortura: mi addormento.
Mi risveglio in un’agonia in
cui incubi ed immagini della memoria lottano nel mio presente, ma la
consapevolezza di ciò che è vero resta.
Eravamo così complici, noi.
Ogni mio singolo pensiero assomigliava al suo. Sapevo cosa pensava e in quello
stesso momento lui sapeva che io lo l’avevo capito. Eravamo uguali. Non
complementari, semplicemente uguali. Ogni volta che ci guardavamo c’era un
sentimento che ci faceva rabbrividire: la profonda intesa. Era un gran ragazzo,
un grande uomo... Aveva un’opinione, per quanto sbagliata, su qualsiasi cosa
gli capitasse e passasse davanti, e gridava perché gli altri la rispettassero o
almeno non la calpestassero. E per questo era libero. Le persone che credevano
di odiarlo in realtà non potevano fare a meno di lui. E quelle che lo amavano
non potevano che invidiarlo. E disperarsi perché avrebbero voluto somigliargli
almeno nella tenacia che lo portava tanto lontano a volte troppo lontano, tanto
da sentirne terribilmente la mancanza.
A volte correva talmente veloce
dietro ai suoi pensieri, alle sue convinzioni, che nessuno riusciva a
raggiungerlo. Quando aveva un’idea in mente si sentiva il solo. Diventava
egoista, non si accorgeva dei "seguaci" che lo circondavano. Era
insopportabile. Tremendamente. Ma quando si fermava , dopo aver raggiunto il suo
scopo... beh quando si fermava non si poteva che amarlo più di quando avesse
iniziato a correre. Mattone per mattone aveva costruito il suo futuro in lunghi
anni di fatica e poche lacrime, che la sorte gli aveva gentilmente risparmiato.
Ma lui era troppo sicuro della
sua forza e dei meriti che ognuno gli avrebbe dovuto riconoscere, che non si
degnava neppure di ringraziarla. L’imbattibile. L’imperturbabile. Il
migliore. Ho solo potuto vivere nascosto dalla sua forte presenza, nel buio
della sua ombra. Per quanto mi sforzassi di camminare al suo fianco il suo passo
era troppo lungo. Era lui il più veloce.
Non posso minimamente
immaginare che proprio qualche ora prima, nel pomeriggio di ieri, passeggiando
vicino a me lungo le solite vie e quei vecchi luoghi, che d’ora in poi
emetteranno un suono diverso, lontano, ineffabile, l’eco del passato, Jacopo
abbia parlato con me per un’ultima volta. Sono state le ultime battute di due
buoni amici. Se avessi saputo che non avremmo mai più riso e pianto assieme l’avrei
almeno abbracciato stretto a me per ringraziarlo semplicemente di tutto quanto.
E invece... solo il banale, consueto saluto. "A presto Jack."
"Ciao Marco. Ciao"... credo sia stato così. Credo perché non mi va
di ricordare. Credo perché non riesco a ricordare. Non mi va, non posso
ricordare. Non voglio. Non ora.
Eppure c’è un’immagine
che non ha intenzione di lasciare la mia mente. E’ chiara, limpida ed
enigmatica: lo sguardo di una bambina, lì sul ponte, accanto a noi. Era fisso
verso di me, verso i miei occhi, le mie mani. Piccola perché avevi gli occhi
lucidi?... Perché tremavi? Perché tremavo anch’io mentre Jacopo mi parlava?
Perché è dovuto morire proprio quando aveva scoperto che sarebbe diventato
padre? Un figlio l’avrebbe reso ancora più felice. avrebbe riempito, pur se
piccolo, una casa così spaziosa, di tenerezza e gioia. La solitudine non l’aveva
e non l’avrebbe mai accompagnato. Non aveva mai vissuto in un silenzio
opprimente, non aveva mai provato la mancanza del calore di una famiglia unita.
Non aveva mai sentito freddo o paura. La paura di vivere. Perché ci sarebbe
sempre stato qualcuno per lui e con lui, in ogni momento, anche il peggiore.
Ma dentro di me, ora, c’è
una domanda che rimbomba. Chi può aver voluto la sua morte. Di certo un pazzo,
di certo una persona malvagia. Siamo tutti malvagi e infuriati. Non ci sono
buoni. Con certezza qualcuno che l’ha invidiato profondamente.
La rabbia dell’invidia gli ha
fatto usare l’unica arma che possedeva, le proprie mani, attorno al collo del
mio, del nostro Jack. Il sentirsi piccolo e inferiore a chiunque gli ha fatto
stringere quelle mani fino a vedere colui che ha sempre vissuto là, in alto
sopra gli altri, esalare lo spirito insieme all’ultimo respiro.
Questo mio desiderio accecante
di sapesse di più, di poter capire, di poter condividere, almeno un’ultima
volta, la sua vita, mi spinge ad uscire ed a comprare un giornale, sulla pagina
della cronaca mi appare, in basso a destra, sfocata e quasi falsa la sua
immagine, il suo volto sorridente; scorro l’articolo fino a trovare le ipotesi
e i fatti concernenti l’omicidio: "La vittima è stata trovata distesa
sul ciglio del marciapiede. Ancora non è stata effettuata l’autopsia, ma il
medico legale afferma che dai lividi bluastri rilevati su collo potrebbe
trattarsi di strangolamento. Nulla si sa con certezza...", distolgo lo
sguardo, "Com’è possibile" Perché con certezza ho sempre saputo
che si trattava di soffocamento? Vacillo, certo la mia mente si sta confondendo,
mi sta confondendo... e allora perché sento, quasi palpabile, concreta, una
sensazione terrificante sui polpastrelli, sui palmi delle mie mani? La vista si
offusca, ma cerco di proseguire la lettura, per trovare una smentita a quella
percezione: "...Sembrano esserci testimoni: una signora di 69 anni, che
abitava lì accanto, accompagnando a casa la nipotina, si è trovata a passare
di lì; anche la bambina di soli 7 anni, ha osservato la scena e sembra esserne
stata traumatizzata. Dalla descrizione che la polizia ha ottenuto dalla donna, l’assassino
è un uomo più o meno della stessa età della vittima, alto, moro e piuttosto
muscoloso; sembra che la vittima lo conoscesse, poiché -come racconta la donna-
camminavano vicini, parlando, quando l’uomo, in un raptus d’ira, ha
aggredito la vittima."
Il giornale cade di mano... le
immagini si accavallano, dopo essere state represse per un giorno, nella
memoria... perché? Perché non ho ricordato prima? Gli occhi spalancati,
spaventati e supplicanti di Jacopo; il sapore salato delle mie lacrime che
colavano fin sulle labbra; il silenzio della mia mente in quel momento...
La mia mente e la mia memoria hanno taciuto; si
sono sforzate di salvarmi, almeno agli occhi della mia coscienza; ma la mia
razionalità ha avuto la meglio. Anche adesso, nel dolore insostenibile, mi
suggerisce ciò che è giusto. Il mio "gemello" è morto, per mano
mia... lentamente mi dirigo nell’appartamento di Jacopo, dove la polizia ha
posto i sigilli, lui ed io siamo uguali, lo siamo sempre stati; la stessa
anima... scavalco i blocchi ed apro l’appartamento con la copia delle chiavi;
l’impressione è devastante, lì dentro Jacopo torna vivo accanto a me...
salgo sulla poltroncina accanto alla tenda, e mentre sono stordito dalle
immagini degli ultimi momenti, da quella sensazione di disgustosa vittoria,
prendo la corda resistente della tenda, la sento ruvida sulla mia pelle mentre
la avvolgo; il viso dei mio amico gemello è sempre più assillante, sempre più
lontano... lui non deve andarsene via da me, è l’unica persona che mi è
stata vicina, questo è il mio desiderio... con un calcio ribalto la sedia sotto
di me, il mio corpo rimane sospeso. Il mio desiderio così si avvererà.