Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”
Primo Classificato sez. prosa


“RITRATTO”
Alessandro F. Dulbecco - 4a C

If you can dream - and not make dreams your master,
If you can think - and not make thoughts your aim,
                                                     - Rudyard Kipling


Il penetrante odore della trementina riempiva la stanza. Dalla grande finestra entrava la luce del mattino. Una delle pareti era interamente occupata da una massiccia libreria in legno, alla quale erano appoggiate delle tele appena abbozzate. Alcune avevano solo un fondo di colore, altre lasciavano già intuire delle figure. Una pellicola grigia ricopriva il pavimento, per evitare che qualche macchia di colore potesse sporcarlo. Al centro della stanza, il cavalletto. Di fianco, un piccolo mobile, a tre cassetti, con i colori. Primo cassetto: bianco, nero, grigi. Secondo cassetto: gialli, rossi, terre. Terzo cassetto: blu, verdi, viola. Su di uno sgabello, dentro un vaso, una cinquantina di pennelli, per la precisione cinquantaquattro, ordinatamente disposti per grandezza e forma. Sul cavalletto una tela. Bianca. Il sottile strato di gesso, colla e olio di lino, che sarebbe servito da fondo, era appena asciugato. Sembrava incredibile che in quella stanza, dove ogni cosa era inesorabilmente segnata da almeno una macchia di colore, potesse esistere qualcosa di tanto perfetto. Davanti al cavalletto, una sedia. E sulla sedia, un uomo. In mano aveva una matita. Fissava la tela, e decise che sarebbe stato un ritratto, un ritratto di donna.

Il penetrante odore della trementina riempiva la stanza. Dalla grande finestra entrava l’ultima luce della sera. Davanti al cavalletto un uomo, sul cavalletto un quadro.

Rappresentava...

Rappresentava una giovane donna...
Vent’anni, ventidue al massimo. La pelle chiara e i capelli corvini contribuivano a rendere dolce la sua figura. Il Pittore passò ore - ore - ad osservarla. Quasi come in un sogno, quando hai paura che, d’un tratto, tutto attorno a te svanisca. Quasi come quando sei felice e, nel momento stesso in cui ascolti la musica della tua risata, hai paura che tutto finisca. E - ad ogni sguardo - il Pittore andava rinchiudendosi nella gabbia di cristallo, finta fittizia gioia che lui stesso si era fabbricato.

Rappresentava una giovane donna. Due occhi bruni che guardavano lontano... Da quello sguardo l’avresti detta molto timida. il Pittore provò ad immaginare il carattere della sua Creatura, una ragazza un po’ insicura, ma con cui avrebbe potuto avere interminabili discorsi, senza mai saziarsi del suono della sua voce. Se qualcuno le avesse detto quanto era bella, probabilmente sarebbe arrossita.

Rappresentava una giovane donna. Due occhi bruni che guardavano lontano. Indossava un lungo abito da sera... L’avrebbe potuta conoscere di notte, ad una festa, in un ampio cortile illuminato da grandi fiaccole. E si sa che alla luce del fuoco tutti i volti appaiono buoni. Pacato chiaroscuro di colori, il fuoco addolcisce gli sguardi, e con essi i sentimenti. I loro occhi si erano incontrati per caso. Non avrebbe potuto dire con precisione per quanto tempo erano rimasti a guardarsi. Poi, lui le si era avvicinato, con la voce che tremava
- Ti stavo aspettando
- Anch’io

Rappresentava una giovane donna. Due occhi bruni che guardavano lontano. Indossava un lungo abito da sera. Sullo sfondo una stanza con un grande letto di mogano... Avevano parlato per ore, gli occhi fissi l’uno sull’altra. Lei era una pianista. Davvero? Che compositori le piacevano? Ravel, Schumann, ma soprattutto Debussy. Lui spesso metteva un disco di Debussy, come sottofondo, mentre dipingeva. No, era un pittore? Sì, era un pittore. Le sarebbe piaciuto molto vedere un suo quadro.
- Se ti va di venire a casa mia, lì ce n’è uno che ho finito da poco.
Le andava.

Rappresentava una giovane donna. Due occhi bruni che guardavano lontano. Indossava un lungo abito da sera. Sullo sfondo una stanza con un grande letto di mogano. Le lenzuola erano disfatte... Erano rimasti sdraiati per ore, sul letto, uno accanto all’altra. Ognuno sentiva il corpo dell’altro, il suo calore. Avevano giocato fra le pieghe delle lenzuola, con i cuscini. A un certo punto, si erano fermati, contemporaneamente, quasi come se si fossero messi d’accordo. Un sorriso impalpabile sul volto di lei. La baciò.

Il quadro rappresentava una giovane donna. Due timidi occhi bruni che guardavano lontano. Indossava un lungo abito da sera. Sullo sfondo una stanza con un grande letto di mogano. Le lenzuola erano disfatte. Dalla finestra si vedeva la strada, giù di sotto, piena di gente. La gente? Giù dalla finestra del suo studio, nella strada, la gente passava sul serio. Era stata una giornata calda, ma ora il sole stava lentamente tramontando dietro i tetti delle case e - d’un tratto - la strada si era popolata. il brusio dei passanti arrivò fino al suo orecchio, e lo distolse dai suoi pensieri. Quasi stordito, il Pittore si alzò, avviandosi a passi lenti verso la finestra. Si affacciò e si mise ad osservare i passanti. Solo in quel momento lo capì. Capì che la sua donna era finta, che il suo amore era finto. La gente che camminava lungo la strada, quella era vera. La gente che era uscita nella brezza del crepuscolo era vera. Uomini, donne, bambini. Camminavano, si salutavano, parlavano. Loro erano veri. Quattro ragazze che bisbigliavano concitatamente a proposito di qualche ragazzo. Loro erano vere. Due bambini, con il naso schiacciato sulla vetrina del negozio di giocattoli, in fondo alla via. Loro erano veri. Ma la sua donna no. Lei era solamente un quadro. Una sottile pellicola di colore stesa su una tela di canapa. Come poteva innamorarsene? No, non poteva prendersi in giro così. Era crudele rinunciarle, ma la più grande bugia è mentire a se stessi. La verità può fare male, ma non bisogna mai mentire a se stessi. Quella è la bugia più grande, la più maledettamente spregevole.
Però... Però in fondo, cosa sarebbe cambiato? L’importante non è la verità, l’importante è essere felici. E lui, davanti a quella donna, si era sentito felice come mai prima di allora. Sarebbe bastato così poco. Quasi nulla: rinunciare a quella gente, inutile ma vera, per abbandonarsi a quella donna. No, no, no, la più grande bugia è mentire a se stessi. Continua a ripeterlo, o cederai alla tentazione. La più grande bugia è mentire a se stessi. E’ convincersi che le cose possano continuare quando in realtà sono già finite. La più grande bugia è mentire a se stessi. E’ convincersi di essere forti quando non lo siamo. La più grande bugia è mentire a se stessi. E’ convincersi di essere eterni. La più grande bugia è mentire a se stessi. E’ convincersi che una sconfitta sia in realtà una vittoria. La più grande bugia è mentire a se stessi. E’ convincersi che un quadro sia vero.

Però... Però in fondo cosa sarebbe cambiato?

Rappresentava una giovane donna. Due timidi occhi bruni che guardavano lontano. Un lungo abito da sera. Sullo sfondo una stanza con un grande letto di mogano. Le lenzuola erano disfatte. Dalla finestra si vedeva la strada, giù di sotto.

Una strada deserta.


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