Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
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130-Deh, quando tu sarai
tornato al mondo
e riposato de la lunga via-,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
133 -ricordati di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
136 disposando m’avea con la sua gemma-
Il mio nome è Pia de Tolomei, sono un
membro dell’illustrissima famiglia dei Tolomei, una delle più illustri di
Siena. Quando nacqui decisero di chiamarmi Pia per la devozione che mia madre
aveva per la Madonna e perché fu proprio la Madonna a salvarmi la vita.
Quando mia madre era in dolce attesa si ammalò di tisi e tutti la davano per
spacciata; le era già stata data l’estrema unzione ma grazie a quell’Ave
Maria pronunciato sul letto di morte riuscì a partorirmi viva. Purtroppo appena
i miei occhi videro la luce lei morì.
Io odiavo mia madre, anche se non l’avevo mai vista ne’ conosciuta la odiavo
a morte, era lei che mi aveva fatto nascere. Fu la mancanza del suo amore a
spingermi verso il peccato e la lussuria, la mancanza del suo amore e quel
diavolo perverso che risiede nell’anima di mio padre.
Ogni mattina andavo in chiesa a pregare, ogni santissimo giorno congiungevo le
mani verso il cielo e invocavo la vergine Maria, umile e contenuta nel volto
recitavo ogni parola con totale devozione, ma dentro di me, nel profondo della
mia anima, ardevo come il fuoco. Tutta la gente perbene della città mi ammirava
per la mia purezza, la mia castità, tutti tranne mio padre. Egli sapeva bene
cosa ero in grado di fare, mi conosceva a fondo. Fin dai primi anni di vita
aveva continuato a ripetermi che avrei dovuto prendere il posto di mia madre.
Inizialmente non capivo il significato delle sue parole, forse avrei dovuto
occuparmi della casa e dei miei sette fratelli anche se erano più grandi di me.
No, non era quello il mio compito, ciò che dovevo fare lo capii una notte d’inverno;
avevo solo dodici anni quando il mio caro padre, degno erede e illustre
rappresentante della famiglia de’ Tolomei, entrò in camera mia e mi
possedette avidamente, mettendo fine in cinque minuti alla mia giovinezza ed
innocenza. Da quel giorno divenni la paladina del piacere e persi ogni briciolo
di dignità. I contadini del nostro podere mi conoscevano bene e io sapevo come
soddisfarli. Amavo il piacere, di qualunque tipo, non importava se ero da sola,
con uno o più amanti, nello stesso letto o sulla stessa balla di fieno. L’unica
cosa importante era il segreto, nessuno doveva sapere quello che succedeva nel
mio letto, sotto gli alberi di ciliegie o in quel maledetto fienile. A volte
indossavo una maschera per non farmi riconoscere, a volte legavo i miei amanti e
lanciavo loro le minacce più turpi per distoglierli dal raccontare in giro ciò
che era successo, nessuno in città doveva sapere ciò che accadeva nel candido
giaciglio di Pia de’ Tolomei.
Con il mio viso bianco e delicato e la mia voce candida riuscivo a convincere
chiunque, nessuno dubitava della mia purezza e onestà. Quante cerimonie, quante
falsità, quante preghiere inutili ero costretta a sopportare.
Rifiutai tutti i pretendenti che chiedevano la mia mano, non volevo sposarmi,
sapevo che avrei dovuto smettere di vivere a quel modo e non potevo sopportare l’idea.
Poi un giorno, dopo aver dato il benvenuto ad un illustre ospite di mio padre,
rimasi incinta e fui costretta a maritarmi per non gettare la famiglia nello
scandalo. Fu quel povero cristiano di Nello de’ Panocchieschi che mi prese in
moglie due mesi dopo, quando ancora il corsetto copriva il gonfiore del mio
ventre. Mi portò in Maremma, in un grande castello. Tutto sembrava essersi
sistemato, finalmente ero lontana da mio padre e potevo vivere tranquilla. I
giochi proibiti di Siena erano solo un brutto ricordo che velocemente sfumava
nella mia mente. Mi accorsi che per la prima volta in vita mia ero felice.
Tutto però fu breve illusione: presto i miei peccati vennero puniti. Una sera
andai dal mio povero marito e gli annunciai di essere incinta e mentii
dicendogli che il figlio era suo. Non dimenticherò mai quella notte, la sua
espressione mutò in un secondo: da uomo innamorato e gentile a uomo freddo e
disgustato. Stette immobile davanti a me per cinque lunghi minuti poi si voltò
e disse: "Io non posso avere figli" e se ne andò senza voltarsi. Fu l’ultima
volta che lo vidi.
Tre giorni dopo mi trovai nella cella della torre del castello ed avevo una gran
sete. Le catene intorno alle braccia mi bloccavano il sangue, la gola mi
bruciava e il fetore delle mie feci mi faceva girare la testa. Pensai a mia
madre e alla sua ultima preghiera per la Madonna che mi aveva salvato la vita
diciannove anni prima. Poi pensai al mio bambino, quella piccola anima che avevo
ingiustamente strappato dal cielo, il frutto del peccato che portavo dentro. Lo
sentii morire, provai una pena immensa e totale, una disperazione così forte da
farmi bloccare il cuore.
Fu l’amore per quel figlio di Dio, per quella innocente creatura che mi salvò
dalle fiamme dell’inferno, quel povero piccolo che pagò per i miei peccati.