Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Lui non parlò per tutto il
tragitto. E io neppure. Non avevamo bisogno delle parole.
Parlare avrebbe
rovinato quello che avevamo dentro di noi.
L'autobus stava aspettando nel
vialetto della scuola, ma non aveva ancora caricato gli studenti. Il conducente
ci salutò sventolando la mano e lui corse su a mettere sul sedile le sue cose.
Poi ridiscese dall'autobus, tornando verso di me.
Mi guardò tutta, riparandosi
gli occhi dalla luce. lo guardai lui. Fu un attimo di eternità nella luce
splendente del sole. "Ciao", disse con un filo di voce.
Mi lasciai
cadere nelle sue braccia, stringendolo forte. Sentivo il cuore rimbombarmi nelle
orecchie e un nodo in gola non mi permetteva di parlare. Lo lasciai, e lui corse
verso l'autobus. Corse fino ai gradini, ma poi, quando cominciò a salire, si
fermò. Mi guardò. L'eternità sembrava dividerci. Lui sorrise appena, in modo
strano. Un secondo dopo se n'era già andato; salì in fretta le scale
dell'autobus e scomparve. A momenti vedevo la sua faccia al finestrino
posteriore, schiacciata contro il vetro.
Il conducente chiuse le porte e
l'autobus cominciò a rombare. "Ciao", si leggeva sulle sue labbra.
Non saprei dire se stesse piangendo. Una mano si agitava, prima freneticamente,
poi più lentamente. lo sollevai la mano e sorrisi, mentre l'autobus svoltava e
scompariva alla vista.
"Ciao, ciao", dissi, le parole quasi
impercettibili che premevano per uscire dalla mia gola strozzata.
Poi mi girai e
tornai indietro.