Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
C'è un
momento nella vita di ognuno
che va speso per contemplare un fiore e sentirsi felici.
Quel momento è molto breve, è un baleno
si sente sempre un sottile filo di vento.
Camminavo
a grandi passi fra le pietre di quel tempio diroccato con la macchina
fotografica appesa ad un braccio e ridevo perché per la prima volta in cinque
giorni di gita stavo visitando un sito archeologico senza essere obbligato ad
ascoltare una guida noiosissima che, come un libro stampato, ripete la lezione
di storia. Una città va esplorata, bisogna correre tra le pietre, cogliere il
suo spirito e stabilire un contatto con lei, un contatto sensibile, non
conoscitivo.
Correvo tra le mura di Capo Sunio con la macchina fotografica appesa al braccio,
ero agitatissimo perché avevo già perso tempo per comprare un rullino al bar.
Ero così trasportato dalla maestria di quel monumento che si stagliava contro
il cielo sulla cime di quella collina che mi dimenticai di guardare dove mettevo
i piedi.
All'improvviso il mio piede sinistro mancò l'appoggio e si piegò su se stesso
facendo cedere la gamba e sbilanciandomi irrimediabilmente in avanti. La
macchina fotografica volò via, io barcollai per qualche passo prima di cadere
sulla gamba destra che si piegò scompostamente obbligando il mio povero
ginocchio ad esercitare una forza assai superiore a quella che avrebbe potuto
sopportare.
Sentii una fiammata di dolore salire dalla gamba destra verso la testa, feci una
smorfia orrenda e gridai forte la mia pena ai quattro venti.
Mi ritrovai sdraiato supino su un letto di erba e sassi, con una mano mi coprii
gli occhi per paura di guardare, l'altra la strinsi forte sul ginocchio cercando
di stroncare il dolore.
Quando passò l'eco del mio urlo mi ritrovai immerso nel silenzio.
Il terrore di essermi rotto nuovamente il ginocchio mi impediva di aprire gli
occhi.
Forse svenni, forse fu solo un pensiero più lungo del solito.
Quel cielo che mi si presentava davanti pieno di vento e nuvole, quei fiori che
mi circondavano, mi invitavano a riflettere.
Poco prima avevo visto un gabbiano volare sopra la mia testa sfidando le forti
correnti d'aria che facevano traballare le sue ali.
Me lo immaginai appollaiato su una roccia vicino a me, immaginai che mi fissava
triste come se fossi morto.
Io non capivo, tenevo ancora una mano sopra gli occhi e sentivo il mio respiro
affannoso che non accennava a calmarsi e sentivo anche il mio cuore che batteva
forte. Era il battito di un cuore stanco, esaurito da tre notti quasi insonni,
stremato dalla corsa sfrenata di poco prima.
Quel gabbiano mi fissava triste.
-Perché corri?- Mi disse all'improvviso.
-Perché amo correre- Risposi io prontamente.
Il gabbiano inclinò la testolina da un lato, dubbioso.
-Ma non puoi farlo-
-Non m'importa- Ribattei subito.
-Fermati. Basta scappare, guarda intorno a te.
-Ho paura ad aprire gli occhi-
-Non devi averne, c'è un momento nella vita di un uomo che deve essere speso
per guardare un fiore-
-Non capisco-
Ci fu un attimo di silenzio poi l'uccello riprese:
-Tu corri sempre, tu scappi, tu ami poi odi poi cambi nuovamente idea, se tu
adesso avessi il coraggio di aprire gli occhi sentiresti e capiresti quello che
sei venuto a fare in questa terra di anime mortali. Qui intorno vivevano grandi
spiriti, queste pietre diroccate e consumate dal vento trattengono al loro
interno una forza poderosa, è la forza della storia, la forza della memoria, è
il tempo che smette di correre, si ferma e in un istante solo comunica una
emozione molto profonda, una certezza assoluta da cogliere e ricordare.-
-Spiegati meglio-
-Non
posso. Lo devi capire da solo. Certe cose non si possono dire, sono dei
segreti.-
-Ma non c'è nessuno che ci sta ascoltando- esclamai io.
-Lo devi capire da solo, non esistono parole per spiegarlo.-
Detto questo il gabbiano volò via gracchiando il mio nome a gran forza.
Lentamente rilassai i muscoli della mano sinistra che mi stava cavando un occhio
con la sua pressione, la smorfia di dolore sparì dal mio viso e i muscoli della
mia faccia si rilassarono trovandosi in una espressione stupita e incredula.
Provai lentamente a muovere il ginocchio destro e scoprii con grande contentezza
che era rimasto illeso.
Aprii gli occhi e vidi il cielo grigio pieno di nuvole che sembrava salutarmi.
Dopo averlo scrutato intensamente in cerca del gabbiano rivolsi lo sguardo verso
il luogo dove si era posato poco prima quel volatile. C'era una roccia alla mia
sinistra, era alta circa mezzo metro e copriva con la sua ombra una sottile
striscia di prato che si era fatto strada tra i sassi. A breve distanza c'era un
cespuglio alto poco più di un braccio, aveva delle foglioline molto piccole di
colore verde smeraldo. Il cespuglio delimitava il piccolo prato e insieme a
quella grande roccia creava una specie di nicchia, un giardino in miniatura.
Il terreno collinoso mi impediva di guardare cosa ci fosse dietro questi due
elementi, vedevo solo il cielo grigio e imponente e in lontananza il tempio di
Poseidone.
Poi il mio sguardo si posò su un fiore.
Si trovava tra la roccia e il cespuglio, era l'unico in quel tratto di prato,
era solo ed era stupendo.
Lo contemplai a lungo.
Era un papavero, aveva quattro petali rossi come il fuoco, oscillava lentamente
al vento, con armonia.
Stetti a fissarlo per qualche secondo che però sembrò infinito, il tempo
infatti si era fermato, ne ero sicuro.
Quel gabbiano, dov'è sparito? Che si sia trasformato in un fiore? O forse era
il fiore che mi parlava e io ho confuso le voci di quei due esseri stupendi?
Una
miriade di domande mi affluirono al cervello, i muscoli delle gambe si erano
rilassati e anche il mio cuore aveva smesso di battere all'impazzata. Mi
tranquillizzai.
Mi misi seduto. Calmo e sorridente osservavo quel fiore che oscillava nel vento,
immerso in quell'atmosfera surreale piena di profumi, fantasie e sensazioni.
Il mondo è pieno di bellezza, capii all'improvviso. La vita è armonia, è
musica, è bellezza.
Mi sentii molto felice, per un attimo tornai ad essere un bambino, sentii
l'innocenza di quel paesaggio e mi sentii piccolo e spaurito. Colsi in un
istante il segreto del gabbiano, quel segreto assurdo e inspiegabile che ti
permette di cogliere la bellezza in ogni angolo dell'universo.
Ogni giorno, in ogni dove, una bellezza per cui vivere.
Quello era sicuramente un fiore di Poseidone, visto che il tempio li vicino è
dedicato proprio al grande dio del mare.
Lentamente mi rialzai, stavo per scattare una fotografia a quella meraviglia ma
qualcosa me lo impedì, il rispetto forse. Detti l'ultimo saluto al bel fiore
accennando un' inchino. Poi mi voltai e non lo rividi mai più.
Raggiunsi i miei compagni di classe che non si erano neanche accorti della mia
assenza, per me invece era passata un'eternità.