Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”
Secondo Classificato sez. prosa


“IL PAPAVERO DI POSEIDONE”
Pietro Spinelli - 5a B


C'è un momento nella vita di ognuno
che va speso per contemplare un fiore e sentirsi felici.
Quel momento è molto breve, è un baleno
si sente sempre un sottile filo di vento.


Camminavo a grandi passi fra le pietre di quel tempio diroccato con la macchina fotografica appesa ad un braccio e ridevo perché per la prima volta in cinque giorni di gita stavo visitando un sito archeologico senza essere obbligato ad ascoltare una guida noiosissima che, come un libro stampato, ripete la lezione di storia. Una città va esplorata, bisogna correre tra le pietre, cogliere il suo spirito e stabilire un contatto con lei, un contatto sensibile, non conoscitivo.
Correvo tra le mura di Capo Sunio con la macchina fotografica appesa al braccio, ero agitatissimo perché avevo già perso tempo per comprare un rullino al bar. Ero così trasportato dalla maestria di quel monumento che si stagliava contro il cielo sulla cime di quella collina che mi dimenticai di guardare dove mettevo i piedi.
All'improvviso il mio piede sinistro mancò l'appoggio e si piegò su se stesso facendo cedere la gamba e sbilanciandomi irrimediabilmente in avanti. La macchina fotografica volò via, io barcollai per qualche passo prima di cadere sulla gamba destra che si piegò scompostamente obbligando il mio povero ginocchio ad esercitare una forza assai superiore a quella che avrebbe potuto sopportare.
Sentii una fiammata di dolore salire dalla gamba destra verso la testa, feci una smorfia orrenda e gridai forte la mia pena ai quattro venti.
Mi ritrovai sdraiato supino su un letto di erba e sassi, con una mano mi coprii gli occhi per paura di guardare, l'altra la strinsi forte sul ginocchio cercando di stroncare il dolore.
Quando passò l'eco del mio urlo mi ritrovai immerso nel silenzio.
Il terrore di essermi rotto nuovamente il ginocchio mi impediva di aprire gli occhi.
Forse svenni, forse fu solo un pensiero più lungo del solito.
Quel cielo che mi si presentava davanti pieno di vento e nuvole, quei fiori che mi circondavano, mi invitavano a riflettere.
Poco prima avevo visto un gabbiano volare sopra la mia testa sfidando le forti correnti d'aria che facevano traballare le sue ali.
Me lo immaginai appollaiato su una roccia vicino a me, immaginai che mi fissava triste come se fossi morto.
Io non capivo, tenevo ancora una mano sopra gli occhi e sentivo il mio respiro affannoso che non accennava a calmarsi e sentivo anche il mio cuore che batteva forte. Era il battito di un cuore stanco, esaurito da tre notti quasi insonni, stremato dalla corsa sfrenata di poco prima.
Quel gabbiano mi fissava triste.
-Perché corri?- Mi disse all'improvviso.
-Perché amo correre- Risposi io prontamente.
Il gabbiano inclinò la testolina da un lato, dubbioso.
-Ma non puoi farlo-
-Non m'importa- Ribattei subito.
-Fermati. Basta scappare, guarda intorno a te.
-Ho paura ad aprire gli occhi-
-Non devi averne, c'è un momento nella vita di un uomo che deve essere speso per guardare un fiore-
-Non capisco-
Ci fu un attimo di silenzio poi l'uccello riprese:
-Tu corri sempre, tu scappi, tu ami poi odi poi cambi nuovamente idea, se tu adesso avessi il coraggio di aprire gli occhi sentiresti e capiresti quello che sei venuto a fare in questa terra di anime mortali. Qui intorno vivevano grandi spiriti, queste pietre diroccate e consumate dal vento trattengono al loro interno una forza poderosa, è la forza della storia, la forza della memoria, è il tempo che smette di correre, si ferma e in un istante solo comunica una emozione molto profonda, una certezza assoluta da cogliere e ricordare.-
-Spiegati meglio-
-Non posso. Lo devi capire da solo. Certe cose non si possono dire, sono dei segreti.-
-Ma non c'è nessuno che ci sta ascoltando- esclamai io.
-Lo devi capire da solo, non esistono parole per spiegarlo.-
Detto questo il gabbiano volò via gracchiando il mio nome a gran forza.
Lentamente rilassai i muscoli della mano sinistra che mi stava cavando un occhio con la sua pressione, la smorfia di dolore sparì dal mio viso e i muscoli della mia faccia si rilassarono trovandosi in una espressione stupita e incredula.
Provai lentamente a muovere il ginocchio destro e scoprii con grande contentezza che era rimasto illeso.
Aprii gli occhi e vidi il cielo grigio pieno di nuvole che sembrava salutarmi.
Dopo averlo scrutato intensamente in cerca del gabbiano rivolsi lo sguardo verso il luogo dove si era posato poco prima quel volatile. C'era una roccia alla mia sinistra, era alta circa mezzo metro e copriva con la sua ombra una sottile striscia di prato che si era fatto strada tra i sassi. A breve distanza c'era un cespuglio alto poco più di un braccio, aveva delle foglioline molto piccole di colore verde smeraldo. Il cespuglio delimitava il piccolo prato e insieme a quella grande roccia creava una specie di nicchia, un giardino in miniatura.
Il terreno collinoso mi impediva di guardare cosa ci fosse dietro questi due elementi, vedevo solo il cielo grigio e imponente e in lontananza il tempio di Poseidone.
Poi il mio sguardo si posò su un fiore.
Si trovava tra la roccia e il cespuglio, era l'unico in quel tratto di prato, era solo ed era stupendo.
Lo contemplai a lungo.
Era un papavero, aveva quattro petali rossi come il fuoco, oscillava lentamente al vento, con armonia.
Stetti a fissarlo per qualche secondo che però sembrò infinito, il tempo infatti si era fermato, ne ero sicuro.
Quel gabbiano, dov'è sparito? Che si sia trasformato in un fiore? O forse era il fiore che mi parlava e io ho confuso le voci di quei due esseri stupendi?
Una miriade di domande mi affluirono al cervello, i muscoli delle gambe si erano rilassati e anche il mio cuore aveva smesso di battere all'impazzata. Mi tranquillizzai.
Mi misi seduto. Calmo e sorridente osservavo quel fiore che oscillava nel vento, immerso in quell'atmosfera surreale piena di profumi, fantasie e sensazioni.
Il mondo è pieno di bellezza, capii all'improvviso. La vita è armonia, è musica, è bellezza.
Mi sentii molto felice, per un attimo tornai ad essere un bambino, sentii l'innocenza di quel paesaggio e mi sentii piccolo e spaurito. Colsi in un istante il segreto del gabbiano, quel segreto assurdo e inspiegabile che ti permette di cogliere la bellezza in ogni angolo dell'universo.
Ogni giorno, in ogni dove, una bellezza per cui vivere.
Quello era sicuramente un fiore di Poseidone, visto che il tempio li vicino è dedicato proprio al grande dio del mare.
Lentamente mi rialzai, stavo per scattare una fotografia a quella meraviglia ma qualcosa me lo impedì, il rispetto forse. Detti l'ultimo saluto al bel fiore accennando un' inchino. Poi mi voltai e non lo rividi mai più.
Raggiunsi i miei compagni di classe che non si erano neanche accorti della mia assenza, per me invece era passata un'eternità.


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