Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”


“NEL BUIO”
di Fabio Cimentini Succi - 5a E


Forse, un giorno, partire era ancora un gioco. Una vaga leggerezza come tante, di quelle da esibire agli amici in una serata tranquilla, in collezioni impilate con cura. Un giorno. Di certo non ora.
Di certo non ora. Me lo ripetevo tra i respiri corti, salendo il crinale. Ora era soltanto come piantarsi un coltello in mezzo agli occhi, senza la sicurezza che la luce sarebbe mai tornata. Un salto nel buio, ignari di cosa attendesse dopo. Nella città del resto c’era tutto, accuratamente preparato e somministrato.. che cosa, se non la pazzia, poteva portare un uomo a lasciare tutto? Chiunque concepisse soltanto di uscire dalla sua amorevole stretta protettiva, dagli oculati progetti di vita..
...era semplicemente inimmaginabile.
In realtà, non mi interessava chiedermi se fossi sano o già impazzito. Non l’avrei capito comunque. Mi fermai, le gambe pesanti, e gettai uno sguardo sotto: ancora troppo vicina. Da sopra, la città sembrava un’unica enorme luce biancastra, amorfa, circondata dalla nebbia e dalla penombra. Di nuovo mi chiesi che cosa mi avesse spinto ad andarmene, recitare la figura del folle: se il rumore atono delle vetture della città (ormai lo confondevo coi battiti dei cuore), o qualcos’altro tra le necessità, avesse risvegliato in me un qualche irrazionale germe di pazzia, o se in realtà fosse un sogno. Forse tra poco avrei riaperto gli occhi, guardato le pareti bianche dei mio cubicolo e lasciato strada al rassicurante messaggio di essere tornato alla realtà; forse non stava accadendo nulla, ma non importava. Andavo avanti.
Mi rimisi in cammino, lasciandomi alle spalle il gigante luminoso, addormentato sotto montagne che non avevo mai visto; gli occhi erano ancora abituati alla perenne luminosità, e nella penombra potevo solo avanzare lentamente. Ma sempre avanti, col ritmo continuo dei piedi dolenti; una volta compiuto il salto bisognava non pensare al ritorno. La strada curvava pigramente in salita, e con lentezza la penombra inghiottiva le ultime luci dietro.
Una figura mi camminava davanti, pochi metri. Dall’inizio della strada non ci eravamo scambiati nemmeno uno sguardo, il solo rumore di passi era l’indizio di una presenza estranea. Ormai è così, mi ripetevo; nel buio i primi compagni sono i dubbi, si può soltanto essere soli. Non poteva esistere un dialogo, tra esuli soli nel buio.
Continuavo ad andare avanti, tenevo lo stesso cammino nonostante l’oscurità coprisse anche gli ultimi lampi artificiali della città lontana. Ansimavo: il cammino era una nuova, forte sensazione, un risveglio dalla confortevole immobilità della città sotto il neon. Un giorno, forse, il viaggio non era così arduo: ma continuai, mentre un lieve chiarore si schiudeva pigramente intorno a me. Quando fu abbastanza chiaro, mi fermai di nuovo lungo i bordi della strada, e lasciai scorrere i brividi; la strada si faceva chiara. Così il punto ormai distante che saliva davanti a me. Così le montagne dall’altra parte. Così i bordi della strada, coperti di muschio. Così i pini immobili intorno, nel silenzio. Così, con indugio, si fecero chiari i primi fiori, punti multicolori radi tra l’erba. Cosi oltre, in mezzo alla luce crescente: lontana, un impotente gigante sotto il crinale, la città in fiamme. Un enorme garofano in sboccio, sotto gli alberi e i fiori; era come se non fosse mai esistita quella gelida distesa di vetro e neon. Qui sopra c’era solo il silenzio; sorrisi, con un respiro profondo, poi mi voltai. Il silenzio non era cessato. Ormai partire è un cieco salto nel buio, l’uccisione di ogni certezza. Così mi sentii percorso da un nuovo brivido, e ripartii nella luce nascente, lungo la salita.


[home]