Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Ancora scintillante il sole accarezzava la sommità
dei monti e il suo volto si specchiava sulle acque quiete del lago di Tarnhal.
“La calma” – sospirò un individuo chino sul ciglio della riva mentre
sorseggiava i fumi inebrianti della sua pipa.
“La pace” – continuò attonito, parlando tra sé come anelando ad essa in
virtù di un cattivo presagio.
“ …Come vorrei attingere ancora dalla tua fonte” – gemette infine quasi
rassegnato mentre sedeva sulla fredda ghiaia lasciando i piedi ciondolare in
quell’acqua delicata.
Poi dei passi disturbarono il suo pensiero, e una voce si frappose tra i
germogli della sua testa: “Guarda il tramonto, amico mio, prima che giunga la
notte, e con la sua falce ci strappi per sempre la luce del sole”. Alto e
fiero stava un altro uomo sul ciglio della riva, gustando anch’egli gli
inebrianti sapori di una pipa, sospirando, quasi a voler immergersi un’ultima
volta in una brezza di quiete.
Le sue parole parvero smarrirsi lungo i passi del tempo, che scandivano il
tramonto di un sole ora quasi scomparso.
Ormai il gorgoglio di vivide fiammelle lucenti sparì dall’acqua, e i monti
all’orizzonte accolsero in grembo la grande stella, e la oscurarono con la
loro imponenza.
I due uomini esalarono l’ultimo soffio di fumo quando il crepuscolo accolse
sul suo manto le prime stelle.
E scese la notte con le sue legioni purpuree; e i cuori cominciarono a battere.
Il tempo dei sospiri era finito!!!
Fu allora che quel volto, intento a fissare l’inesorabile fuga di scintille
disperse nell’acqua, girò lo sguardo ora impavido e fiero.
E una voce gridò: “E’ giunta l’ora di impugnare le armi, mio
comandante” – e uno dei due, il più anziano, si scostò con la possente
mano il manto, ed estrasse una lucente spada dal fodero.
“L’ora è giunta, mio fidato Dain –sussurrò all’altro- è arrivato il
momento di venire fuori.”
Salirono a cavallo i due uomini, e si addentrarono nella boscaglia che li
circondava ad un passo dalla riva, la quale ormai accoglieva sul proprio ventre
spettri di stelle.
Uno dei cavalieri era Gardrhal, un vegliardo, uno dei comandanti degli eserciti
che formavano l’alleanza del Nord. Il suo vessillo era famoso tra i suoi
nemici, che spesso tremavano al suo solo pensiero. Combatté tanta battaglie il
comandante Gardrhal, per la libertà dei regni e del suo popolo, brandendo la più
grande dignità e la più grande fierezza sulla punta della propria spada, con
la quale tante volte aveva tolto vita ai figli del male. Il suo eroismo era
ormai impresso nei suoi occhi. Ma quella sera qualcosa sembrava soffocare la
passata fierezza di quell’uomo.Le ombre della notte si schieravano ora fitte
sui ranghi del cielo, serrate. Forse le nebbie della luna nuova erano pronte ad
avvolgere, durante quella notte, gli eserciti del Nord e ad infrangere la loro
libertà. Per sempre.
Un corno riecheggiò nella vallata delle Querce Brune. Il comandante stava
giungendo. Ivi stava l’accampamento dei battaglioni dei quali Gardrhal era il
comandante; e questi, all’udire il boato del corno, si schierarono dinnanzi ad
un colle; in nervosa attesa del loro primo condottiero, mentre già, di lontano,
si udivano ruggiti di morte e scontri di spade, e pianti e urla e strida di una
battaglia che portava con sé un oscuro destino.
“Preparatevi per la notte più lunga della vostra vita” – tuonò
dall’alto del colle una voce possente; la voce del comandante, che intrepido
stava sul suo cavallo scuro, giunto in quell’istante per partire con i suoi
per la sua forse ultima crociata. “Vi parla un uomo che ha visto e toccato i
più diversi disegni che il male abbia potuto tessere; che ha vissuto battaglie
accanto alla morte, mentre ella esalava vigorosa i suoi respiri; un uomo che ha
sempre combattuto per garantire la vita e la libertà al suo popolo; vi parla un
uomo che è sempre sceso in campo a testa alta, col cuore pavido di fronte a
nulla.
Ma quest’uomo non ha mai potuto immaginare lo scoppiare di una guerra come
quella nella quale vi sto guidando. Quello che ora quest’uomo vede sono orde
di terribili bestie, che dalle fiamme d’inferno muovono sulla nostra terra per
strapparcela; vede migliaia e migliaia di legioni di orchi, di creature e di
uomini che hanno venduto l’anima al buio più fitto; vede alleanze vacillare e
compagni morire, e vede un destino che sembra voler strapparci il cuore dal
petto; vede infine una notte infinita, intenta a far precipitare nell’ombra
tutti i mondi ai quali abbiamo dedicato le nostre intere esistenze. Avverto,
miei uomini, che sta per iniziare la notte più buia che i regni liberi abbiano
mai passato. Nemmeno la luna, stanotte, veglierà sulle nostre anime. Ora noi
andremo verso i campi di battaglia, a combattere la nostra guerra, perché i
cuori che ci battono in petto rimangano impavidi fino alla fine, e per non
dimenticare la dignità di uomini che hanno lottato per la libertà. Il cui
sogno ormai è andato dimenticato!!”.
Non aveva mai parlato in quel modo il capitano Gardrhal. E vide ora, dinnanzi a
sé, infrangersi quello scudo di fierezza che lo aveva sempre accompagnato, e si
accorse solo poi, quando le legioni partirono, che aveva spento ogni speranza
negli animi dei suoi soldati. Proprio lui, che era abituato ad accendere immensi
bracieri nei suoi, si trova ora a riflettere, con le sue stesse parole,
l’animo di un uomo vecchio che vede la sua vita spegnersi e che vede
tramontare, tra le ombre della notte più buia, tutto ciò per cui aveva speso
quella vita. Tramontava, nella sua anima, il sogno di libertà, e le sue parole
non poterono non rispecchiare altro. E ora, tra il tuonare inesorabile di una
battaglia sempre più vicina, le legioni del comandante Gardrhal avanzavano a
passo cupo, smorzate ed afflitte da parole facenti precipitare un sogno che pian
piano, mentre il fragore si faceva sempre più vivo, si estingueva, e si
disperdeva nelle trame di un tramonto perpetuo.
Cavalieri nella notte, stroncati da un sogno ormai appassito, galoppavano quasi
senza vita verso un oceano di dolore. Senza più una meta da raggiungere, senza
più un’alba in cui sperare, senza più vita alla quale sognare.
E quando nubi vermiglie si ersero davanti a loro, padrone di una terra
sconfinata, bagnata dai fuochi della guerra, i loro occhi si smarrirono nel
nulla in cui videro piombare il mondo.
Rimasero attoniti, in cima ad un grande colle, mentre il male si prendeva sempre
più vite, volgendole alla morte, che sbocciava ovunque tra le schiere alleate.
Non era l’unica battaglia quella, ma era la più importante, era la battaglia
decisiva; e le orde di nemici si perdevano nell’oscurità di una distesa che
abbracciava il nero cielo all’orizzonte. Ma i loro focolai bruciavano, e
sembravano infiniti. L’occhio si perdeva mentre i popoli liberi cedevano la
loro vita ai signori della fine.
Il capitano pianse. Non aveva più la forza di pregare. Dall’alto del suo
cavallo lui ora si ergeva, curvo; e i suoi uomini si accorsero di non vedere
altro che un povero vecchio, con la barba e i lunghi capelli bianchi mossi da un
vento arso di sangue e di disperazione.
Sguainò la spada, il comandante, la sollevò con braccio tremante, e con la
punta rivolta verso il basso. Il suo stato d’animo gli impediva di alzarla al
cielo. Rimase allora attonito, afflitto, a rimirare con dolore la visione di un
male che stava trionfando.
Con l’elsa tremante a mezz’aria stava il comandante, quando,
all’improvviso, i suoi occhi, persi in un’infinita distruzione, scorsero
lontano, su una grossa rupe, i vessilli splendenti dei regni di Avalond.
Avevano vinto la loro battaglia, e giungevano ora in soccorso ai reami liberi
del Nord. Venivano da lontano, troppo lontano. Ma ora nei campi del vespro
eterno un’altra forza si era schierata, per portare alto il vessillo della
speranza.
In quell’istante la spada di Gardrhal prese vigore, e rivolse la sommità
verso il cielo, come a spaccare le nubi e la notte.
Rampante si destò il bruno cavallo, e gli occhi del comandante brillavano ora
di una nuova luce, che prima sembrava smarrita nel profondo buio.
Forse era solo una scintilla di una nuova speranza, ma gli araldi alzarono le
bandiere e i corni tuonarono al pari degli agghiaccianti boati di morte. Il
fiero ed eroico comandante Gardrhal si levava ora, impavido, davanti ai suoi
uomini.
Quegli sguardi persi trovarono una luce alla quale attingere, una luce
proveniente dagli stessi occhi che li avevano spenti. Un brivido d’incanto
sfiorò allora gli animi dei cavalieri. Forse solo per un istante. Forse era
solo pura illusione. Forse alla fine avrebbero trionfato i signori
dell’oscurità imperturbabile.
Ma in quel momento i cuori si riaccesero, e, davanti a una distesa irta di
ombra, il comandante puntò la lucente lama verso il nemico.
“La notte è cominciata, miei uomini, preparatevi a sognare!!!”
Tratto dall’Ultima Grande Guerra dei regni di Gandhar