Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”


“NEL BUIO”
Aurora Coatti 3a B


Questo è il racconto di un sogno che simboleggia la ricerca di se stessi, un tentativo di essere felici e di sentirsi completi. Per questo l’immaginazione crea una figura, un personaggio irreale che possa soddisfare la richiesta di un compimento. La notte è buia, non puoi vederci attraverso, però puoi sentire i rumori e soprattutto i corpi che ti sei costruita intorno a te in questo sogno. Le sensazioni che provi sulla tua pelle colmano il desiderio di felicità e ti fanno scoprire te stessa. La stessa figura che crei nella tua mente è uno specchio di te, di quello che vuoi, di tutto ciò di cui hai bisogno. Raggiungendo e ottenendo questa figura conquisti te stessa.
La notte e la situazione che ti inventi, adatta per darti la giusta forza di cercarti.

L’unico scorcio di mare visibile dal suo cortile era una minuscola striscia blu, distinguibile dal cielo soltanto grazie a un’ottima vista e una grande attenzione. Tutto il resto era roccia. Grigia e scoscesa. Era notte allora. Arturo, il grande pastore maremmano, era scappato verso il mare: era suo compito cercarlo e riportarlo a casa. Non era la prima volta che accadeva, ma solitamente si allontanava dal cortile in pieno giorno: in quel momento il sole era calato da parecchio tempo e anche gli ultimi raggi iniziavano a diradarsi sempre di più, in pochi minuti l’unica luce sarebbe stata quella dell’enorme luna rossa.
Medea non si lamentò. Uscì di casa con un mantello pesante e molto largo. Giunta in riva al mare, dopo aver sceso numerosi sentieri ripidi e sassosi si accorse di un improvviso vento caldo che soffiava verso di lei dal mare. Una volta scalza immerse i piedi nell’acqua tiepida e si diresse verso la spiaggia più larga. Distava solo 10 minuti a piedi da quella piccola baia. E solitamente era lì che ritrovava Arturo, in visita a Regina, una graziosa cagnolina della sua stessa razza. Era già qualche mese che le girava intorno: da quando era arrivata al paese. Medea si diresse verso la sua capanna quasi istintivamente, per abitudine. Il buio divenne più fitto che mai e fu allora che sentì alcune voci poco lontano da lei. Ma la notte non le faceva vedere molto lontano e non distinse le tre forme fino alla distanza di poco più di due metri. Erano tre uomini. Le tre figure erano molto alte e imponenti. Soltanto due erano adulti: il terzo aveva circa l’età di Medea o qualche anno in più, odoravano di pesce. La fermarono per chiedere alcune informazioni riguardo al centro del paese, lei indicò la strada da cui arrivavano e un piccolo sentiero che risaliva la scogliera verso l’interno. Si salutarono presto, senza molte chiacchiere. Medea entrò nella capanna-sgabuzzino dei pescatori del posto, mal illuminata da una mezza dozzina di candele appese alle pareti scure. Riconobbe il suo cane pastore di un bianco oscurato dal buio del luogo, che le si avvicinò scodinzolando. Poco dopo arrivò anche un altro cane, dello stesso colore e della stessa forma, soltanto le dimensioni erano leggermente minori.
La ragazza e il suo animale uscirono insieme attraverso la fragile porticina di travi di legno. Appena fuori riconobbe il ragazzo che aveva incontrato poco prima in compagnia dei due uomini.
Gli si avvicinò, chiedendosi se aveva bisogno di un suo aiuto, se poteva fare qualcosa per lui. Questo si girò verso di lei e le sorrise: sembrava avesse aspettato soltanto questo momento. Si presentò col nome di Jago. La sua figura era più imponente da vicino, le spalle erano larghe e il corpo muscoloso. Aveva i capelli neri e ancora sulla pelle lo stesso odore di mare. Chiacchierarono a lungo, passeggiando lungo la riva del mare. Si raccontarono le storie più fantastiche della memoria dei due. Aveva intuito bene, nonostante il buio della notte, che sembrava ancora più denso del solito: il ragazzo aveva da poco compiuto diciotto anni, soltanto un anno più grande di lei. Le raccontò di aver avuto una discussione con i suoi fratelli poco prima di incontrarla per la seconda volta, per questo si allontanò da loro per aspettarla. Quando arrivarono nel punto in cui si erano visti la prima volta lui le prese la mano con la sua, una mano calda, ruvida e grande quasi il doppio di quella di Medea. Lo fece però soltanto quando lei perse l’equilibrio nella sabbia discontinua. Però non gliela lasciò. Si lasciò tirare a terra e rimasero seduti assieme sulla sabbia, il cane al loro fianco. Con la scusa che nessuno si sarebbe accorto dell’assenza della fanciulla poiché‚ a quell’ora tutta la sua famiglia stava dormendo, decisero di passare la notte insieme per fare conoscenza. Lui il giorno dopo sarebbe tornato alla sua città e al suo mare. Per tutta la notte scherzarono sullo scappare insieme o sul nascondersi dai fratelli di Jago. Era come se si conoscessero da una vita. Era l’effetto della notte su di loro, e del mare. Erano due giovani pieni di vita e di voglia di vivere che stavano sdraiati in riva al mare, luogo a loro tanto familiare, in una notte molto luminosa, rischiarata dal desiderio di vedervi qualcosa, di vedersi in faccia e dalla gioia dei loro cuori.
La notte passò più velocemente del solito, i due giovani non avevano mai smesso di raccontarsi i più nascosti segreti o i particolari più dettagliati di ogni singolo momento della loro vita. La luce si stava alzando dalla scogliera e stava illuminando il mare che rifletteva l’azzurro del cielo.
Jago rivelò agli occhi di Medea i folti capelli scuri e la pelle abbronzata dal sole estivo. Insieme al cielo e al mare i suoi occhi brillavano di un azzurro intenso che contrastava con tutto il resto del suo viso e del suo corpo come un faro acceso in una notte densa come quella appena trascorsa: Medea si stupì di non averli visti brillare anche durante la notte talmente le apparivano brillanti ora, ma concluse che, come accadeva al mare, lo splendore deve essere illuminato dal sole per poter luccicare insieme a questo.
I pensieri di Medea furono interrotti dalla visione di due uomini robusti incredibilmente simili a Jago che si avvicinavano a loro, distesi sulla sabbia asciutta. Subito li riconobbe come i suoi fratelli, cosi si alzò sorridente e si presentò. Ma loro aspettarono soltanto che il ragazzo si fosse scrollato gli ultimi granelli di sabbia e si avviarono verso il sentiero da cui era arrivata Medea la sera prima. La ragazza rimase senza parole, non capiva che la mattina, che le era sembrata tanto lontana durante tutta la notte, era arrivata e, in quell’istante, stava perdendo forse per sempre la prima persona in tutta la sua vita che aveva condiviso con lei i propri sentimenti e le proprie emozioni e, cosa ancora più importante, gliene aveva regalate, e molte.
Le aveva suscitato come una sensazione di chiusura perenne allo stomaco, una sazietà permanente, sapeva di avere già tutto quello che le bastava: lui.
Per un momento vide quella figura alta e scura davanti a lei e si accorse della sua indescrivibile bellezza: cosa che il buio della notte non le aveva permesso di notare. Ed era proprio quella notte che rimpiangeva, quella notte che stava scivolando via come la sabbia tra le dita dei suoi piedi mentre correndo gli si avvicinava per un saluto d’addio. Lui si girò verso di lei e poi ancora verso i suoi fratelli ma non riuscì a dire niente, la strinse forte tra le sue braccia possenti e la baciò leggermente sulla fronte.
Dopodiché fu costretto a ricominciare la salita, quella salita scoscesa, troppo familiare per Medea. Non lo rivide più, e mentre guardava fuori da quella finestra verso quella striscia minuscola di mare che si distingueva a fatica dall’oceano azzurro che è il cielo, in mezzo a quella triste roccia grigia, sulla quale un anno prima aveva salutato per l’ultima volta il suo caro Jago, notò una macchia bianca che splendeva al sole rosso poggiante tranquillo su un mare arancione. Mise a fuoco la figura: era di nuovo quel cagnaccio, stava scappando per l’ennesima volta verso la capanna dei pescatori. Come lo vide si precipitò fuori casa per raggiungerlo e riportarlo nel cortile. Scese il familiare sentiero verso la baia e seguì Arturo oltre la porticina marrone lucidata da poco. Qui vi trovò i due animali ormai della stessa grandezza, come era sua abitudine portò il maschio con sé al di fuori, verso il mare e si avviò ancora una volta verso casa. Risalì tristemente la strada, delusa di non aver incontrato il suo uomo neppure questa volta, e fu proprio allora che sentì gridare il proprio nome alle spalle, proprio dove il sole scendeva pian piano. Si girò di scatto al suono di quella voce, sembrava adatta soltanto a un angelo. E lo vide lì, che correva lungo la riva circa cinquanta metri da lei. Il suo sorriso si aprì all’istante e corse alla sua velocità massima verso quella visione angelica. E poco dopo si ritrovò stretta forte tra le sue enormi braccia scure e avvolta dai suoi lunghi capelli che ancora una volta portavano un forte odore di mare. I due si guardarono a lungo, gli occhi celesti di lui brillavano alla poca luce rimasta.
Jago non era cambiato molto, era soltanto leggermente più muscoloso e mostrava una collezione fin troppo ricca di cicatrici su molte parti del corpo. Lo rendevano più grande e più maturo.
Le sue mani erano ancora calde, come se non si fossero mai raffreddate nella speranza di poter ancora scaldare il corpo di Medea. Questa volta era solo, non era stato accompagnato dai suoi fratelli. Raccontò che era stato obbligato dai genitori ad arruolarsi nell’esercito della sua città con l’unica speranza di non dover mai partire per la guerra. Non aveva mai smesso di pescare, era la sua passione più grande, e per questo viveva ancora vicino al mare. Mentre Medea veniva a scoprire tutte queste cose la notte era calata da un pezzo e i due non riconoscevano più molto i contorni dell’altro, o forse questo era solo un pretesto per avvicinarsi e potersi accarezzare. E fu così che Medea scopri il suo profumo, il rumore delle onde sulla riva, la sapidità della sua pelle, la sua schiena muscolosa. Si baciavano e si raccontavano le novità accadute durante l’anno in cui non si erano mai visti. Lui le svelò dopo molte ore che era stato chiamato per la guerra proprio la mattinata precedente, ma che scappò dalla città per poter rivedere Medea, almeno un’ultima volta prima di partire per sempre. Il buio della notte stava facendo di nuovo su di loro il suo effetto e i due si abbandonarono sulla sabbia. I soldati lo stavano cercando ovunque per la mancata presenza, Jago era deciso a non farsi trovare. Voleva almeno amare l’unica donna che aveva mai avuto. Iniziò a spogliarla senza alcun lamento in risposta, passarono alcuni momenti ad accarezzarsi, sdraiati in un angolo della piccola spiaggia. La notte non faceva loro paura, erano abituati a stare insieme al buio, erano ormai capaci di amarsi completamente per ore anche senza alcuna luce che li illuminava.
Da lì a poco arrivarono una dozzina di uomini armati che correvano verso di loro e urlavano a gran voce il nome di Jago e quello che probabilmente era il suo cognome. La forza della notte ormai si era del tutto impossessata di loro, e come avevano fantasticato durante i loro pochi incontri i due giovani si alzarono prontamente e iniziarono a correre su per la salita scoscesa. Entrarono in un bosco per nascondersi, ma furono raggiunti dai soldati che li rincorrevano. Spinti più verso il dirupo, si ritrovarono in trappola: Jago poteva scegliere tra il donarsi a una morte in solitudine in guerra, o la morte insieme alla donna amata, con la rispettiva previsione di una vita eterna insieme a lei. E poiché‚ non aveva avuto la possibilità di stare con lei in vita si decise e comunicò con uno sguardo la sua scelta a Medea, che capì all’istante, quasi gliel’avesse consigliato proprio lei. Si girarono verso il fondo del promontorio, si presero per mano e insieme si avviarono verso il dirupo, verso il mare, la loro vera casa. Medea lasciò la presa poco prima di saltare, i piedi saldi sulla fredda roccia liscia, lui svanì nell’aria. Lei non ne senti mai la mancanza. Ormai era felice, era Medea.


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