Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Questo è il racconto di un sogno che simboleggia la
ricerca di se stessi, un tentativo di essere felici e di sentirsi completi. Per
questo l’immaginazione crea una figura, un personaggio irreale che possa
soddisfare la richiesta di un compimento. La notte è buia, non puoi vederci
attraverso, però puoi sentire i rumori e soprattutto i corpi che ti sei
costruita intorno a te in questo sogno. Le sensazioni che provi sulla tua pelle
colmano il desiderio di felicità e ti fanno scoprire te stessa. La stessa
figura che crei nella tua mente è uno specchio di te, di quello che vuoi, di
tutto ciò di cui hai bisogno. Raggiungendo e ottenendo questa figura conquisti
te stessa.
La notte e la situazione che ti inventi, adatta per darti la giusta forza di
cercarti.
L’unico scorcio di mare visibile dal suo cortile era una minuscola striscia
blu, distinguibile dal cielo soltanto grazie a un’ottima vista e una grande
attenzione. Tutto il resto era roccia. Grigia e scoscesa. Era notte allora.
Arturo, il grande pastore maremmano, era scappato verso il mare: era suo compito
cercarlo e riportarlo a casa. Non era la prima volta che accadeva, ma
solitamente si allontanava dal cortile in pieno giorno: in quel momento il sole
era calato da parecchio tempo e anche gli ultimi raggi iniziavano a diradarsi
sempre di più, in pochi minuti l’unica luce sarebbe stata quella
dell’enorme luna rossa.
Medea non si lamentò. Uscì di casa con un mantello pesante e molto largo.
Giunta in riva al mare, dopo aver sceso numerosi sentieri ripidi e sassosi si
accorse di un improvviso vento caldo che soffiava verso di lei dal mare. Una
volta scalza immerse i piedi nell’acqua tiepida e si diresse verso la spiaggia
più larga. Distava solo 10 minuti a piedi da quella piccola baia. E solitamente
era lì che ritrovava Arturo, in visita a Regina, una graziosa cagnolina della
sua stessa razza. Era già qualche mese che le girava intorno: da quando era
arrivata al paese. Medea si diresse verso la sua capanna quasi istintivamente,
per abitudine. Il buio divenne più fitto che mai e fu allora che sentì alcune
voci poco lontano da lei. Ma la notte non le faceva vedere molto lontano e non
distinse le tre forme fino alla distanza di poco più di due metri. Erano tre
uomini. Le tre figure erano molto alte e imponenti. Soltanto due erano adulti:
il terzo aveva circa l’età di Medea o qualche anno in più, odoravano di
pesce. La fermarono per chiedere alcune informazioni riguardo al centro del
paese, lei indicò la strada da cui arrivavano e un piccolo sentiero che
risaliva la scogliera verso l’interno. Si salutarono presto, senza molte
chiacchiere. Medea entrò nella capanna-sgabuzzino dei pescatori del posto, mal
illuminata da una mezza dozzina di candele appese alle pareti scure. Riconobbe
il suo cane pastore di un bianco oscurato dal buio del luogo, che le si avvicinò
scodinzolando. Poco dopo arrivò anche un altro cane, dello stesso colore e
della stessa forma, soltanto le dimensioni erano leggermente minori.
La ragazza e il suo animale uscirono insieme attraverso la fragile porticina di
travi di legno. Appena fuori riconobbe il ragazzo che aveva incontrato poco
prima in compagnia dei due uomini.
Gli si avvicinò, chiedendosi se aveva bisogno di un suo aiuto, se poteva fare
qualcosa per lui. Questo si girò verso di lei e le sorrise: sembrava avesse
aspettato soltanto questo momento. Si presentò col nome di Jago. La sua figura
era più imponente da vicino, le spalle erano larghe e il corpo muscoloso. Aveva
i capelli neri e ancora sulla pelle lo stesso odore di mare. Chiacchierarono a
lungo, passeggiando lungo la riva del mare. Si raccontarono le storie più
fantastiche della memoria dei due. Aveva intuito bene, nonostante il buio della
notte, che sembrava ancora più denso del solito: il ragazzo aveva da poco
compiuto diciotto anni, soltanto un anno più grande di lei. Le raccontò di
aver avuto una discussione con i suoi fratelli poco prima di incontrarla per la
seconda volta, per questo si allontanò da loro per aspettarla. Quando
arrivarono nel punto in cui si erano visti la prima volta lui le prese la mano
con la sua, una mano calda, ruvida e grande quasi il doppio di quella di Medea.
Lo fece però soltanto quando lei perse l’equilibrio nella sabbia discontinua.
Però non gliela lasciò. Si lasciò tirare a terra e rimasero seduti assieme
sulla sabbia, il cane al loro fianco. Con la scusa che nessuno si sarebbe
accorto dell’assenza della fanciulla poiché‚ a quell’ora tutta la sua
famiglia stava dormendo, decisero di passare la notte insieme per fare
conoscenza. Lui il giorno dopo sarebbe tornato alla sua città e al suo mare.
Per tutta la notte scherzarono sullo scappare insieme o sul nascondersi dai
fratelli di Jago. Era come se si conoscessero da una vita. Era l’effetto della
notte su di loro, e del mare. Erano due giovani pieni di vita e di voglia di
vivere che stavano sdraiati in riva al mare, luogo a loro tanto familiare, in
una notte molto luminosa, rischiarata dal desiderio di vedervi qualcosa, di
vedersi in faccia e dalla gioia dei loro cuori.
La notte passò più velocemente del solito, i due giovani non avevano
mai smesso di raccontarsi i più nascosti segreti o i particolari più
dettagliati di ogni singolo momento della loro vita. La luce si stava alzando
dalla scogliera e stava illuminando il mare che rifletteva l’azzurro del
cielo.
Jago rivelò agli occhi di Medea i folti capelli scuri e la pelle abbronzata dal
sole estivo. Insieme al cielo e al mare i suoi occhi brillavano di un azzurro
intenso che contrastava con tutto il resto del suo viso e del suo corpo come un
faro acceso in una notte densa come quella appena trascorsa: Medea si stupì di
non averli visti brillare anche durante la notte talmente le apparivano
brillanti ora, ma concluse che, come accadeva al mare, lo splendore deve essere
illuminato dal sole per poter luccicare insieme a questo.
I pensieri di Medea furono interrotti dalla visione di due uomini robusti
incredibilmente simili a Jago che si avvicinavano a loro, distesi sulla sabbia
asciutta. Subito li riconobbe come i suoi fratelli, cosi si alzò sorridente e
si presentò. Ma loro aspettarono soltanto che il ragazzo si fosse scrollato gli
ultimi granelli di sabbia e si avviarono verso il sentiero da cui era arrivata
Medea la sera prima. La ragazza rimase senza parole, non capiva che la mattina,
che le era sembrata tanto lontana durante tutta la notte, era arrivata e, in
quell’istante, stava perdendo forse per sempre la prima persona in tutta la
sua vita che aveva condiviso con lei i propri sentimenti e le proprie emozioni
e, cosa ancora più importante, gliene aveva regalate, e molte.
Le aveva suscitato come una sensazione di chiusura perenne allo stomaco, una
sazietà permanente, sapeva di avere già tutto quello che le bastava: lui.
Per un momento vide quella figura alta e scura davanti a lei e si accorse della
sua indescrivibile bellezza: cosa che il buio della notte non le aveva permesso
di notare. Ed era proprio quella notte che rimpiangeva, quella notte che stava
scivolando via come la sabbia tra le dita dei suoi piedi mentre correndo gli si
avvicinava per un saluto d’addio. Lui si girò verso di lei e poi ancora verso
i suoi fratelli ma non riuscì a dire niente, la strinse forte tra le sue
braccia possenti e la baciò leggermente sulla fronte.
Dopodiché fu costretto a ricominciare la salita, quella salita scoscesa, troppo
familiare per Medea. Non lo rivide più, e mentre guardava fuori da quella
finestra verso quella striscia minuscola di mare che si distingueva a fatica
dall’oceano azzurro che è il cielo, in mezzo a quella triste roccia grigia,
sulla quale un anno prima aveva salutato per l’ultima volta il suo caro Jago,
notò una macchia bianca che splendeva al sole rosso poggiante tranquillo su un
mare arancione. Mise a fuoco la figura: era di nuovo quel cagnaccio, stava
scappando per l’ennesima volta verso la capanna dei pescatori. Come lo vide si
precipitò fuori casa per raggiungerlo e riportarlo nel cortile. Scese il
familiare sentiero verso la baia e seguì Arturo oltre la porticina marrone
lucidata da poco. Qui vi trovò i due animali ormai della stessa grandezza, come
era sua abitudine portò il maschio con sé al di fuori, verso il mare e si avviò
ancora una volta verso casa. Risalì tristemente la strada, delusa di non aver
incontrato il suo uomo neppure questa volta, e fu proprio allora che sentì
gridare il proprio nome alle spalle, proprio dove il sole scendeva pian piano.
Si girò di scatto al suono di quella voce, sembrava adatta soltanto a un
angelo. E lo vide lì, che correva lungo la riva circa cinquanta metri da lei.
Il suo sorriso si aprì all’istante e corse alla sua velocità massima verso
quella visione angelica. E poco dopo si ritrovò stretta forte tra le sue enormi
braccia scure e avvolta dai suoi lunghi capelli che ancora una volta portavano
un forte odore di mare. I due si guardarono a lungo, gli occhi celesti di lui
brillavano alla poca luce rimasta.
Jago non era cambiato molto, era soltanto leggermente più muscoloso e mostrava
una collezione fin troppo ricca di cicatrici su molte parti del corpo. Lo
rendevano più grande e più maturo.
Le sue mani erano ancora calde, come se non si fossero mai raffreddate nella
speranza di poter ancora scaldare il corpo di Medea. Questa volta era solo, non
era stato accompagnato dai suoi fratelli. Raccontò che era stato obbligato dai
genitori ad arruolarsi nell’esercito della sua città con l’unica speranza
di non dover mai partire per la guerra. Non aveva mai smesso di pescare, era la
sua passione più grande, e per questo viveva ancora vicino al mare. Mentre
Medea veniva a scoprire tutte queste cose la notte era calata da un pezzo e i
due non riconoscevano più molto i contorni dell’altro, o forse questo era
solo un pretesto per avvicinarsi e potersi accarezzare. E fu così che Medea
scopri il suo profumo, il rumore delle onde sulla riva, la sapidità della sua
pelle, la sua schiena muscolosa. Si baciavano e si raccontavano le novità
accadute durante l’anno in cui non si erano mai visti. Lui le svelò dopo
molte ore che era stato chiamato per la guerra proprio la mattinata precedente,
ma che scappò dalla città per poter rivedere Medea, almeno un’ultima volta
prima di partire per sempre. Il buio della notte stava facendo di nuovo su di
loro il suo effetto e i due si abbandonarono sulla sabbia. I soldati lo stavano
cercando ovunque per la mancata presenza, Jago era deciso a non farsi trovare.
Voleva almeno amare l’unica donna che aveva mai avuto. Iniziò a spogliarla
senza alcun lamento in risposta, passarono alcuni momenti ad accarezzarsi,
sdraiati in un angolo della piccola spiaggia. La notte non faceva loro paura,
erano abituati a stare insieme al buio, erano ormai capaci di amarsi
completamente per ore anche senza alcuna luce che li illuminava.
Da lì a poco arrivarono una dozzina di uomini armati che correvano verso di
loro e urlavano a gran voce il nome di Jago e quello che probabilmente era il
suo cognome. La forza della notte ormai si era del tutto impossessata di loro, e
come avevano fantasticato durante i loro pochi incontri i due giovani si
alzarono prontamente e iniziarono a correre su per la salita scoscesa. Entrarono
in un bosco per nascondersi, ma furono raggiunti dai soldati che li
rincorrevano. Spinti più verso il dirupo, si ritrovarono in trappola: Jago
poteva scegliere tra il donarsi a una morte in solitudine in guerra, o la morte
insieme alla donna amata, con la rispettiva previsione di una vita eterna
insieme a lei. E poiché‚ non aveva avuto la possibilità di stare con lei in
vita si decise e comunicò con uno sguardo la sua scelta a Medea, che capì
all’istante, quasi gliel’avesse consigliato proprio lei. Si girarono verso
il fondo del promontorio, si presero per mano e insieme si avviarono verso il
dirupo, verso il mare, la loro vera casa. Medea lasciò la presa poco prima di
saltare, i piedi saldi sulla fredda roccia liscia, lui svanì nell’aria. Lei
non ne senti mai la mancanza. Ormai era felice, era Medea.