Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Se fosse una stagione sarebbe l’Autunno. Se fosse una canzone sarebbe Moldy Peaches. Per
ora è solo una stanza d’ospedale.
Il verde delle pareti non suggeriva niente di buono. Nessun maledetto prato da
picnic o tantomeno un simbolico segno di speranza. Tutt’altro direi. Intanto
l’odore di farmacia non aiutava a distrarsi e nemmeno quel cavolo di
altoparlante sempre pronto a schiamazzare il nome di una stanza o di un reparto
del cavolo. Sempre.
“Pensare a quante fantastiche merendine avrei potuto mangiare senza sentirmi in
colpa. Montagne di cioccolato e una tonnellata di, che so, patatine e MM’s e
caramelle... si, caramelle in quantità, di ogni maledetto colore e forma. Oh
cazzo! Ma sto parlando con una pancia. Sono in una stanza d’ospedale, con tutte
le ragioni del mondo per essere immersa in pensieri profondi e totalizzanti e
cosa? Parlo canticchiando ad una pancetta rotonda che spunta appena dalla mia
nuova maglietta a righe.”
“...”
“Ovviamente non può rispondermi. Prendo addirittura tempo per sentire se
dall’altra parte del cavo qualcuno sta ascoltando. Evidentemente questa roba
della gravidanza dà alla testa più di quanto pensassi: parlo con le cose. Oddio
non proprio con le cose, sai, capisco che sei qualcosa a metà da una cosa e una
persona. Senza offesa, eh?”
“...”
“Continuo pure a chiedertelo! Cioè mi faccio pure paranoie su come chiamarti ma
non penso gli zerbini si siano mai arrabbiati per quel loro nome offensivo. Beh
insomma, questo arrotondamento della pancia sta avendo effetto anche sulla mia
testa. Cazzo, parlo con un rigonfiamento e vado fuori di testa per una
“procedura abituale” che sembra essere comune come andare a cambiare un
vestito. Cavolo, a chi non è mai capitato di comprare la taglia sbagliata? E
terribile quando le cose non ti vestono bene, e se in una cosa non ci entri e
non riesci a sentirti bene dentro c’è sempre lo scontrino. Torni al negozio e
lo cambi con qualcosa che davvero riesca a farti sorridere davanti allo
specchio e ti faccia riconoscere: si ecco ora sono io e maledizione, come sto
bene adesso. Non sei d’accordo?”
“...”
“Si si, come non detto. Ti muovi quando io respiro, ma non riesco a sentirti. E
non che non ci abbia provato, ma nemmeno mi viene voglia di grattarla questa
pancia. Se mi venisse il prurito potrebbe voler dire che mi stai facendo il
solletico o che so io. Sai, potrebbe anche essere. Ma no, nemmeno quello sento.
E’ come se la mia pancia crescendo si fosse staccata da me e riesco solo a
guardarla da fuori, come attraverso lo spioncino della porta o l’obiettivo di
una macchina fotografica. Oddio, come cavolo mi viene in mente? Sei come un
ramo nato da solo in mezzo al cielo senza essere attaccato al tronco. Insomma,
il tronco può vivere anche senza quel rametto perché in realtà è come se non ci
fosse mai nemmeno stato, ok? E’ come tagliare via l’inesistente! Come, cioè,
scegliere quale strada prendere a un bivio e nel farlo in fondo non fai del
male a nessuno, no?”
“...”
“Manca mezz’ora sweetie. Solo 30
maledettissimi minuti e sembrerà essere passata un’eternità in un secondo. Solo
30 piccoli insignificanti minuti che faranno tornare la mia vita esattamente
quella che era prima. Non mi ricordo nemmeno com’era entrare a scuola senza
guardare continuamente la pancia delle mie compagne, senza sentirmi più grande.
Cazzo, troppo grande. Non l’ho mica voluto io lo sguardo profondo sulla vita.
Cioè, non è che stia chiedendo indietro chissà cosa. Non credi? Checcavolo, la mia
adolescenza non è ancora arrivata alla fine, e mica voglio perdermi questi
ultimi annetti di cazzeggio e bevute e sesso sfrenato o qualunque cosa ci sia
ad aspettarmi. Qualcosa che devo fare, capisci, io devo per forza passarci in
mezzo sai, è una specie di percorso di vita che tutti fanno e, cioè, non so
quale gusto potrebbe esserci a prendere un’altra strada. O magari che vantaggi.
Perché dovrei rischiare per un qualcosa che nemmeno riesce a farmi sentire di
esserci ? Cioè dammi una ragione!”
“...”
“Appunto, appunto. Beh non devo nemmeno cercare di convincermi che questa è la
scelta giusta perché non c’è nessuna scelta da fare. Nessun bivio. E’ come
chiedere se preferisci vivere o morire. E’ solo apparentemente una scelta in
realtà è una strada a senso unico e la direzione da prendere è istintiva e
naturale. E non si può andare contro natura. E’ la sopravvivenza, amico. E’ la
cavolo di sopravvivenza. E se sto rispondendo in modo animale a un pericolo,
perché è questo che siamo no?, allora non c’è colpa in questo. Cioè, ho sentito
quelle campagne anti-aborto, ma ti viene voglia di strappare i loro maledetti
poster sentimentali per tutto il falso sentimentalismo che cercano di venderti.
Io non lo so cosa voglio ma di certo non mi hanno convinto a svoltare
nell’altro senso con le loro foto strappalacrime, sai. Piedini e certe foto
sfumate di qualcosa che sembra avere la forma di... non so, nemmeno assomiglia
a qualcosa. Puoi dire a cosa assomigli? No che non puoi. E io non riesco
nemmeno a farti sembrare un piccolo neonato con i pugni stretti e gli occhietti
semiaperti pronti ad aprirsi in un urlo di benvenuto al mondo. Cazzo, cosa sto
dicendo? Sembra che con la lancetta dei minuti stiano aumentando anche le mie
stronzate. Scusa per la parola, ma è assolutamente così. Stronzate.”
“...”
“Lo prendo come un ok, non c’è problema, mica mi offendo per queste cose. E
direi che è anche ora di lasciarti un po’ andare, qualunque
fichissima-cosa-tu-sia-o-saresti-potuta-essere. Ti manderò una cartolina ogni
tanto, ma non saprei a che indirizzo. Insomma dove stai andando? Nemmeno questo
so. E poi avrò così tante cose da riprendere a fare che magari, ecco, non sarai
proprio in cima ai miei pensieri. Ma comunque riuscirò a trovare un secondo di
certo per lanciarti un ok ci sono, spero tu te la stia cavando. Però sarebbe
ancora più strano parlare con una cosa morta. Sempre che le cose possano morire
in qualche modo. Di certo ci sarà un pezzo di paradiso anche per loro da
qualche parte”
“...”
“Ora di andare ormai. Tic tac: incredibile, ti fai due chiacchiere con una
pancia vestita da maglietta a righe e una mezz’ora passa che è un attimo. Bum,
scappata via come se avesse fretta di lasciar spazio al destino. Strano, eh? In
fondo se il tempo aveva così fretta di passare vorrà dire che questa cosa era
in coda pronta per il suo momento e non si poteva più far molto per cambiare le
cose. Rispettare la fila, sempre e comunque. E ricordarsi della nausea che
spero tornerà solo alla prima sbronza, non sei d’accordo?”
“...”
Come i gong che fanno eco, anche la mezz’ora può avere la sua campana che
risuona in silenzio in testa. Uno scalpiccio di zoccoli e una simpatica signora
con la coda e il sedere ondeggiante si avvicina con un sorriso
indecifrabilmente compassionevole.
“Signorina Juno McGauff?”
“Presente!”
“La camera è pronta e il dottore arriverà a momenti. Se mi segue la faccio
accomodare.”
“Certo. Eccomi.”
Il tempo di alzarsi con foga dalle sedie di pelle blu, e l’infermiera ha
cominciato lentamente a camminare. Solo un passo e c’è qualcosa che non va,
laggiù vicino all’ombelico. Non saprei come dirlo, insomma... come un colpetto
Iieve, appena accennato. Un battito d’ali impercettibile. Arrivo all’angolo e
mi sembra ci sia un semaforo giallo davanti a me. I passi dell’infermiera
risuonano sempre più lontani.