Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”
Premio Segnalazione Giuria

“RACCONTO IN VERSI DI UNA CHIACCHIERATA MUTA”
di Alice Caprotti - 5aH


Se fosse una stagione sarebbe l’Autunno. Se fosse una canzone sarebbe Moldy Peaches. Per ora è solo una stanza d’ospedale.

Il verde delle pareti non suggeriva niente di buono. Nessun maledetto prato da picnic o tantomeno un simbolico segno di speranza. Tutt’altro direi. Intanto l’odore di farmacia non aiutava a distrarsi e nemmeno quel cavolo di altoparlante sempre pronto a schiamazzare il nome di una stanza o di un reparto del cavolo. Sempre.

“Pensare a quante fantastiche merendine avrei potuto mangiare senza sentirmi in colpa. Montagne di cioccolato e una tonnellata di, che so, patatine e MM’s e caramelle... si, caramelle in quantità, di ogni maledetto colore e forma. Oh cazzo! Ma sto parlando con una pancia. Sono in una stanza d’ospedale, con tutte le ragioni del mondo per essere immersa in pensieri profondi e totalizzanti e cosa? Parlo canticchiando ad una pancetta rotonda che spunta appena dalla mia nuova maglietta a righe.”

“...”

“Ovviamente non può rispondermi. Prendo addirittura tempo per sentire se dall’altra parte del cavo qualcuno sta ascoltando. Evidentemente questa roba della gravidanza dà alla testa più di quanto pensassi: parlo con le cose. Oddio non proprio con le cose, sai, capisco che sei qualcosa a metà da una cosa e una persona. Senza offesa, eh?”

“...”

“Continuo pure a chiedertelo! Cioè mi faccio pure paranoie su come chiamarti ma non penso gli zerbini si siano mai arrabbiati per quel loro nome offensivo. Beh insomma, questo arrotondamento della pancia sta avendo effetto anche sulla mia testa. Cazzo, parlo con un rigonfiamento e vado fuori di testa per una “procedura abituale” che sembra essere comune come andare a cambiare un vestito. Cavolo, a chi non è mai capitato di comprare la taglia sbagliata? E terribile quando le cose non ti vestono bene, e se in una cosa non ci entri e non riesci a sentirti bene dentro c’è sempre lo scontrino. Torni al negozio e lo cambi con qualcosa che davvero riesca a farti sorridere davanti allo specchio e ti faccia riconoscere: si ecco ora sono io e maledizione, come sto bene adesso. Non sei d’accordo?”

“...”

“Si si, come non detto. Ti muovi quando io respiro, ma non riesco a sentirti. E non che non ci abbia provato, ma nemmeno mi viene voglia di grattarla questa pancia. Se mi venisse il prurito potrebbe voler dire che mi stai facendo il solletico o che so io. Sai, potrebbe anche essere. Ma no, nemmeno quello sento. E’ come se la mia pancia crescendo si fosse staccata da me e riesco solo a guardarla da fuori, come attraverso lo spioncino della porta o l’obiettivo di una macchina fotografica. Oddio, come cavolo mi viene in mente? Sei come un ramo nato da solo in mezzo al cielo senza essere attaccato al tronco. Insomma, il tronco può vivere anche senza quel rametto perché in realtà è come se non ci fosse mai nemmeno stato, ok? E’ come tagliare via l’inesistente! Come, cioè, scegliere quale strada prendere a un bivio e nel farlo in fondo non fai del male a nessuno, no?”

“...”

“Manca mezz’ora sweetie. Solo 30 maledettissimi minuti e sembrerà essere passata un’eternità in un secondo. Solo 30 piccoli insignificanti minuti che faranno tornare la mia vita esattamente quella che era prima. Non mi ricordo nemmeno com’era entrare a scuola senza guardare continuamente la pancia delle mie compagne, senza sentirmi più grande. Cazzo, troppo grande. Non l’ho mica voluto io lo sguardo profondo sulla vita. Cioè, non è che stia chiedendo indietro chissà cosa. Non credi? Checcavolo, la mia adolescenza non è ancora arrivata alla fine, e mica voglio perdermi questi ultimi annetti di cazzeggio e bevute e sesso sfrenato o qualunque cosa ci sia ad aspettarmi. Qualcosa che devo fare, capisci, io devo per forza passarci in mezzo sai, è una specie di percorso di vita che tutti fanno e, cioè, non so quale gusto potrebbe esserci a prendere un’altra strada. O magari che vantaggi. Perché dovrei rischiare per un qualcosa che nemmeno riesce a farmi sentire di esserci ? Cioè dammi una ragione!”

“...”

“Appunto, appunto. Beh non devo nemmeno cercare di convincermi che questa è la scelta giusta perché non c’è nessuna scelta da fare. Nessun bivio. E’ come chiedere se preferisci vivere o morire. E’ solo apparentemente una scelta in realtà è una strada a senso unico e la direzione da prendere è istintiva e naturale. E non si può andare contro natura. E’ la sopravvivenza, amico. E’ la cavolo di sopravvivenza. E se sto rispondendo in modo animale a un pericolo, perché è questo che siamo no?, allora non c’è colpa in questo. Cioè, ho sentito quelle campagne anti-aborto, ma ti viene voglia di strappare i loro maledetti poster sentimentali per tutto il falso sentimentalismo che cercano di venderti. Io non lo so cosa voglio ma di certo non mi hanno convinto a svoltare nell’altro senso con le loro foto strappalacrime, sai. Piedini e certe foto sfumate di qualcosa che sembra avere la forma di... non so, nemmeno assomiglia a qualcosa. Puoi dire a cosa assomigli? No che non puoi. E io non riesco nemmeno a farti sembrare un piccolo neonato con i pugni stretti e gli occhietti semiaperti pronti ad aprirsi in un urlo di benvenuto al mondo. Cazzo, cosa sto dicendo? Sembra che con la lancetta dei minuti stiano aumentando anche le mie stronzate. Scusa per la parola, ma è assolutamente così. Stronzate.”

“...”

“Lo prendo come un ok, non c’è problema, mica mi offendo per queste cose. E direi che è anche ora di lasciarti un po’ andare, qualunque fichissima-cosa-tu-sia-o-saresti-potuta-essere. Ti manderò una cartolina ogni tanto, ma non saprei a che indirizzo. Insomma dove stai andando? Nemmeno questo so. E poi avrò così tante cose da riprendere a fare che magari, ecco, non sarai proprio in cima ai miei pensieri. Ma comunque riuscirò a trovare un secondo di certo per lanciarti un ok ci sono, spero tu te la stia cavando. Però sarebbe ancora più strano parlare con una cosa morta. Sempre che le cose possano morire in qualche modo. Di certo ci sarà un pezzo di paradiso anche per loro da qualche parte”

“...”

“Ora di andare ormai. Tic tac: incredibile, ti fai due chiacchiere con una pancia vestita da maglietta a righe e una mezz’ora passa che è un attimo. Bum, scappata via come se avesse fretta di lasciar spazio al destino. Strano, eh? In fondo se il tempo aveva così fretta di passare vorrà dire che questa cosa era in coda pronta per il suo momento e non si poteva più far molto per cambiare le cose. Rispettare la fila, sempre e comunque. E ricordarsi della nausea che spero tornerà solo alla prima sbronza, non sei d’accordo?”

“...”

Come i gong che fanno eco, anche la mezz’ora può avere la sua campana che risuona in silenzio in testa. Uno scalpiccio di zoccoli e una simpatica signora con la coda e il sedere ondeggiante si avvicina con un sorriso indecifrabilmente compassionevole.

“Signorina Juno McGauff?”

“Presente!”

“La camera è pronta e il dottore arriverà a momenti. Se mi segue la faccio accomodare.”

“Certo. Eccomi.”

Il tempo di alzarsi con foga dalle sedie di pelle blu, e l’infermiera ha cominciato lentamente a camminare. Solo un passo e c’è qualcosa che non va, laggiù vicino all’ombelico. Non saprei come dirlo, insomma... come un colpetto Iieve, appena accennato. Un battito d’ali impercettibile. Arrivo all’angolo e mi sembra ci sia un semaforo giallo davanti a me. I passi dell’infermiera risuonano sempre più lontani.


 

 

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