Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”
Premio Segnalazione Giuria

“BIBLIOTHECA VITAE”
di Francesca Montanari - 4aA


La storia della Bibliotheca Vitae, paradossalmente, non si può trovare nei libri. La leggenda si tramanda di viaggiatore in viaggiatore e, nella classicissima notte buia e tempestosa, mi fu raccontata da un vecchio professore. Ma prima di arrivare a parlare di quella sera, quella locanda e quello strano individuo con quella strana voce, voglio puntualizzare qualcosa sulla mia infanzia. Non ho avuto un’infanzia travagliata come la maggior parte degli eroi, i miei genitori mi volevano bene e avevo dei nonni che mi adoravano. Mia nonna in particolare amava raccontarmi favole. Per questo, le curiose vicende legate alla Bibliotheca Vitae mi sono state note sin dalla giovinezza. Ricordo fiabe ambientate in una vastissima biblioteca straripante di volumi... e in ogni volume: la vita di un uomo.
Anni fa, avevo appena terminato il liceo, decisi di prendermi un anno sabbatico. Forse avrei voluto che quell’anno sabbatico si prolungasse tutta la vita, ma non volli nemmeno ammetterlo di fronte a me stesso. Volevo semplicemente allontanarmi dagli studi e riprenderli il più tardi possibile. Forse desideravo anticipare una parte della mia vita che, se fossi andato all’università, non avrei mai conosciuto. Fatto sta che, lasciata una laconica lettera destinata ad amici e parenti, mi diedi al vagabondaggio. Non sono queste le pagine destinate al racconto dei miei viaggi; penso che non ne scriverò mai, non sarebbero interessanti.
Una sera mi trovavo a Praga, cercavo un riparo dalla pioggia battente che mi era ormai penetrata nelle ossa; mirava probabilmente a farmi prendere una bella polmonite: la pioggia, insieme alla nebbia, è il più infido degli agenti atmosferici. Insomma, della pioggia non ci si può fidare. C’è un mio amico particolarmente negato nelle previsioni metereologiche e credo che per lui la pioggia sia l’incarnazione del demonio. Ogni volta che vede fuori nuvoloso valuta attentamente la possibilità di prendere l’ombrello. “Certo... al momento pioviggina, mi verrebbe voglia di portare l’ombrello, ma conoscendo la mia fortuna mi ritroverei probabilmente in pochi minuti sotto un sole cocente con un ingombrante ombrello da portare dietro. Poi, se anche continuasse questa pioggerellina potrei bagnarmi un po’, niente di grave. L’intuito mi direbbe di portarlo ma proprio per questo mi priverò dell’odioso fardello”. Inutile dire che il giorno che lo sentii fare questo ragionamento venne un acquazzone degno dei monsoni. In virtù delle esperienze mie e del mio sciagurato amico, quella sera decisi di entrare in un pub che aveva un’ aria decisamente accogliente e asciutta.
“Ehi tu”.
Fui costretto a voltarmi più e più volte, non riuscivo a capire da dove provenisse quel vocione profondo.
“Alla tua sinistra sciocco”.
Mi girai e, come in ogni romanzo che non si rispetti, vidi appollaiato su uno sgabello di fianco al mio un ometto i cui piedi non toccavano terra, con un’interessante candida barbetta caprina. Aveva gesti troppo affrettati, si muoveva quasi a scatti, la testa sembrava quella di un merlo curioso. Tutto di lui, compresi i piccoli occhialini che sembravano aggrappati al naso aquilino, faceva pensare ad un uomo che aveva vissuto tra i libri. Insomma, quel tipo d’uomo che di certo non ti aspetti di trovare in una locanda di Praga, da solo, con un bicchiere di whisky. Eppure sono convinto che quell’uomo celasse una doppia personalità, quel tono e quell’apostrofare le persone, specie la mia persona, dava evidentemente voce al pescatore che c’era in lui.
Mi fece cenno di avvicinarmi... E poi, con quel fare di racconta-fandonie sussurrò: “Vuoi che ti racconti un’avventura interessante?”.
Ora dovete sapere che, come metà degli uomini o donne che sanno tenere una penna in mano, il mio sogno è diventare scrittore. Ben inteso, non è un’ossessione. E’ solo che mi piacerebbe vedere stampato “Paolo Mendev” sulla copertina di un libro. Anche di un libriccino, di quelli nascosti negli angoli delle librerie.
Perciò sentendo la proposta di quel tale il mio cervello reagì d’istinto... magari ci sarebbe stato materiale per un bel raccontino.
Annuii.
L’uomo si risistemò sul suo trespolo e, senza nemmeno presentarsi, cominciò.
“Qualche tempo fa stavo facendo un viaggio di piacere a Dresda e mi capitò di incontrare un tizio abbastanza assurdo in un ristorante. Mi disse che avevo la classica faccia del “topo di biblioteca”. Non so come fosse saltata in mente a quell’individuo quella definizione, ma ne era talmente convinto che non osai contraddirlo. Mi scrutò per tutto il pasto e infine mi chiese se avessi visitato la piccola biblioteca all’angolo tra la Freiberger Strasse la Lindner Strasse. Quell’uomo era dell’opinione che l’avrei trovata alquanto interessante. Lo liquidai con una scusa banale e, un po’ spazientito, tornai all’albergo dove alloggiavo. La mattina seguente, destino volle che mi trovassi proprio all’angolo di quelle due strade. Per curiosità, entrai nella più piccola e buia biblioteca che io avessi mai visto. Stavo per uscire quando una donna, molto attraente, mi chiese se desiderassi qualcosa. Era mia intenzione trovare una scusa plausibile per essere entrato in una così ben nascosta biblioteca, perciò escogitai il metodo ideale: chiedere una biografia di uno sconosciuto che, senz’ altro, non avrebbero avuto per poi scusarmi del disturbo e uscire di nuovo, salutando e ringraziando con estrema cortesia. Chiesi perciò la biografia del primo nome che mi venne in mente (Mario Rossi) e la donna mi guardò stupita. Sembrava quasi imbarazzata. “Sa... ne abbiamo molte... non so quale desideri... se vuole scendere a dare un’occhiata...”. Perplesso scesi una stretta scalinata. Al termine mi attendeva una stanza enorme, pareva estendersi all’infinito. Era stipata di volumi e volumi. Al mio sguardo incredulo la donna rispose: “Qui sono contenute le biografie dalla vita alla morte di ogni uomo e di ogni donna. Ci sarà certamente anche la sua.” “Ma io non sono morto”, risposi. “Certo, questo lo vedo da sola. Eppure ciascun libro ha la sua fine”.
Giovanotto, non ci crederà, ma non volli leggere la mia. Ora me ne pento ed è per questo che ho deciso di raccontare la storia al primo viaggiatore che mi sembrasse interessato ad ascoltarla. “Neanche a dirlo, il giorno dopo mi trovavo su un treno diretto a Dresda. Non perchè credessi particolarmente alla storia del pescatore-professore ma ero fermo a Praga senza sapere dove andare. In tasca mi trovavo giusti giusti i soldi per un biglietto del treno e sapevo che lo scopo del mio anno sabbatico era scoprire più novità possibili.
Quale fosse il fine dei miei viaggi mi era stato chiaro fin dall’inizio. Chi ha mai detto che l’importanza del viaggio è il percorso e non la meta? Chi intraprenderebbe un viaggio senza avere un posto dove andare, qualcosa da fare? I libri sostengono sempre che molte persone lo fanno, ma i libri sostengono tante cose. Ci sono libri di cucina che sostengono che si può mettere la panna nella carbonara santo cielo!
Avevo comprato il biglietto per Dresda e non mi rimaneva che fare i bagagli. Io non so quali forze fisiche agiscano su una valigia che viene aperta, ma credo che qualcuno dovrebbe studiarle. Abiti che fino ad un secondo prima stavano ben compressi e perfettamente piegati, nel momento in cui si tira fuori una minuscola maglietta, balzano fuori e si accartocciano. E non c’è verso di ricacciarli all’interno. “Entropia degli indumenti” potrebbe essere il nome di un trattato in proposito. Nonostante i miei effetti personali mi si fossero rivoltati contro, riuscii a salire in carrozza e mi accomodai di fianco ad una corpulenta signora a fiori. Per qualche strano scherzo del destino, o forse solo per mia sfortuna, scoprii di assomigliare terribilmente al nipote della signora Adeline Vogel che volle quindi raccontarmi vita, morte e miracoli della sua famiglia. La figlia si era sposata con un ferroviere di Praga e aveva avuto due splendidi bambini che, ormai, avevano la mia età (secondo la donna io dimostravo poco più di 16 anni, non le rivelai per cortesia che di anni ormai ne avevo 20). Adeline stava appunto tornando a Dresda dopo qualche giorno trascorso con “la cara figliola, gli angioletti e lo splendido genero”. Il viaggio mi parve più lungo di quello che in realtà fu, e una volta sceso dal treno mi venne una tale voglia di gettarmi a terra e baciare il selciato che mi trattenni a stento.
Comprai una cartina e cercai in fretta e furia l’angolo tra la Freiberger Strasse e la Lindner Strasse. Ammetto senza problemi la mia totale incapacità di orientamento ma non mi aspettavo che la mia perplessità di fronte al dramma di “come tenere una cartina” attirasse una folla di curiosi. Ognuno da parte sua cercava di dirmi come girarla o come consultarla, facevano a gara a strapparsela dalle mani, si spintonavano e sgomitavano per accorrere in mio soccorso. Quando finalmente il dramma fu risolto, grazie a tre o quattro specialisti in cartine, mi incamminai a passo spedito.
Arrivai di fronte alla biblioteca determinatissimo ad entrare e...
E mi fermai. Perché stavo entrando in quella biblioteca? Non credevo di trovarvi nulla di interessante, ma già il fatto che ci fosse poteva essere un attestato di autenticità della storia di quel professoretto al pub a Praga.
Stavo su una panchina a rimuginare. Pensavo alla storie di mia nonna e pensavo a quell’individuo, e alla libreria, e ai libri, e alle vite, e alle morti e ai mille e mille Mario Rossi che da soli sicuramente occupavano dieci enormi mensole. Pensavo che quella biblioteca era assolutamente la scoperta del secolo! Ma allora perché nessuno la conosceva?
Feci un bel respiro ed entrai. La biblioteca era piccola, buia e polverosa. Non c’era nessuno. Aggirai il bancone e vidi una stretta e tenebrosa scalinata. Scesi esattamente 243 gradini. In fondo mi aspettava un vecchio. Gli occhi grandi fissi su di me, le mani magre reggevano un volume pesante. “Firma qui”.
“La voce dell’oltretomba!!” - pensai.
“Firma qui”.
“Scusi sa... io non firmo se non so cos’è”, Gli insegnamenti della mamma non si dimenticano mai. “E’ il registro dei visitatori. Cosa vuoi che sia, un contratto per vendere la tua animaccia al diavolo?”
Certo è che quel vecchio canuto messo a guardia di una stanza enorme come quella che gli stava alle spalle aveva quel non so che di inquietante, la mia titubanza era più che giustificata.
Però firmai.
“Vai avanti o vuoi rimanere tutto il giorno qui?”
Avanzai di qualche passo. Lessi una targa scrostata che diceva ad eleganti caratteri “Da Adamo a Creso”
“Scusi eh... ma che significa da Adamo a Creso?”
“Che si va dal principio fino a Creso in questa stanza, Creso è facile da trovare, è nello scaffale dorato.”
Quella stanza era gigantesca e c’erano solo i nomi da Adamo a Creso. Scaffali e scaffali si susseguivano in file interminabili, una luce fiochissima veniva da lampade disposte a distanze regolari. Un odore di muffa aleggiava in tutto l’ambiente. Il terreno lastricato di fogli. Libri giacevano abbandonati su piccoli tavolini sudici. Anche le pareti erano interamente coperte di scritte. Fruscii e scricchiolii di vecchie pagine erano gli unici rumori. Ogni passo produceva un’eco innaturale in tutta la biblioteca. In fondo alla sala, in grandi lettere dorate “Bibliotheca Vitae” e una piccola porta che conduceva in una stretta galleria.
“Da Democrito a Empedocle”
Arrivai alla M dopo qualche chilometro di gallerie tortuose e buie.
Avevo notato due o tre persone solitarie e silenziose tra le librerie, in piedi, che sfogliavano libri. Tutti sembravano avere un volto emaciato e grandi ombre scure sotto gli occhi.
MendeI... Mendev.
Paolo Mendev.
Presi il libro dallo scaffale. Stranamente, non era ricoperto di polvere e le pagine erano bianchissime con l’inchiostro che spiccava nerissimo in piccole righe ordinate.
Pensai bene di saltare tutta la parte relativa alla mia giovinezza e aprii a caso sulla pagina 346. “Il giovane Paolo Mendev decise di prendersi un anno sabbatico dopo aver finito l’università. Lasciò una lettera ad amici e parenti dove spiegava la ragione della sua scelta e partì. [...]. Una sera si trovava a Praga e un curioso individuo gli raccontò la storia della Bibliotheca Vitae. Il ragazzo partì alla volta di Dresda. [...]. Il guardiano della biblioteca gli chiese di firmare il registro dei visitatori. Attraversò molte sale e percorse molte gallerie.”
Ero giunto al momento in cui io stesso stavo leggendo! Avevo letto saltando pagine fino a quel momento... ma da quel punto non avrei tralasciato una sola riga, volevo sapere il mio futuro, il mio scopo, la mia fine! Mi tremavano le mani quando ripresi a leggere “Paolo Mendev era emozionantissimo, stava per scoprire come sarebbe andata a finire la sua storia! Perciò si accinse a leggere l’ultima riga della pagina.”
Voltai la pagina. “Voltò la pagina e lesse la riga che si stava scrivendo proprio in quel preciso istante nel libro” .
Sulla facciata stavano comparendo poco alla volta piccole lettere nere a formare la riga successiva. “E continuò a leggere le righe che si andavano formando sperando che gli avrebbero rivelato qualcosa” .
Sfogliai il libro di nuovo, e ancora, e ancora... “E Paolo continuava a sfogliare il libro” .
Arrivai all’ultima pagina e la vidi bianca. Tornai indietro.
“Paolo arrivò all’ultima pagina del volume e la trovò bianca. Capì che se non voleva riempire tutte le pagine rimanenti di “e sfogliò e lesse” doveva necessariamente chiudere quel libro e fare la strada a ritroso. Paolo aveva capito finalmente che non avrebbe potuto leggere la sua morte su quella biografia se non incontrandola nello stesso momento in cui leggeva”.
Chiusi il libro e percorsi i chilometri di gallerie. Capii che quei volti emaciati stavano leggendo la loro fine riga per riga. Ma il mio scopo, il fine del mio viaggio era un altro. Era scoprire, era vivere. Mentre uscivo il vecchio guardiano mi scrutò: “Ottima scelta” mi disse.


 

 

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