Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
La storia della Bibliotheca Vitae, paradossalmente, non si può trovare nei libri. La
leggenda si tramanda di viaggiatore in viaggiatore e, nella classicissima notte
buia e tempestosa, mi fu raccontata da un vecchio professore. Ma prima di
arrivare a parlare di quella sera, quella locanda e quello strano individuo con
quella strana voce, voglio puntualizzare qualcosa sulla mia infanzia. Non ho
avuto un’infanzia travagliata come la maggior parte degli eroi, i miei genitori
mi volevano bene e avevo dei nonni che mi adoravano. Mia nonna in particolare
amava raccontarmi favole. Per questo, le curiose vicende legate alla
Bibliotheca Vitae mi sono state note sin dalla giovinezza. Ricordo fiabe
ambientate in una vastissima biblioteca straripante di volumi... e in ogni
volume: la vita di un uomo.
Anni fa, avevo appena terminato il liceo, decisi di prendermi un anno
sabbatico. Forse avrei voluto che quell’anno sabbatico si prolungasse tutta la
vita, ma non volli nemmeno ammetterlo di fronte a me stesso. Volevo
semplicemente allontanarmi dagli studi e riprenderli il più tardi possibile. Forse
desideravo anticipare una parte della mia vita che, se fossi andato
all’università, non avrei mai conosciuto. Fatto sta che, lasciata una laconica
lettera destinata ad amici e parenti, mi diedi al vagabondaggio. Non sono
queste le pagine destinate al racconto dei miei viaggi; penso che non ne
scriverò mai, non sarebbero interessanti.
Una sera mi trovavo a Praga, cercavo un riparo dalla pioggia battente che mi
era ormai penetrata nelle ossa; mirava probabilmente a farmi prendere una bella
polmonite: la pioggia, insieme alla nebbia, è il più infido degli agenti
atmosferici. Insomma, della pioggia non ci si può fidare. C’è un mio amico
particolarmente negato nelle previsioni metereologiche e credo che per lui la
pioggia sia l’incarnazione del demonio. Ogni volta che vede fuori nuvoloso
valuta attentamente la possibilità di prendere l’ombrello. “Certo... al momento
pioviggina, mi verrebbe voglia di portare l’ombrello, ma conoscendo la mia
fortuna mi ritroverei probabilmente in pochi minuti sotto un sole cocente con
un ingombrante ombrello da portare dietro. Poi, se anche continuasse questa
pioggerellina potrei bagnarmi un po’, niente di grave. L’intuito mi direbbe di
portarlo ma proprio per questo mi priverò dell’odioso fardello”. Inutile dire
che il giorno che lo sentii fare questo ragionamento venne un acquazzone degno
dei monsoni. In virtù delle esperienze mie e del mio sciagurato amico, quella
sera decisi di entrare in un pub che aveva un’ aria decisamente accogliente e
asciutta.
“Ehi tu”.
Fui costretto a voltarmi più e più volte, non riuscivo a capire da dove
provenisse quel vocione profondo.
“Alla tua sinistra sciocco”.
Mi girai e, come in ogni romanzo che non si rispetti, vidi appollaiato su uno
sgabello di fianco al mio un ometto i cui piedi non toccavano terra, con
un’interessante candida barbetta caprina. Aveva gesti troppo affrettati, si
muoveva quasi a scatti, la testa sembrava quella di un merlo curioso. Tutto di
lui, compresi i piccoli occhialini che sembravano aggrappati al naso aquilino,
faceva pensare ad un uomo che aveva vissuto tra i libri. Insomma, quel tipo
d’uomo che di certo non ti aspetti di trovare in una locanda di Praga, da solo,
con un bicchiere di whisky. Eppure sono convinto che quell’uomo celasse una
doppia personalità, quel tono e quell’apostrofare le persone, specie la mia
persona, dava evidentemente voce al pescatore che c’era in lui.
Mi fece cenno di avvicinarmi... E poi, con quel fare di racconta-fandonie
sussurrò: “Vuoi che ti racconti un’avventura interessante?”.
Ora dovete sapere che, come metà degli uomini o donne che sanno tenere una
penna in mano, il mio sogno è diventare scrittore. Ben inteso, non è
un’ossessione. E’ solo che mi piacerebbe vedere stampato “Paolo Mendev” sulla
copertina di un libro. Anche di un libriccino, di quelli nascosti negli angoli
delle librerie.
Perciò sentendo la proposta di quel tale il mio cervello reagì d’istinto...
magari ci sarebbe stato materiale per un bel raccontino.
Annuii.
L’uomo si risistemò sul suo trespolo e, senza nemmeno presentarsi, cominciò.
“Qualche tempo fa stavo facendo un viaggio di piacere a Dresda e mi capitò di
incontrare un tizio abbastanza assurdo in un ristorante. Mi disse che avevo la
classica faccia del “topo di biblioteca”. Non so come fosse saltata in mente a
quell’individuo quella definizione, ma ne era talmente convinto che non osai
contraddirlo. Mi scrutò per tutto il pasto e infine mi chiese se avessi
visitato la piccola biblioteca all’angolo tra la Freiberger Strasse la Lindner
Strasse. Quell’uomo era dell’opinione che l’avrei trovata alquanto
interessante. Lo liquidai con una scusa banale e, un po’ spazientito, tornai
all’albergo dove alloggiavo. La mattina seguente, destino volle che mi trovassi
proprio all’angolo di quelle due strade. Per curiosità, entrai nella più
piccola e buia biblioteca che io avessi mai visto. Stavo per uscire quando una
donna, molto attraente, mi chiese se desiderassi qualcosa. Era mia intenzione
trovare una scusa plausibile per essere entrato in una così ben nascosta
biblioteca, perciò escogitai il metodo ideale: chiedere una biografia di uno
sconosciuto che, senz’ altro, non avrebbero avuto per poi scusarmi del disturbo
e uscire di nuovo, salutando e ringraziando con estrema cortesia. Chiesi perciò
la biografia del primo nome che mi venne in mente (Mario Rossi) e la donna mi
guardò stupita. Sembrava quasi imbarazzata. “Sa... ne abbiamo molte... non so
quale desideri... se vuole scendere a dare un’occhiata...”. Perplesso scesi una
stretta scalinata. Al termine mi attendeva una stanza enorme, pareva estendersi
all’infinito. Era stipata di volumi e volumi. Al mio sguardo incredulo la donna
rispose: “Qui sono contenute le biografie dalla vita alla morte di ogni uomo e
di ogni donna. Ci sarà certamente anche la sua.” “Ma io non sono morto”,
risposi. “Certo, questo lo vedo da sola. Eppure ciascun libro ha la sua fine”.
Giovanotto, non ci crederà, ma non volli leggere la mia. Ora me ne pento ed è
per questo che ho deciso di raccontare la storia al primo viaggiatore che mi
sembrasse interessato ad ascoltarla. “Neanche a dirlo, il giorno dopo mi
trovavo su un treno diretto a Dresda. Non perchè credessi particolarmente alla
storia del pescatore-professore ma ero fermo a Praga senza sapere dove andare.
In tasca mi trovavo giusti giusti i soldi per un biglietto del treno e sapevo
che lo scopo del mio anno sabbatico era scoprire più novità possibili.
Quale fosse il fine dei miei viaggi mi era stato chiaro fin dall’inizio. Chi ha
mai detto che l’importanza del viaggio è il percorso e non la meta? Chi
intraprenderebbe un viaggio senza avere un posto dove andare, qualcosa da fare?
I libri sostengono sempre che molte persone lo fanno, ma i libri sostengono
tante cose. Ci sono libri di cucina che sostengono che si può mettere la panna
nella carbonara santo cielo!
Avevo comprato il biglietto per Dresda e non mi rimaneva che fare i bagagli. Io
non so quali forze fisiche agiscano su una valigia che viene aperta, ma credo
che qualcuno dovrebbe studiarle. Abiti che fino ad un secondo prima stavano ben
compressi e perfettamente piegati, nel momento in cui si tira fuori una
minuscola maglietta, balzano fuori e si accartocciano. E non c’è verso di
ricacciarli all’interno. “Entropia degli indumenti” potrebbe essere il nome di
un trattato in proposito. Nonostante i miei effetti personali mi si fossero
rivoltati contro, riuscii a salire in carrozza e mi accomodai di fianco ad una
corpulenta signora a fiori. Per qualche strano scherzo del destino, o forse
solo per mia sfortuna, scoprii di assomigliare terribilmente al nipote della
signora Adeline Vogel che volle quindi raccontarmi vita, morte e miracoli della
sua famiglia. La figlia si era sposata con un ferroviere di Praga e aveva avuto
due splendidi bambini che, ormai, avevano la mia età (secondo la donna io dimostravo
poco più di 16 anni, non le rivelai per cortesia che di anni ormai ne avevo
20). Adeline stava appunto tornando a Dresda dopo qualche giorno trascorso con
“la cara figliola, gli angioletti e lo splendido genero”. Il viaggio mi parve
più lungo di quello che in realtà fu, e una volta sceso dal treno mi venne una
tale voglia di gettarmi a terra e baciare il selciato che mi trattenni a
stento.
Comprai una cartina e cercai in fretta e furia l’angolo tra la Freiberger
Strasse e la Lindner Strasse. Ammetto senza problemi la mia totale incapacità
di orientamento ma non mi aspettavo che la mia perplessità di fronte al dramma
di “come tenere una cartina” attirasse una folla di curiosi. Ognuno da parte
sua cercava di dirmi come girarla o come consultarla, facevano a gara a
strapparsela dalle mani, si spintonavano e sgomitavano per accorrere in mio
soccorso. Quando finalmente il dramma fu risolto, grazie a tre o quattro
specialisti in cartine, mi incamminai a passo spedito.
Arrivai di fronte alla biblioteca determinatissimo ad entrare e...
E mi fermai. Perché stavo entrando in quella biblioteca? Non credevo di
trovarvi nulla di interessante, ma già il fatto che ci fosse poteva essere un
attestato di autenticità della storia di quel professoretto al pub a Praga.
Stavo su una panchina a rimuginare. Pensavo alla storie di mia nonna e pensavo
a quell’individuo, e alla libreria, e ai libri, e alle vite, e alle morti e ai
mille e mille Mario Rossi che da soli sicuramente occupavano dieci enormi
mensole. Pensavo che quella biblioteca era assolutamente la scoperta del
secolo! Ma allora perché nessuno la conosceva?
Feci un bel respiro ed entrai. La biblioteca era piccola, buia e polverosa. Non
c’era nessuno. Aggirai il bancone e vidi una stretta e tenebrosa scalinata. Scesi
esattamente 243 gradini. In fondo mi aspettava un vecchio. Gli occhi grandi
fissi su di me, le mani magre reggevano un volume pesante. “Firma qui”.
“La voce dell’oltretomba!!” - pensai.
“Firma qui”.
“Scusi sa... io non firmo se non so cos’è”, Gli insegnamenti della mamma non si
dimenticano mai. “E’ il registro dei visitatori. Cosa vuoi che sia, un
contratto per vendere la tua animaccia al diavolo?”
Certo è che quel vecchio canuto messo a guardia di una stanza enorme come
quella che gli stava alle spalle aveva quel non so che di inquietante, la mia
titubanza era più che giustificata.
Però firmai.
“Vai avanti o vuoi rimanere tutto il giorno qui?”
Avanzai di qualche passo. Lessi una targa scrostata che diceva ad eleganti
caratteri “Da Adamo a Creso”
“Scusi eh... ma che significa da Adamo a Creso?”
“Che si va dal principio fino a Creso in questa stanza, Creso è facile da
trovare, è nello scaffale dorato.”
Quella stanza era gigantesca e c’erano solo i nomi da Adamo a Creso. Scaffali e
scaffali si susseguivano in file interminabili, una luce fiochissima veniva da
lampade disposte a distanze regolari. Un odore di muffa aleggiava in tutto
l’ambiente. Il terreno lastricato di fogli. Libri giacevano abbandonati su
piccoli tavolini sudici. Anche le pareti erano interamente coperte di scritte.
Fruscii e scricchiolii di vecchie pagine erano gli unici rumori. Ogni passo
produceva un’eco innaturale in tutta la biblioteca. In fondo alla sala, in
grandi lettere dorate “Bibliotheca Vitae” e una piccola porta che conduceva in
una stretta galleria.
“Da Democrito a Empedocle”
Arrivai alla M dopo qualche chilometro di gallerie tortuose e buie.
Avevo notato due o tre persone solitarie e silenziose tra le librerie, in
piedi, che sfogliavano libri. Tutti sembravano avere un volto emaciato e grandi
ombre scure sotto gli occhi.
MendeI... Mendev.
Paolo Mendev.
Presi il libro dallo scaffale. Stranamente, non era ricoperto di polvere e le
pagine erano bianchissime con l’inchiostro che spiccava nerissimo in piccole
righe ordinate.
Pensai bene di saltare tutta la parte relativa alla mia giovinezza e
aprii a caso sulla pagina 346. “Il giovane Paolo Mendev decise di prendersi un
anno sabbatico dopo aver finito l’università. Lasciò una lettera ad amici e
parenti dove spiegava la ragione della sua scelta e partì. [...]. Una sera si
trovava a Praga e un curioso individuo gli raccontò la storia della Bibliotheca
Vitae. Il ragazzo partì alla volta di Dresda. [...]. Il guardiano della
biblioteca gli chiese di firmare il registro dei visitatori. Attraversò molte
sale e percorse molte gallerie.”
Ero giunto al momento in
cui io stesso stavo leggendo! Avevo letto saltando pagine fino a quel
momento... ma da quel punto non avrei tralasciato una sola riga, volevo sapere
il mio futuro, il mio scopo, la mia fine! Mi tremavano le mani quando ripresi a
leggere “Paolo Mendev era emozionantissimo, stava per scoprire come sarebbe
andata a finire la sua storia! Perciò si accinse a leggere l’ultima riga della
pagina.”
Voltai la pagina. “Voltò la pagina e lesse la riga che si stava scrivendo
proprio in quel preciso istante nel libro” .
Sulla facciata stavano comparendo poco alla volta piccole lettere nere a
formare la riga successiva. “E continuò a leggere le righe che si andavano
formando sperando che gli avrebbero rivelato qualcosa” .
Sfogliai il libro di nuovo, e ancora, e ancora... “E Paolo continuava a
sfogliare il libro” .
Arrivai all’ultima pagina e la vidi bianca. Tornai indietro.
“Paolo arrivò all’ultima pagina del volume e la trovò bianca. Capì che se non
voleva riempire tutte le pagine rimanenti di “e sfogliò e lesse” doveva
necessariamente chiudere quel libro e fare la strada a ritroso. Paolo aveva
capito finalmente che non avrebbe potuto leggere la sua morte su quella
biografia se non incontrandola nello stesso momento in cui leggeva”.
Chiusi il libro e percorsi i chilometri di gallerie. Capii che quei volti
emaciati stavano leggendo la loro fine riga per riga. Ma il mio scopo, il fine
del mio viaggio era un altro. Era scoprire, era vivere. Mentre uscivo il
vecchio guardiano mi scrutò: “Ottima scelta” mi disse.