“Una caldana impetuosa, le gote che si scaldano, arrossiscono: l’ansia inizia a
prendersi gioco di te, inizia a sbaragliarti, a occupare ogni minimo spazio
libero del tuo corpo e della tua mente. I brividi salgono lentamente, mai come
adesso, ti conquistano ogni vertebra e fanno capolinea nel collo, si insidiano
e incominciano a fremere fastidiosamente; la mente si stacca dal tuo fisico,
inizia a farti sentire come un estraneo dentro a questo involucro che non è
così tuo momentaneamente, sei chiuso in una scatola dalla quale non puoi
fuggire.
Ti rendi conto di essere esterno al mondo, immagini solo buio, il nero ti
avvolge, chiudi gli occhi e ansimi: devi reagire.
Non ce la fai.
Sei troppo fragile.
La gamba inizia a traballare mentre il piede cerca il contatto freddo con il
pavimento, ti accorgi di essere impotente, avresti voglia di urlare, piangere e
ribellarti a tutto questo, ma non puoi, non ce la fai. Sai che è inutile quanto
quello che stai facendo; respiri profondamente, o almeno ci tenti, ascolti il cuore
che batte forte come un tamburo, ti
sembra di impazzire e cerchi di riprendere la tua mente, di riportarla nelle
tue membra e di farla agganciare a qualche pensiero futile che però ti
stabilizzerebbe.
Dici no, lo ripeti, lo ribadisci, ma tutto ciò avviene solo interiormente.
Ti chiudi a riccio, ti schiacci in un angolo con le gambe al petto e in
silenzio ti mordi le labbra: fanno sempre più male, ma devi solo aspettare che
tutto ciò passi.
La tempesta pian piano svanisce, non lascia segni se non la maglia sudata che
porti addosso. Ti rendi conto che alla fine non è stato devastante, ma molto di
più.
Ti lasci scivolare lungo le piastrelle colorate, appoggi la testa lentamente al
pavimento e guardi in alto: il colore che preferisci: il bianco. (Ti concedi
qualche minuto di pausa, di vuoto cerebrale solo per riprendere fiato e
continui a pensare.) Perché è il nero che ti mette ansia, ti opprime, ti
angoscia, ti fa rendere conto che non sei nessuno nell’universo; il nero lo
associ al panico che ti travolge ogni tanto senza motivo, a quell’attacco che
ti lascia stremato inerme, alla fine.
“Bisogna cercare altrove. Ci vado.
Berck-Plage,luglio-agosto1996”
Ti ritorna in mente un’altra fine adesso, quella di un libro. Il libro di una
vita sofferta, assaporata, una vita rinchiusa dentro quello scafandro che anche
tu riconosci d’avere, che odi ma che ti accompagnerà sempre; il libro che ti ha
fatto aprire la mente e quindi volare via la tua farfalla, che ti ha lasciato
un messaggio positivo, o almeno era quello che pensavi di aver colto fino alla
fine.
Ricorre la fine in ogni discorso, in ogni cosa. Sei consapevole che tutto ha
una fine come ha un inizio, me è la fine che ti sollecita a reagire, che ti
rattrista, che ti abbatte, che ti sottomette al suo volere, è la fine di cui
hai paura: una paura che ti lascia sempre senza fiato, che ti ruba minuti
preziosi della tua vita, che non ti appaga, che ti colpisce in pieno,
prendendoti di petto e senza aver riguardo.
La fine mia, tua, sua.
La fine di queste parole, di questa vita, la fine di questa storia, di questo
momento, di questo secondo in cui le dita scorrono veloci ma prudenti sulla
tastiera.
Come un vecchio poeta si è affascinati dalla fine, ci si prepara, si cerca di
scoprirla, di cogliere il suo punto debole guardandoci intorno e ci si
immedesima in ogni situazione che la circonda; ma nessuno, nessuno, è mai
pronto a porre fine al suo respiro, ai suoi battiti, al suo amore, al suo
vivere.
Ancora un volta credi di essere giunto alla fine del tuo percorso, dei tuoi
sogni, ti penti di non aver detto a tua madre che l’adori, a tuo padre che in
fondo gli vuoi bene, ti penti di aver rinfacciato all’amore della tua vita cose
frivole solo per rabbia; ti lasci invadere dai rimorsi, dai rimpianti e il
panico ti sovrasta.
Si diverte a giocare con i tuoi sensi, a renderti incosciente, a prenderti e
portarti via a suo piacimento.
Ride davanti alla tue paure, davanti al tuo capo basso: ti sbatte a destra e a
sinistra senza darti tregua, mai; agita il tuo corpo come una bambola, ti
strappa l’anima dalle membra e la immerge in una botte scura dove sono nascosti
i tuoi peggiori incubi. Ti lascia nelle loro mani, ti guarda da lontano e ride.
Una risata goffa, scura, una risata di godimento che ti fa sussultare sebbene
tu non ne abbia più la forza.
Stringi i denti, ti dimeni, respiri più profondamente possibile, cerchi appigli
alla vita reale, insegui le false speranze di una via di uscita: ti vedi sempre
più lontano.
Osservi quello che resta del tuo corpo combattere contro qualcuno di
invincibile.
Lo scorgi arrendersi stremato.
Noti che una lacrima gli sta solcando il viso ma non puoi più tornare indietro:
ti è impossibile.
Ti senti risucchiato da tutto quel nero che hai sempre temuto e ti rendi conto
che hai affrontato per l’ultima volta le tue paure, quell’ansia che si
intrometteva nel tuo sonno ma che eri riuscito a domare, e senza poterti
muovere ti lasci avvolgere da una nube nera che è fredda: la tua fine.