Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”


“FINE”
di Sveva Anchise - 2aA


“Una caldana impetuosa, le gote che si scaldano, arrossiscono: l’ansia inizia a prendersi gioco di te, inizia a sbaragliarti, a occupare ogni minimo spazio libero del tuo corpo e della tua mente. I brividi salgono lentamente, mai come adesso, ti conquistano ogni vertebra e fanno capolinea nel collo, si insidiano e incominciano a fremere fastidiosamente; la mente si stacca dal tuo fisico, inizia a farti sentire come un estraneo dentro a questo involucro che non è così tuo momentaneamente, sei chiuso in una scatola dalla quale non puoi fuggire.
Ti rendi conto di essere esterno al mondo, immagini solo buio, il nero ti avvolge, chiudi gli occhi e ansimi: devi reagire.
Non ce la fai.
Sei troppo fragile.
La gamba inizia a traballare mentre il piede cerca il contatto freddo con il pavimento, ti accorgi di essere impotente, avresti voglia di urlare, piangere e ribellarti a tutto questo, ma non puoi, non ce la fai. Sai che è inutile quanto quello che stai facendo; respiri profondamente, o almeno ci tenti, ascolti il cuore che batte forte come un tamburo, ti sembra di impazzire e cerchi di riprendere la tua mente, di riportarla nelle tue membra e di farla agganciare a qualche pensiero futile che però ti stabilizzerebbe.
Dici no, lo ripeti, lo ribadisci, ma tutto ciò avviene solo interiormente.
Ti chiudi a riccio, ti schiacci in un angolo con le gambe al petto e in silenzio ti mordi le labbra: fanno sempre più male, ma devi solo aspettare che tutto ciò passi.
La tempesta pian piano svanisce, non lascia segni se non la maglia sudata che porti addosso. Ti rendi conto che alla fine non è stato devastante, ma molto di più.
Ti lasci scivolare lungo le piastrelle colorate, appoggi la testa lentamente al pavimento e guardi in alto: il colore che preferisci: il bianco. (Ti concedi qualche minuto di pausa, di vuoto cerebrale solo per riprendere fiato e continui a pensare.) Perché è il nero che ti mette ansia, ti opprime, ti angoscia, ti fa rendere conto che non sei nessuno nell’universo; il nero lo associ al panico che ti travolge ogni tanto senza motivo, a quell’attacco che ti lascia stremato inerme, alla fine.

“Bisogna cercare altrove. Ci vado. Berck-Plage,luglio-agosto1996”

Ti ritorna in mente un’altra fine adesso, quella di un libro. Il libro di una vita sofferta, assaporata, una vita rinchiusa dentro quello scafandro che anche tu riconosci d’avere, che odi ma che ti accompagnerà sempre; il libro che ti ha fatto aprire la mente e quindi volare via la tua farfalla, che ti ha lasciato un messaggio positivo, o almeno era quello che pensavi di aver colto fino alla fine.
Ricorre la fine in ogni discorso, in ogni cosa. Sei consapevole che tutto ha una fine come ha un inizio, me è la fine che ti sollecita a reagire, che ti rattrista, che ti abbatte, che ti sottomette al suo volere, è la fine di cui hai paura: una paura che ti lascia sempre senza fiato, che ti ruba minuti preziosi della tua vita, che non ti appaga, che ti colpisce in pieno, prendendoti di petto e senza aver riguardo.
La fine mia, tua, sua.
La fine di queste parole, di questa vita, la fine di questa storia, di questo momento, di questo secondo in cui le dita scorrono veloci ma prudenti sulla tastiera.
Come un vecchio poeta si è affascinati dalla fine, ci si prepara, si cerca di scoprirla, di cogliere il suo punto debole guardandoci intorno e ci si immedesima in ogni situazione che la circonda; ma nessuno, nessuno, è mai pronto a porre fine al suo respiro, ai suoi battiti, al suo amore, al suo vivere.

Ancora un volta credi di essere giunto alla fine del tuo percorso, dei tuoi sogni, ti penti di non aver detto a tua madre che l’adori, a tuo padre che in fondo gli vuoi bene, ti penti di aver rinfacciato all’amore della tua vita cose frivole solo per rabbia; ti lasci invadere dai rimorsi, dai rimpianti e il panico ti sovrasta.
Si diverte a giocare con i tuoi sensi, a renderti incosciente, a prenderti e portarti via a suo piacimento.
Ride davanti alla tue paure, davanti al tuo capo basso: ti sbatte a destra e a sinistra senza darti tregua, mai; agita il tuo corpo come una bambola, ti strappa l’anima dalle membra e la immerge in una botte scura dove sono nascosti i tuoi peggiori incubi. Ti lascia nelle loro mani, ti guarda da lontano e ride.
Una risata goffa, scura, una risata di godimento che ti fa sussultare sebbene tu non ne abbia più la forza.
Stringi i denti, ti dimeni, respiri più profondamente possibile, cerchi appigli alla vita reale, insegui le false speranze di una via di uscita: ti vedi sempre più lontano.
Osservi quello che resta del tuo corpo combattere contro qualcuno di invincibile.
Lo scorgi arrendersi stremato.
Noti che una lacrima gli sta solcando il viso ma non puoi più tornare indietro: ti è impossibile.
Ti senti risucchiato da tutto quel nero che hai sempre temuto e ti rendi conto che hai affrontato per l’ultima volta le tue paure, quell’ansia che si intrometteva nel tuo sonno ma che eri riuscito a domare, e senza poterti muovere ti lasci avvolgere da una nube nera che è fredda: la tua fine.

 

 

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