Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Perché non vedeva niente? Aveva sentito dire che quando si muore si rivede tutta la propria vita, come un film di cui sei stato regista inconsapevole. E invece nulla. Provò a rifletterci: forse era perché la storia dei suoi 75 anni di vita era stata una storia di nessuno, vuota, priva di significati, intrisa di stereotipi giovanili, di luoghi comuni adulti e di vecchia tv spazzatura. Era un film piuttosto bruttino, in effetti. Ma se lui era il regista, com'è che non poteva cambiare il fiale o l'inizio o tutto? Non poteva cancellare nemmeno cancellare la morte di suo padre, o il fatto di non aver mai chiesto a Cristina di sposarlo. Beh, ad ogni modo, ora il film stava finendo. Luce in sala!
Non è giornata. Fu il primo pensiero dell'ispettore Calleri, quando sentì una sirena avvicinarsi e due colpi di clacson. Si affacciò.
"Ispettore sono l'agente Boschi, per ordine del commissario la devo accompagnare in un paesino qua poco lontano"
"C'è la fiera dell'agricoltura?"
"No, veramente c'è stato un omicidio."
"Ma non potevate avvisare al telefono?"
"Era staccato"
"E tu non potevi citofonare? Ti sto urlando dal quarto piano, se non te sei accorto"
"Temevo di disturbare"
Calleri prese un pesante fermacarte in marmo e se lo girò pericolosamente tra le mani, calcolando a che velocità poteva arrivare sull'agente e quanti giorni di prognosi poteva riservargli. Si limitò ad un: "Arrivo".
Girandosi, inciampò sul gatto che schizzò via, rimbalzò sulla Stratocaster e atterrò su un cartone di pizza. Tutto ciò gli diede lo spunto per guardare il disfacimento in cui versava casa sua. Si chiese se dovesse mettere a posto e si diede la solita risposta, tratta dai Simpson: "Non può farlo qualcun altro?"
Odiò immediatamente quel maledetto paesello. Erano le classiche quattro strade affacciate sulla provinciale, con case popolari, scuola elementare e frotte di adolescenti che al sabato sera prendevano i loro fottuti motorini e smarmittando andavano nel grosso centro urbano più vicino a sballarsi. Tristezza fu la prima parola che gli venne in mente.
Gli agenti della mobile, già sul posto, lo accompagnarono al sesto piano. "La vittima abitava all'ultimo" Contò e ricontò, con la sua ottima memoria fotografica, i balconi della casa vista da fuori:
"Il settimo è il piano fantasma?"
"No, ma per un difetto di costruzione della casa, l'ascensore non ci arriva"
"Ma, a proposito, perché ce ne occupiamo noi? Questo paese non ce l'ha una locale?"
"Hanno chiuso il commissariato per mancanza di fondi. Al suo posto c'è un night club."
Osservò le scale che dal sesto raggiungevano l' "attico". Una chiazza scura si era formata e rappresa nel mini pianerottolo tra le rampe. Era una schifosa pozza nera e maleodorante che sembrava poter inghiottire tutto ciò che le passava vicino, compresi i suoni, le voci. Prima di fermarsi, il sangue aveva tracciato una sottile linea sui gradini, quasi segnando il passo. Come se il suo colore nero volesse stabilire la propria superiorità sul candore del marmo delle scale. Nero e bianco. Vita e morte. Ammirando questa dicotomia delle scale, Calleri rischiò di inciampare in un contrassegno della scientifica. Arrivò in cima alle scale e vide il corpo. Accasciato. Supino. Una mano pendeva sul primo gradino. Lo sguardo era tetro, vacuo, rivolto verso il nulla in cui ora quell'uomo si trovava, eppure c'era una nota di delusione, come di aspettative infrante, di promesse non mantenute. Entrò nell'appartamento che, osservò con un leggero cinismo, riusciva ad essere più disordinato del suo, e vide gli uomini della scientifica al lavoro. Si soffermò con particolare attenzione sulla dott.ssa Mancucci che, approfittando della giornata calda, indossava un decolté da salti di gioia. Aveva sempre riso a vedere quei telefilm in cui sulla scena del crimine si lavorava il tute da Apollo 13, per poi assistere all'arrivo dell'eroico ispettore in jeans e maglietta che rovinava quel paradiso di igiene, toccando qualsiasi cosa. Si fece strada nel bilocale. Un grosso lampadario era a pelle di leone sul pavimento dell'ingresso, alla fine del quale, con un mortifero dislivello in cui Calleri rischiò gli incisivi, cominciava la moquette, ornata qua e là da gocce perIate. Sangue, probabilmente. Alla parete, una riproduzione della "Persistenza della memoria" di Dalì con sotto scritto Renè Magritte ed una libreria su cui troneggiava, fiero e solitario signore della polvere, un "I Promessi Sposi" che probabilmente non conosceva lettore alcuno da circa 50 anni. Nel corridoio quella che doveva essere una cassapanca era ridotta ad un cumulo di stuzzicadenti. Venne dissuaso dall'entrare in cucina dall'odore che ne fuoriusciva. Un misto acre di aglio, frutta andata a male, vino vecchio e detersivo per piatti che avrebbe potuto affrontare solo raggiungendo la pace spirituale di un monaco buddista. La parte più interessante era sicuramente il salotto. La televisione era accesa e mostrava un giornalista o presunto tale mentre spiegava che la crisi era colpa dei comunisti che non spendevano e si faceva bello con i dati di vendita del suo giornale, da cui i comunisti stavano fortunatamente alla larga. Spense istintivamente, quando quello iniziava a dire che gli immigrati andrebbero rimandati tutti al loro paese sui cammelli. Al collega della scientifica che lo accusò di aver inquinato la scena del crimine, tirò dietro il telecomando, che misteriosamente non si ruppe.
I cassetti del mastodontico mobile sulla parete di fronte alla porta erano stati tutti aperti e frugati con cura. Lo dimostrava il fatto che per terra la moquette era coperta da qualsiasi oggetto si possa nelle ante di un mobile. Riviste, tappi, elastici, pile, forchette, fogli. Una micro cassaforte da due soldi era stata forzata ed era vuota, salvo qualche lettera ad una certa Cristina, e foto di una donna. Quella Cristina, evidentemente. C'erano anche, sparse sul pavimento, alcune azioni di una società fallita due anni prima, ma il cui amministratore, finanziere con l'hobby delle candidature, era stato giudicato innocente da un giudice poi misteriosamente entrato in politica dalla stessa parte dell'imputato, ed ora se la spassava chissà dove, con ancora in tasca i soldi di tutti quei piccoli risparmiatori che aveva truffato.
Calleri si affacciò al finestrone principale, che non aveva balcone. Vide un altro classico topos di quei paesini della Brianza. Il giardinetto, dove i piccoli giocano, i giovani si atteggiano, gli adulti portano a spasso il cane e altre terrificanti banalità del genere, suddivise per classi di nascita. Quel giardinetto aveva una sola panchina. Verde, di legno, doveva avere qualche anno. Molto probabilmente era il luogo di ritrovo dei sopraccitati adolescenti, quando uscivano dalle loro case fatte di liti familiari, di computer-dipendenza e di reality shows. Ad ogni modo, la panchina, si vedeva dal settimo piano, aveva un'asse rotta. Questo fatto e l'improvviso arrivo della Polizia, che aveva destato quel paese dormiente dal suo menefreghistico torpore, facevano sì che al momento non ci fosse seduto nessuno. Quella vista lo incuriosì. Chissà quante storie aveva da raccontare quella panchina, chissà quante ne aveva sentite. Si riprese dai suoi pensieri e si tolse un sorrisetto ebete quando sentì un'angelica voce che lo chiamava dall'interno.
"Ci sono molti segni di colluttazione, Fabio..." cominciò la Mancucci senza che lui riuscisse ad ascoltarla "...e la porta è stata forzata, riteniamo che la vittima abbia scoperto che un ladro si era introdotto..." era inutile, si distraeva troppo. Eppure le labbra si muovevano; "...ma ci sono un paio di grosse questioni da appurare..."
"Due grosse questioni" ripeté lui meccanicamente, con lo sguardo fisso di chi non ha nulla da esprimere se non ammirazione.
"Ma mi stai ascoltando?"
"Eh? Ah sì, certo naturalmente. Come si chiamava la vittima?"
"Oliviero Mazzoleni, ex impiegato al catasto, ex soldato semplice nella seconda guerra mondiale, ex..."
"Sì, ma adesso cosa faceva?" chiese l'ispettore alla solerte portinaia, che da come aveva cominciato sembrava sapere vita morte e miracoli di tutti gli abitanti della palazzina.
"La vita del pensionato."
Espressione che alla lettera significava: un cazzo.
"Cioè?" si informò Calleri.
"Mah, le solite cose che fanno questi anziani. Si alzava presto la mattina, andava a comprare il pane e il giornale, commentava gli scavi. Certo che dopo i 70 anni la vita dev'essere noiosa"
Lui la guardò come una mucca potrebbe fissare un Picasso. O li portava male o lei ne aveva più di ottanta. Decise di lasciar perdere.
"Parenti? Amici?"
"Era un solitario. Solo un cugino di terzo grado si presentava, ogni tanto. Una cosa strana c'era però." Si sentì rasserenato. Tutti hanno qualcosa che non va, secondo qualcuno. Una persona normale a questo mondo sarebbe un evento. E bisognerebbe anche discutere sul concetto di normale. Lasciata perdere 2.
"Ogni giorno, per almeno un paio d'ore negli ultimi dieci anni, si fermava su quella panchina lì fuori e le parlava"
"A chi?"
"Ma come a chi, ispettore? Alla panchina."
"Certo, scemo io a non pensarci."
"Come scusi?"
"Niente, vada avanti..." sentenziò disperato. Si sentiva in una commedia di Ionesco, quelle dove capita di tutto, ma non succede assolutamente niente.
"Le raccontava tutto quello che era successo, le sue lamentele, le sue speranze, i suoi sentimenti. Che gran ridere si facevano... Credo fosse anche convinto che la panchina gli rispondesse. Oggi però non è andato, la panchina è rotta. È per questo che è tornato a casa prima. Pensi che sfortuna: è la prima volta che si rompe in 20 anni che è lì." Puoi anche alzarti presto, ma il tuo destino si è già svegliato un'ora prima. Filosofia da baraccone.
La ramanzina che gli fece il commissario, sul fatto che quell'inchiesta andasse chiusa in fretta, fu inutile. Tre giorni dopo, arrestarono un certo Florian Sofianu, idraulico romeno di 22 anni. Non aveva certo un aspetto rassicurate, e il pugno che tirò alle pareti dello studio di Calleri entrandoci non deponeva a suo favore. Fece tra l'altro crollare un quadro con doppia foto di Tupac Shakur e Fabrizio De Andrè che l'ispettore teneva vicino a quella del Presidente della Repubblica, con sotto la scritta: "Poeti". Ad ogni modo, l'assassino non era certo un animale. Era stato chiamato dal Mazzoleni perché il lavandino perdeva. Come confessò, aveva cercato di arrotondare lo stipendio da fame che gli dava la sua agenzia, arraffando qualcosa. Ma era stato sorpreso dal ritorno della vittima, che lo aveva aggredito, dandogli dello "Sporco zingaro". L'ispettore non se ne stupì: "L'insulto razzista sta diventando la sport nazionale". C'era stata una colluttazione, in cui lui aveva colpito il vecchietto, tutt'altro che indebolito dall'età, per difendersi. Ma aveva calcolato male la forza. Quello era barcollato fuori dall'appartamento, salvo poi crollare esanime. L'inchiesta era chiusa. Ma c'era da affrontare qualcosa di più difficile. Già quando avevano arrestato il colpevole, una folla inferocita aveva cercato di linciarlo, gridando di tutto, lanciando ombrelli, uova e minacce. L'ispettore e i suoi uomini avevano faticato non poco a tenere ferma la gente, che cercava in tutti i modi di raggiungere quel capro espiatorio. Probabilmente, nessuno di loro sapeva nemmeno che faccia avesse la vittima. Il giorno immediatamente successivo poi, colmo di sfiga. era il giorno di uscita dei più importanti settimanali di cronaca locale, che subito titolarono contro "Il mostro", definendolo un sanguinario assassino, che sarebbe stato presto rimesso. in libertà dallo"scandaloso garantismo che si usa verso negri, ebrei, zingari o messicani". Volgarissima citazione, tra l'altro, di Full Metal Jacket. Nell'originale, osservò Calleri, al posto di zingari c'era "italiani". Chi era il mostro? Questo avrebbe voluto chiedere a tutte quelle persone. Era quel poveraccio, o il suo datore di lavoro, noto picchiatore di prostitute, che lo pagava due soldi?
Avrebbe avuto voglia di spaccare tutto. In momenti come quelli lo assaliva una rabbia primordiale. Viveva in un paese senza.
Qualche giorno dopo, tornò sul luogo del delitto, per togliere i sigilli. Osservò la panchina, nel frattempo riparata. Ebbe un flash. Gli capitava ogni tanto di fermarsi su un oggetto e cominciare a pensare a 200 all'ora. Durante l'indagine, avevano scoperto l'identità di Cristina, la donna amata dal Mazzoleni. Era morta 10 anni prima. Ammazzata. E lui da 10 anni parlava con la panchina. Chissà, forse aveva letto della sua morte su quella panchina. Su quella aveva versato le ultime lacrime di una vita apatica e vuota, riempita da un amore, forse impossibile, sicuramente finito. E da allora aveva cercato di far rivivere l'immagine di lei, semplicemente ergendo la panchina a sacrario dell'amata, parlandole, pregandola. Le aveva confessato tutto, come tra veri innamorati. E allora forse la panchina gli rispondeva davvero. Nella sua testa ovviamente. O no? Chi lo sa forse la panchina, ogni volta che lui l'abbandonava, meditava di liberarsene per sempre. E allora, proprio quel giorno, aveva deciso di rompersi. Dopo 20 anni di onorato servizio. Una panchina vendicativa? Era una stronzata, ma Calleri si sorprese ad allontanarsi di qualche passo. Chissà cosa aveva pensato il povero Oliviero vedendo un altro amore spezzato. Tornato a casa, quando si era accorto che Sofianu aveva aperto la cassaforte, gli si era gettato addosso, per paura che portasse via gli ultimi ricordi del suo primo amore, rivissuto su una panchina. Calleri chiuse gli occhi dietro ai Ray Ban e si ripropose di cercare uno psicanalista sulle pagine gialle.
E il folle mondo va avanti rotolando.