Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Arrivò, ed era una giornata umida, e uggiosa.
C'era un'aria fredda, per essere il principio di primavera, e i nuvoloni grigi si stendevano sul cielo plumbeo come gomitoli di lana infagottati l'uno sull'altro. La vidi barcollare da lontano, un'enorme pachiderma dondolante sui fianchi, spalle strette, girovita enorme.
Nemmeno l'abbigliamento era stato scelto con intelligenza: colori opachi e tessuti aderenti, l'assurda pretesa di uniformarsi alla moda corrente.
Dentro di me, trattenni una risata sadica. La moda è fatta per gente in forma. Mentre si faceva più vicina, tuttavia, potevo scorgere il sorriso dipinto sulle labbra a canotto, di un rosso acceso, e provai un misto di tenerezza e comprensione, per quella piccola pachiderma che camminava felice.
Si, era felice.
Lo si notava dall'andatura serafica con cui procedeva, come se non avesse la minima fretta, il ritmo nell'oscillare le braccia, la testa alta e fiera,
Lo si notava per come trascinava con fatica una borsa a tracolla che, appoggiata alla coscia informe, impediva il movimento più di quanto la notevole stazza non facesse già; eppure, c'era un tentativo di sinuosità in quella camminata, e anche da quello si vedeva che era felice.
Non saprei dire che cosa mi facesse più pena: forse quella dentatura ingiallita e sbilenca, quel sudiciume sul collo, o i rotoloni di grasso che ballavano sul ventre, o quelle pustole brufolose che le macchiavano il viso.
Ma più mi s'avvicinava e più mi riusciva difficile disprezzarla.
Quando mi fu ormai vicinissima, percepivo anche il respiro affannato e irregolare di chi ha compiuto uno sforzo immane, invece aveva solo passeggiato per poche centinaia di metri, suppongo.
Si fermò prima di sedersi per riprendere fiato.
Un'enorme cerchio di sudore si estendeva a macchia d'olio sotto l'ascella, e ne ero certo, presto avrebbe iniziato a diffondersi un odore sgradevole; ma si vedeva che quella piccola donna, come sempre, era felice. Tenera.
Non so cosa ci trovasse di bello nel venire tutti i giorni, alla stessa ora, nella stessa panchina scrostata di quell'angolo trascurato del parco, non so per quale ragione si sedesse a fissare alberi, prati, bambini che muovevano i primi passi sotto lo sguardo ansioso dei nonni che li rincorrevano, e leggesse per ore e ore in silenzio. Di solito si sedeva dalla parte sinistra, spalmando le sue chiappe lardose su di me e appoggiando la schiena ingobbita dal grasso che si portava dietro.
Si agitava per qualche minuto in cerca della posizione più comoda, oscillava i glutei flaccidi, allargava le braccia, incrociava le gambe, le stendeva, le rannicchiava, finché tirava fuori l'ultimo romanzo commerciale (rosa, generalmente) e la sentivi sospirare per una buona mezz'ora, e si perdeva silenziosa nella lettura.
Poi si stancava, chiudeva il libro, si guardava attorno, e così era tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi. Tempo permettendo, chiaramente.
Non sapevo come si chiamasse. Non sapevo se avesse una famiglia (ma presumo, oggettivamente, di no), né sapevo da dove venisse.
Nonostante questo, era la mia migliore amica.
Quel pomeriggio, tuttavia, avrei voluto urlarle di non sedersi a sinistra, se solo avesse potuto ascoltarmi non l'avrebbe fatto ed ero preoccupata, perché era ingenua e anche un po' stupida, ma se avesse prestato attenzione l'avrebbe capito, ma non ero certa di questo e avrei voluto fermarla in tempo...
Invece mi stupì. Dopo una breve occhiata, si sedette a destra, e tirai un sospiro di sollievo, quel pomeriggio di un'uggiosa giornata di inizio aprile.
Così tirò fuori uno dei suoi stupidi romanzi d'amore e si immerse silenziosa nella lettura.
Era passata una buona mezz'ora da quando si era seduta (evitando stranamente le sue mosse non proprio leggiadre) quand'ecco che vidi quell'uomo dirigersi verso di me a passo sicuro.
Si muoveva con spavalderia, spalle aperte e viso disteso, l'esatto contrario della donna. Era agile e snello.
Non era la prima volta che lo vedevo, anche se le sue visite erano rare e occasionali, però di lui mi ero fatta un'idea piuttosto precisa.
Sapevo che era un illustre professore, noto ai più per il carattere burbero e saccente, che era sulla cinquantina, che aveva una bella famiglia, che aveva la pretesa di sentirsi un anticonformista, che si sentiva giovane, moderno, vitale e dinamico, e aveva un talento particolare per considerare una massa di imbecilli tutti quelli che, a differenza di lui, non conoscevano Hegel o Feynman.
Mi infastidivano i suoi modi di fare, il suo vantarsi continuamente con chi incontrava, il suo immergersi in calcoli e studi proprio qui, su di me, su una scrostata panchina del parco; che ci vieni a fare, mi domandavo, a studiare ad alta voce, su una panchina scrostata del parco?
In effetti, lo consideravo un idiota.
Quando arrivò, lei sorrise.
Il tizio si sedette, ignorando il tacito e amichevole saluto e invadendo l'aria con quel suo profumo dolciastro di tabacco e Calvin Klein, e dalla valigetta che si era portato appresso estrasse un fascicolo di compiti in classe e una penna.
Diede via a un insopportabile show di risatine e sbuffi, apostrofando con acidità le risposte tentennanti, ricoprendo di epiteti sgradevoli quasi tutti gli alunni, e sapevo, io che non l'avevo mai dimenticato, che aveva adocchiato il libro della mia amica, che aveva scosso la testa con disgusto e che commentava a bassa voce le correzioni tanto per darsi un tono.
Capii anche, dal modo in cui si muoveva su di me e da come sapevo funzionasse più o meno la sua mente, che era infastidito.
Era infastidito dall'ingombrante massa di lei, e, potrei giurarlo, dopo l'ennesimo movimento mormorò "Stupida balena" e si concesse qualche espressione facciale non troppo cortese, che se la mia amica fosse stata più sveglia o meno assorta dalla trama avrebbe notato.
Ma soprattutto, ne ero sicura, riteneva una totale perdita di tempo, per una mente brillante come la sua, dividere quella panchina scrostata con una grassa paesanotta di mezza età che perdeva il suo tempo a leggere romanzi rosa.
Lui, il genio, l'orgoglio cittadino, la mente superiore, il difensore della cultura e della ragione, dividere quell'angolino con un'insulsa donnetta qualunque che non avrebbe capito mezza parola della più banale delle discussioni che avrebbe potuto iniziare con lei!
Ma la donna era immobile, e tranquilla, e non mi dava fastidio, e mi sembrava quasi di non percepire le sue chiappe adipose.
Ogni tanto si illuminava aprendosi in un sorriso o un sospiro sognante.
Forse rimase per un'altra mezz'ora, e quando ormai era quasi buio e le luci dei lampioni iniziavano ad accendersi, allungò le gambe stiracchiandosi, prese la tracolla, mise il libro dentro e si alzò facendomi cigolare, e portando con sé l'odore sudato e terribile, prese a camminare verso l'uscita.
Ed era felice.
Poco dopo, anche il tizio chiuse i compiti.
" Balenottera da pochi soldi... leggere quella robaccia... e ci lamentiamo che il Paese va male... " borbottò, e iniziò una critica serrata contro la donna, e poi la cultura, che stava scomparendo, e d'altra parte i reality show facevano successo, e la superficialità popolare, e "per certi versi siamo ancora nel medioevo!", e non c'era più nessuno ormai che provava interesse per le disequazioni esponenziali di grado superiore al secondo, a nessuno interessava più il principio di Heisemberg, nessuno s'innamorava più di Heidegger o Martinetti o Samuel Beckett...
E continuò così finché non si fu allontanato, a dire cose sacrosante, innegabili, da applausi, se non che non ci feci troppo caso, presa com'ero a ridere per quella grande macchia di vernice verde scuro che gli macchiava il sedere.