Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Un forte vento teneramente soffiava, cullando la cittadella che addormentata respirava la fredda aria invernale.
Tutto taceva, il cielo spettrale era punteggiato da una tenue nebbia.
Le persone, invisibili, si aggiravano per le vie innevate.
Affondavano i loro scarponi in un soffice manto bianco e piano raggiungevano le loro destinazioni più o meno lontane.
Per l'aria aleggiava un odore di brioche e cornetti appena sfornati.
I ragazzi infreddoliti attendevano l'aspro suono della campanella.
La neve continuava a fioccare.
Gli alberi piangevano candide foglie e, lenti, si spogliavano delle loro un tempo folte chiome.
Nascosta in un parco, stava una panchina.
Le sue gambe stanche, dopo tanto tempo ricevevano riposo: da tanto, più nessuno si era appoggiato ad essa.
Bianca, era coperta dai rami dello stanco albero che, come un vecchio, lasciava cadere le sue pesanti braccia; l'attendeva l'arrivo della tanto attesa primavera, ricordando con nostalgia i pomeriggi in cui accoglieva i corpi stanchi dei vecchi, o in cui faceva da nascondiglio a miriadi di giocosi bambini.
La neve fitta continuava a scivolare dal cielo; si respirava aria frizzantina e ancora tutto taceva.
L'intero corpo della panchina ora era coperto da un letto di neve che diveniva sempre più morbido e voluminoso.
Quando, improvvisamente, si avvicinò la figura di uomo: i lineamenti marcati e la corporatura tozza. Con un leggero movimento di mano fece cadere una piccola quantità di neve dalla panchina quindi si sedette.
Con occhi sognanti si guardava intorno e ammirava il paesaggio addormentato. Poi, scoprì la panchina che intirizzita attendeva di essere ricoperta.
Sul suo corpo arrugginito vi erano delle incisioni e numerose scritte.
L'uomo sorrise: era divertito dalle tante e diverse parole che quell'oggetto custodiva.
Poi, i suoi occhi si soffermarono su un incisione: "Anna e Emilio 1960 -1975 - 27 dicembre" allora, i suoi pensieri iniziarono a viaggiare raggiungendo un altro tempo.
Ricordò il tempo in cui viveva in quel paese sperduto tra i campi.
Era adolescente quando con i suoi amici soleva giocare dinnanzi a quella panchina che sempre fu fotografa dei suoi più bei momenti.
Improvvisamente la pioggia di neve cessò.
Ancora silenzio.
Ora, tra i rami bagnati si affacciavano i dolci raggi del sole, che iniziavano ad asciugare la cittadella dal lungo pianto delle nubi.
L'uomo era ancora lì seduto.
Chiuse gli occhi e respirò profondamente quell'aria di cui aveva sentito tanta mancanza negli ultimi anni.
Ora lui, che da piccolo aveva abbandonato quel luogo per realizzare i suoi sogni, aveva sentito il bisogno di farvi ritorno e riassaporare l'odore della sua fanciullezza.
Il campanile batté le ore: era mezzogiorno.
Quell'uomo era ancora lì seduto: aveva i pantaloni bagnati e le mani, immerse nella neve, congelate. Lì, fermo e immobile, scrutava quella panchina che era sopravissuta alle incurie del tempo quando, da lontano, si avvicinava la sagoma confusa di una donna che percorreva lo stretto sentiero conducente alla collinetta ove risiedeva la panchina.
La donna pareva stupefatta da ciò che le appariva davanti.
L'uomo allora si alzò.
I due, come fanciulli intimoriti, si posero di fronte, sotto la chioma innevata dell'albero, davanti al corpo screpolato della panchina.
Senza dire parola si osservarono rivolgendosi un amorevole sguardo.
Finalmente quella promessa che come la panchina, era durata nel tempo, era stata mantenuta infatti, così come era scritto, quel giorno era il 27 dicembre 1975.