Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
Il sole stava già sorgendo dietro all'ammasso disordinato di condomini della periferia, sbucava lentamente tra un'abitazione e l'altra, filtrava attraverso gli spazi più sottili, non dava scampo. Sembrava ridere della sua potenza, del fatto che nonostante tutto lui sarebbe sempre sorto, del fatto che ogni essere vivente dipendeva da lui. La luce che si stagliava intorno rendeva ogni immagine più tangibile del necessario, come a sottolineare l'ambiguità della vita notturna, come se fosse nel tentativo di cancellarne gli eventi.
Ed era forse quello che tentava di fare anche lei. Nonostante fosse in piedi da un infinità di ore, Diana camminava spedita, guardando per terra. Si immaginava che le linee che separavano le mattonelle del marciapiede si prolungassero fino a intercettare i suoi passi e che lei non dovesse toccarli, altrimenti sarebbe successo qualcosa di irreparabile. Sentiva la zip della felpa tintinnare ritmicamente sulla fibbia della cintura e un brivido continuava a percorrerle le gambe addobbate solo di una gonnellina nera che pareva drammaticamente indecisa tra coprire e scoprire. Aveva uno spinello acceso in mano e con movimenti meccanici se lo portava alle labbra. Passava per vicoli sconosciuti seguendo un percorso impresso saldamente nella sua memoria, come marchiato a fuoco. Della musica nelle sue orecchie, un piano, una chitarra, una batteria, una voce da uomo che cantava di paradiso, di libertà e si chiedeva dove fosse lei quella notte. Le altre parole le risultavano incomprensibili e non le interessava saperne il significato, si faceva solo cullare dalla melodia malinconica prodotta da quelle note. E semplicemente non si ricordava nulla.
L'ultima cosa che aveva visto Diana era una collana a forma di serpente. Ora la sua mente era piena di esseri striscianti che si avvinghiavano, sibilavano. Aveva più volte visto un serpente, su vari documentari, ma mai dal vivo. Le loro digestioni duravano settimane e per tutto quel periodo non mettevano in bocca altro; certo, Davide non sarebbe mai stato un serpente: lui mangiava di tutto a qualsiasi ora del giorno. Inoltre per la fortuna di essere ragazzo non ingrassava neanche di un chilo. Davide. La sera che era successo lei non era con lui, aveva preferito stare a casa anziché uscire col gruppo. Forse, forse gli avrebbe impedito di salire su quella moto, o magari, magari lo avrebbe obbligato a mette casco, oppure... ogni congettura vana.
Finalmente giunse la panchina della pensilina del pullman, la solita, quella vicino alla stazione, ci passavano il 202 e il 201. C'era un ragazzo seduto a gambe incrociate che sembrava fissare il vuoto. Diana spense l'i-pod per evitare figure ridicole in caso che lui le avesse rivolto la parola, cosa che le era capitata una marea di volte; è che se non l'ascolti senza sentire altro non è musica. Si sedette di fianco a lui che sapeva di patatine fritte. Non sentì alcun bisogno di isolarsi come le accadeva in queste situazioni, solitamente odiava sedersi su una panchina se c'era già qualcuno. Sentiva di dar fastidio e aveva bisogno di occupare il suo spazio, un suo piccolo regno temporaneo che per almeno cinque minuti sarebbe appartenuto solo a lei. Invece adesso voleva condividere qualcosa.
"Sai che è una cosa davvero strana?"
Fu come se la ragazza si aspettasse che lui le dicesse qualcosa, come se fosse tutto programmato, come se fossero stati su un palco e lei non aspettasse altro che la sua battuta per iniziare il dialogo. "Guarda che tutto è strano, insomma," fece un tiro "se esistesse il normale potremmo dire che è una cosa strana, ma non esistendo il normale...". Lasciò la frase in sospeso, era palese quello che intendeva dire. Lo faceva spesso questo giochino, anche nelle interrogazioni: insomma se il concetto è chiaro è inutile continuare.
Lui le rivolse uno sguardo di ghiaccio, uno sguardo cosciente, come se conoscesse da anni la persona che gli stava di fronte.
"Lo sai cosa intendo dire. Siamo io e te. Tu non sai chi sono io e io non so chi sei tu. In questo momento siamo legati solo da questa pensilina e ognuno di noi potrebbe stare nel suo brodo, fare finta di rispondere a un messaggio che aspettava ma in realtà non è mai arrivato; ascoltare musica ad altissimo volume per non sentire il mondo che lo circonda; stare in piedi, come a rappresentare il ribrezzo provato nel sedersi di fianco a una persona sconosciuta."
"Il fatto è che la gente ha paura, potrebbe sempre capitarti di fronte un maniaco, o altro."
"Come potrebbe capitarti di fronte una persona che ha pensieri e sogni bellissimi."
Diana chiuse gli occhi ridendo. Aveva un canino che sporgeva rispetto agli altri denti e pareva volersi distinguere dal gruppo. Fece un tiro. Era come in un treno: una cabina piena di persone che non si conoscono. Un'infinità di possibilità di incontrare, capire, conoscere. Un muro, sì come un muro che separa, ma nel contempo unisce. Scegliere, tutto qua.
"Guarda che non è colpa tua."
"Lo so."
Quando Diana aprì gli occhi si sentiva leggera. Sapeva che lui ormai non era più lì, sentiva la mancanza della sua presenza. Prese un respiro profondo e si alzò in piedi per salire sul 202 che stava per arrivare alla fermata.