Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”
Premio Segnalazione Giuria


“_MACCHIA_”
di Lisa Manieri - 4a A


In quella stanzetta dalle lucide piastrelle in candida ceramica l’odore di un’umanità affranta e annientata dalla violenza permeava pungente il naso, s’infilava mellifluo nelle narici arrivando prorompente allo stomaco e nauseando perfino l’animo. 
Bisognava eliminarne le radici per debellarlo, così come si cancella una macchia sudicia da un bianco muro. La tendenza all’ordine insita nell’Uomo vuole manifestarsi ad ogni occasione in ogni modo, fungendo da forza motrice per quel colpo di spugna intento a ripulire quella piccola macchia sul muro, nel tentativo di riportare all’uniformità la superficie da essa contaminata. Questa tendenza alla perfezione non comprende eccezioni, ogni singola impurità viene automaticamente rimossa in modo assolutamente definitivo. Cercai di riconoscere qualche mio gesto passato in questa inclinazione dell’animo umano e riportai alla mente la mia vita prima dell’inferno: un ricordo sfumato di ciò che a stento si crede sia esistito. Ricordai come una volta mi ero tanto accanita su di una macchia di caffè, che risaltava tanto maldestramente sull’abito bianco da sposa, ricordai il sollievo di quando riuscii a farla scomparire. Mi resi conto di quanto potesse essere gratificante agire su qualcosa mirando ad un suo perfezionamento. 
Durò soltanto un istante e malgrado ciò mi dannai crudamente per ciò che provai, un disperato senso di commiserazione verso ciò che Loro stavano compiendo. In quell’attimo Loro avevano vinto, in quell’attimo io avevo giustificato tutto il dolore e le sofferenze che avevano imposto, l’ingiustizie e le violenze che stavano compiendo e il massacro che avrebbero continuato inesorabile, fino a quando la Loro macchia non fosse stata sradicata dal mondo e resa in cenere. Loro disinfestavano l’umanità dalla feccia e dal degrado. 
Chiusero la porta in ferro pesantemente e noi sentimmo la spranga serrarla. Ecco l’ennesimo tentativo di quel processo di disinfezione del mondo. 
Mi avvicinai al mio compagno del quale non sapevo né nome né numero, mi strinsi a lui anche più di quanto il nostro affollamento non mi costringesse già a fare, benché nessun contatto umano sarebbe stato capace di colmare la mia solitudine. I nostri sguardi opachi s’incontrarono e videro un ultimo bagliore di vita riaffiorare dal torbido di un animo svuotato d’ogni identità e dignità. 
Udimmo il sibilo mortifero nei tubi che ci sovrastavano. Trassi un profondo respiro e sentii la tensione e l’ansia accumulata in mesi d’inferno sciogliersi mentre il veleno fluiva veloce nelle vene. Sognai la mia patria, la mia casa, i miei amici, i miei famigliari, tornai in quella visione onirica che era stata un tempo la mia vita. 
L’esile mano alla quale mi aggrappavo cedette con la mia, piombando finalmente nel riposo tanto sofferto e mai così disperatamente desiderato. 
Alfine ancora una volta Loro avevano cancellato parte di quella macchia che assillava il mondo come un cancro. 

NOI, macchia dell’umanità, ceneri di violenze ingiustificabili, avremmo mondato la coscienza di chi intollerante e brutale ci rese polvere. 


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