Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
L’uomo mi aspettava seduto su una roccia.
- Siediti - disse - non si può ascoltare una storia stando in piedi. Non una buona almeno.
So che è molto tempo che aspetti di avere delle risposte, ma io posso solo offrirti la mia storia. Che essa soddisfi la tua curiosità o la frustri dipende solo da quali sono le tue domande.
Inizia in una città antichissima, il suo nome non ha importanza, perché essa è tutte le città. È una città chiusa in sé stessa, nella sonnolenza delle sue strade polverose, nel torpore delle persone e delle statue che la abitano, ma le persone e le statue sono la città e dimenticano di vivere, imperturbabili nella loro monotonia.
Io ero loro, ed ero morto.
Poi arrivarono gli stranieri, da quelle terre lontane dai nomi esotici che si sentono nominare solo dai vecchi che credono ancora negli dei o nei libri impolverati di biblioteche dimenticate. Arrivarono e portarono con loro una storia.
Parlava di un uomo, un uomo straordinario, che aveva attraversato il mondo correndo senza mai fermarsi. Di lui sapevano poco, perché nessuno aveva il coraggio per avvicinarlo, ma raccontavano che venisse da luoghi mai immaginati dove Febo non osa guidare il suo carro lucente. Dicevano di averlo visto correre più veloce del vento e delle onde del mare rabbioso, dicevano che avrebbe potuto battere la tartaruga di Zenone anche concedendole il vantaggio che era costato ad Achille la vittoria, che se fosse stato il messaggero a Maratona il re Dario sarebbe stato in rotta prima di sbarcare in Grecia. Così dicevano e tessevano davanti agli occhi della gente una storia meravigliosa e strana, ed essa era sulla bocca e negli orecchi di tutti, e ognuno gioiva e la città risuonava della loro gioia.
Poi gli stranieri se ne andarono e con loro la storia, e per quanto ciascuno cercasse di ricordarla, nessuno poteva farlo. Avevano dimenticato perché non sapevano sognare, ma io imparai dai sogni a non dimenticare e attesi che l’uomo passasse.
Arrivò un giorno, mentre la città dormiva ancora, ma nelle prime luci dell’alba vidi solo un’ombra informe che correva attraverso le messi mature. Quel giorno fu il mio ultimo giorno, perché il ricordo di me si spense. Spezzai le pastoie che mi legavano alla città per seguire l’uomo nel suo viaggio. Quel giorno fu il mio primo giorno perché scoprii di essere vivo.
Inseguii l’uomo, ma lui era troppo veloce, troppo lontano. Durante il giorno ero troppo lento per raggiungerlo, se cercavo di coglierlo di notte nel sonno le mie gambe, ribelli, cedevano alla fatica ed io soccombevo a terra addormentato. Così procedeva la nostra corsa, infinita, giorno dopo giorno.
Al suo seguito visitai gli angoli più remoti di questa terra e scoprii che metà delle cose che gli uomini pensano non sono vere, mentre le altre sono bugie.
Vidi decine di volte la terra sfiorire e i cieli piangere le loro lacrime gelate, ma ogni volta arrivavano le rondini e i ruscelli tornavano a ridere al passaggio di Proserpina, e ogni anno io guadagnavo un passo.
Infine quando i giorni si fecero tardi, egli scelse un’ultima meta. Lo incontrai in un gelido deserto, lui si sedette su una roccia e mi attese, e sul suo capo incombevano le nubi gravide della folgore celeste, e dietro le nubi spiavano gelidi gli occhi ciechi della Notte.
L’uomo mi guardò e io osai chiedere il suo nome. - Onar - disse – un’ombra, un sogno che fugge. Allora mi avvidi che era vecchio e incartapecorito. Gli chiesi perché fuggisse ma non rispose più.
All’alba abbandonai quel deserto dopo aver pianto il defunto, ma piangevo per me stesso, perché è solo dei vivi il cordoglio della solitudine, esso non tocca più i morti, gusci dimentichi dell’esistenza.
Ma dopotutto non fermai la mia corsa, non seppi farlo. Come il cacciatore che ha preso al laccio la preda, ma non si sfama e così continua la sua caccia.
Su di me dicono molte cose, che io abbia varcato le colonne d’Ercole, che abbia visto la cima del mondo e il suo fondo. Dicono che sia stregato e che il fulmine arrivi lento rispetto alla mia corsa, che abbia rubato a Mercurio i suoi calzari alati.
Io per me so solo che mi chiamo Onar, e sono un’ombra, un sogno che fugge.
Così parlò il vecchio e poi tacque. Il vento del mattino sparse le sue ceneri.