Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”
Premio Speciale Giuria


“DELIRIO DELL’INCONSCIO”
di Guido Cereda - 4a B


Corri pezzente. Su, forza. Ma no, sei stanco? L’incessante tintinnare del tempo non ti allontanerà le paludose spiagge stigee se corri. Vuoi correre? Allora che tu sia più veloce del cannone manicheo e dell’aereo nostrano, che il tuo piede percuota l’arido terreno come soltanto l’indigeno dal vuoto colore sa fare. Soffermati talvolta, quando spira fresco il primo vento di primavera ed il primo sole fiorisce i caldi alberi ormai non più nudi, quando l’universo mondo si riempie di umani suoni ed il ventre delle città prende dolcemente la vita. Fermati ed osserva. Vedrai il padrone correre per snaturare il vile servo che nuovo Calibano attende. Vedrai moltitudini di schiavi correre per obbedire all’avaro e per tramare la sua veloce ultima corsa. Corre la mente e corre il piede. Sempre corre il moderno prometeo, sempre l’icareo volo si compie, sempre la prima corsa si tramanda e l’eternità perde l’agognata pace. Impazzireste senza corsa, vero folle? Morireste pur di non perdere il vostro frenetico trapasso. Il primo Adamo non colse il primo pomo senza conseguenza alcuna, né la vil donna pagò solo col dolore: frenesia, corsa. Come nuovi flagellanti percuotete il vostro scarno involucro, che senza speranza accetta la vostra inumana stanchezza. Troppe lune passeranno prima che il fato delle umane genti cambierà della medaglia la faccia, troppe bocche esaleranno non ultimi respiri prima che il lento ruotare consumi l’umana specie, troppi lamenti i miei stanchi recettori capteranno nello stanco aere senza che voi, genti pallide e negre, comprendiate l’essenza. Cosa dovresti fare? semplice, come il bianco scintillio nevoso attende l’ultimo istante ed il primo calore senza timore alcuno per poi ricongiungersi col primo fattore, come l’aquila sorvola i celesti cieli planando nel nulla per colpire senza remore alcuno, come il primo immobile divenne mobile, così te farai, umana gente. Sii calma. Non perdere il vano tempo nella corsa dell’attimo fuggente, un altro sarà colto. Sdraiati nelle calde giornate, assapora l’infinità della comunità, divienine fondamento, cogli il primo nesso. E quando sarai tutt’uno con l’universo, quando non sarai più, allora levati dal pallido torpore e colpisci il vile collo dell’esausto corridore. Speranza vana. L’intera esistenza trascorrete inermi dalla volontà, né mai potrete cogliere il frutto che tanto ricercate; vili, che arrivate per partire, errate nel mondo frenetico, vili. Pensate forse che l’alta pioggia sappia che guance andrà a carezzare? O che la giovin ghianda conosca il suo destino, il suo arido o fecondo destino? Folli ed empi, questo siete, correte senza godere il vostro guadagno, pensando, a torto, senza ombra di dubbio alcuna, di aver un’altra mano da giocare, un’altra tempesta da attraversare nel vostro flatulento corpo. Ma verrà il giorno, sì, verrà il giorno in cui sarete fermi, congelati come schiere marmoree dal freddo pungente, i vostri muscoli deboli e fiaccati da un inutile sforzo, il vostro membro flaccido ed inerme dall’eccesso di vigore, le vostre pensose canizie cadenti come primaverili pollini impalpabili, le vostre sinapsi logorate e prive di vita, nessun pensiero sarà più in grado di formarsi ed io non esisterò più. Allora, e mi dispiace dir, solo allora, rimpiangerete i giovanili eccessi e la perenne corsa che intraprendeste, allora i vostri macigni saranno persistenti come scritte sull’acqua, allora vedrete il bianco traguardo, allora prossimi al nulla eterno vi odierete. Già ridi, scorrendo queste pagine ridi, idiota, ridi, empio, mentre scrivi “delirio” in cima a questo foglio, te ridi. Presto ti vedrò ridere e posare la penna sul bianco logoro, te, folle, primo senza pari, te hai colto il nesso, te lo hai materialmente scritto ma nonostante questo presto correrai dalla tua donna, forse che il suo sesso val più di un’atarassica pace? Sii risoluto, vile. Perché verrà il giorno. E ti odierai. 


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