Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”


“PRECIPITANDO”
di Chiara Mussi - 3a F


Sfiorare l’asfalto. Andare così veloce da avere l’impressione di decollare. Sentire l’aria che ti accarezza la pelle e l’adrenalina che a poco a poco entra in circolo. Ho sempre amato tutto ciò. 
E’ come se fossi rinchiuso in una bolla: tutti i rumori e le immagini esterne sono attutiti, la strada è la tua unica guida e il vento la sua voce. Questo vuoI dire correre. Liberarsi da ogni pensiero e farsi trasportare dal caso. O dal destino, sempre che tu ci creda. In effetti è strano pensare che il nostro percorso sia già scritto, che ogni nostra azione sia stata decisa in precedenza e che sia determinante per il nostro futuro. Non so se ritenere più accettabile l’idea che ogni nostro minimo gesto sia inevitabile o che tutto accada per pura coincidenza. In fondo il libero arbitrio è uno dei grandi interrogativi dell’esistenza. Però credo che un po’ di scelta ci sia lasciata. Che esistano dei momenti della vita in cui tutti sono messi davanti ad un bivio, è in quei momenti che si può esercitare la propria volontà. E sono le scelte che fai a determinare il tuo destino. 
Probabilmente se per il mio sedicesimo compleanno avessi chiesto un viaggio a Londra anziché una moto, se quest’estate mio padre non avesse ricevuto la promozione a vice-direttore, se non fossimo stati costretti a trasferirci a Bologna, se avessi messo subito fine al mio rapporto con Elena, tutto questo, forse, non sarebbe successo. E, probabilmente, io sarei stato felice. 

Non mi pento di aver voluto la mia Honda. Grazie a lei, quando mi sono trasferito, ho potuto mantenere i contatti con i miei vecchi amici. Certo, fare la spola fra Bologna e Milano ogni week-end è una scocciatura e credo di aver speso un patrimonio in benzina ma ho sempre pensato che ne valesse la pena. Soprattutto se ciò voleva dire continuare a vedere Elena. 
L’ho conosciuta due anni fa, l’ultimo giorno di scuola. Ero eccitatissimo per la fine dell’anno scolastico e al settimo cielo perché, quella mattina, la prof di latino mi aveva annunciato che grazie al mio “mirabile impegno” non mi avrebbe dato l’esame a settembre. Così, in vena di festeggiamenti, avevo chiamato Paolo, il mio migliore amico, e insieme avevamo deciso di andare al concerto a Torino dei No Sound, band che ci aveva stregato in quel periodo. 
Lì, in mezzo alla folla, l’ho vista per la prima volta. I capelli castani scendevano con onde morbide fino alla cintura che reggeva un vecchio paio di jeans strappati. Gli occhi verdi, simili a quelli di un gatto, erano circondati da uno spesso velo di trucco che non li offuscava minimamente, anzi li metteva in risalto. Le braccia e le gambe, pur così minute, per l’entusiasmo si muovevano con una forza incredibile. Ciò che mi attirò non fu solo il suo aspetto da fata ma anche la strana aura di vitalità che emanava. Era così intensa da diventare magnetica. 
Alla fine del concerto non potei fare a meno di parlarle. Mi disse che anche lei abitava a Milano e io, per prolungare l’incontro, mi offrii di riaccompagnarla a casa. Così cominciò il nostro rapporto. 

Correre con lei dietro è sempre stata una sensazione magnifica. Il suo dolce profumo mi avvolgeva e mi faceva sentire felice. Era come se m’inglobasse nella sua aura: il mio universo diventava di colpo più splendente, tutti i colori sembravano più vivaci e perfino la sensazione di libertà che provavo sfrecciando in moto era accentuata. Elena entrando nella mia vita aprì una metaforica finestra e permise alla luce, all’aria e al mondo di entrare. Prima di incontrarla non avevo mai provato sensazioni simili. 

Quando le ho detto del trasloco non l’ha presa molto bene. Non che lo abbia dato a vedere. Ma potevo dedurlo dal suo comportamento nei miei confronti. Pur rimanendo quello di sempre c’erano momenti in cui all’improvviso si rabbuiava e diventava distaccata e diffidente. Io, che dal nostro primo incontro ero così in sintonia con lei, non riuscivo a capire cosa le passasse per la mente, sapevo solo che stava costruendo una barriera fra noi due. Le chiesi parecchie volte di aprirsi con me, ma mi liquidava sempre con un “Non ti preoccupare, va tutto bene.” Credo sia stato quello il momento in cui le cose iniziarono a crollare. Per non pensarci di solito inforcavo la mia Honda e stavo via tutto il pomeriggio. M’isolavo nel mio mondo fatto d’asfalto, panorami e odore di benzina. 

Quando mi trasferii le cose peggiorarono. In fondo non avevo mai creduto che le storie a distanza potessero funzionare e questo pensiero era sostenuto dalla mia cultura cinematografica abbondantemente nutrita, grazie a mia sorella, di film sull’argomento. Tuttavia, incapace di affrontare una separazione, convinsi Elena a fare un tentativo. 

Studiare per la maturità aveva occupato gran parte del mio tempo negli ultimi mesi. L’idea di quest’esame mi aveva terrorizzato fin dall’inizio della terza liceo. Infatti in quel periodo avevo fatto per la prima volta un sogno che ciclicamente era tornato a disturbare le mie nottate. Nella mia immaginazione sono seduto davanti alla commissione, da solo, nessuno è venuto ad assistere al mio esame. Le finestre sono sbarrate con delle assi di legno, l’unica fonte di luce proviene da una lampadina ronzante che, attaccata ad un filo, scende dal soffitto arrivando poco sopra la mia testa. 
I professori indossano tutti delle divise militari. La professoressa Parini, di Italiano, mi sorride, anzi, mi mostra le zanne, si alza, fa il giro del tavolo e, dopo avermi osservato per qualche minuto, pronuncia una singola demoralizzante parola: “Bocciato!”. Io sconcertato la fisso, poi guardo il resto dei professori in cerca di appoggio ma vedo che tutti annuiscono d’accordo con la sua decisione. A quel punto disperato mi alzo, pronto a discutere per far valere le mie ragioni ma, mentre sbraito, mi accorgo che qualcosa sta andando storto. La commissione mi guarda con faccia divertita e la prof Parini cade addirittura a terra dalle risate. Allora capisco: dalla mia bocca non esce alcun suono. 
Ultimamente questo sogno mi si riproponeva sempre più frequentemente. Ogni volta, per sfuggire all’angoscia che mi trasmetteva mi rifugiavo nella velocità, da sempre la mia valvola di sfogo. 
Ed era con questo intento che stamattina ero uscito di casa e avevo deciso di passare tutto il giorno correndo con la mia moto prima di andare al Cardiff, il solito locale alle porte di Milano, dove avevo appuntamento con Paolo che non vedevo da alcune settimane. Prima però dovevo liberarmi da tutti i pensieri negativi sull’esame, a cui mancavano pochi giorni, e sulla mia relazione con Elena, che era sull’orlo di un precipizio. Dall’inizio di maggio, con scuse banali, cercava di evitarmi e anche quando accettava di vedermi i suoi modi, di solito così garbati ed entusiasti, erano al contrario rudi e indifferenti. Questa sera doveva esserci anche lei al Cardiff ma all’ultimo aveva rifiutato l’invito dicendo che i suoi genitori non le permettevano di uscire. 
Alle nove, dopo un pomeriggio ristoratore, ero seduto al solito tavolo nell’angolo del locale, quello pieno d’incisioni intorno al quale avevo trascorso una miriade di serate dall’inizio del liceo. 
Ed ecco che, un paio di birre dopo, ho sentito la porta aprirsi e, quasi fosse un sogno, ho visto Elena entrare, sorridente come non era da mesi, e dirigersi verso il bancone del bar. Felice, pensando che non mi avesse notato, mi sono alzato per andare a salutarla ma, mentre mi stavo dirigendo verso di lei, la porta si è aperta di nuovo ed è entrato Edoardo, un mio ex compagno di classe con cui non ho mai avuto buoni rapporti. Anche Elena si è accorta del suo ingresso e ignorandomi completamente si è buttata fra le braccia di Edoardo e lo ha baciato. 

Il rumore della bottiglia di birra che cadendo dalle mie mani si è rotta a terra ha attirato l’attenzione di tutti i presenti su di me. Sconvolto sono uscito dal locale correndo. Mi sono precipitato alla moto con la testa che mi scoppiava e sono partito, senza neanche mettere il casco, senza sentire una parola di ciò che Elena mi urlava rincorrendomi, senza sapere dove andare. Sapevo solo di aver bisogno di scappare da quel luogo, fuggire il più lontano possibile. E non ci ho pensato. Non credevo che la cosa che più amavo al mondo potesse nuocermi. Certo ogni giorno si sentono raccontare episodi simili, ma ho sempre creduto che ciò non potesse riguardarmi. E’ un difetto della giovinezza. Si è stupidi o semplicemente spensierati e si pensa di essere invincibili e immortali. Peccato che anche i diciottenni siano esseri umani. 

Dopo essere stato messo davanti alla dura verità sono abbattuto. Guidando sto accelerando al massimo. La strada è semideserta. Vado così veloce che mi sembra davvero di volare. Le lacrime mi offuscano gli occhi e non ho neanche visto quella curva. 

NON POTRO’ MAI PIÙ CORRERE. 


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