Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza
“Ho saputo oggi l’esito dei miei esami e mi si riprospetta un’altra battaglia.
Uffa, ma affronterò anche questa.
Per un po’ starò chiusa qui dentro
e quindi avrò tempo di leggere e pensare.
Ti abbraccio forte”
Tiziana
Il silenzio che regnava in macchina venne interrotto dalla squillante voce di sua madre: “Dai Francesco non fare quella faccia! Ti divertirai sicuramente, e poi i tuoi compagni hanno insistito tanto per vederti!”.
Francesco emise un grugnito e accese l’autoradio: FM 103.2, la sua preferita.
Questa volta ci avevano messo molto meno tempo a caricare la carrozzina nella monovolume. Di solito l’impresa era piuttosto ardua: il bagagliaio era troppo piccolo ed era necessario spostare i sedili posteriori che altrimenti rischiavano di sporcarsi. Francesco seguiva la scena dal sedile anteriore; la prima volta la voce petulante di sua madre e la durezza di comprendonio di suo padre lo avevano mandato in bestia. “Guarda, caro, che non ci sta così!”. “Ma non dire scemenze, tesoro mio, ci sta benissimo, è un incastro perfetto!”. “Non vedi che non si chiude lo sportello!? Francesco tra poco partiamo, stai tranquillo!”. Si chiedeva se fosse mai possibile che non riuscissero a fare niente in modo tranquillo, senza finte espressioni di gioia di vivere, positivismi campati in aria e risate isteriche?
Ormai però erano diventati piuttosto esperti nel caricare e scaricare, tanto che questa volta non ci aveva fatto neanche caso. Il tragitto per arrivare in palestra fu breve, ma per Francesco sembrava non finisse più: lo spazio e il tempo erano riempiti da parole che non voleva sentire: domande inutili, dati su dati per colmare il vuoto che continuava a frapporsi tra lui e loro due. Com’erano gli avversari? l’allenatore avrebbe fatto giocare quello un po’ scontroso? com’era il nome? Marco? sì, Marco. chissà come stava la mamma di Andrea?, con lei si facevano lunghe chiacchierate.
Giunti in palestra ebbero un po’ di difficoltà: i marciapiedi erano troppo stretti e non esistevano scivoli e strutture atte per il trasporto di un disabile. “Finalmente ce l’abbiamo fatta! Dovrebbero mettere degli scivoli qui!”. “Già, non si può ogni volta sollevare la carrozzina”. I suoi continuavano a parlare. “Allora Franci, dove ci mettiamo?”. “Mamma, va bene anche qua in basso, non ci faranno storie; dopotutto ho giocato in questa squadra per quasi dieci anni!”. Dieci lunghi anni coronati da allenamenti, partite, vittorie; quanto sudore e quanto sangue versato! Ma adesso... ?
Il flusso dei suoi pensieri venne spezzato da una voce molto famigliare: “Ciao Fra! Allora vecchia roccia? Sono troppo contento che sia venuto a vederci! Oggi partita importante!”. Un sorriso sincero risplendeva sul volto di Alessio. “Certo che sono venuto a vedervi!”. I due si guardarono per un paio di minuti; non sapevano più che dire. Francesco si chiese perché il suo compagno non gli chiedesse altro, ma neanche lui era capace di proferire parola. “Dai, Fra. Vado a cambiarmi. Ci vediamo dopo!”.
Quando iniziò la partita i genitori sugli spalti si trasformarono come per magia in scimmie urlanti allo zoo. Un tempo quel chiasso gli sarebbe stato terapeutico: lo incitava a difendere, tirare, segnare, ma adesso gli era totalmente indifferente. Guardava i ragazzi correre da un canestro all’altro, maneggiare la palla con disinvoltura, ecco un terzo tempo spettacolare! La palla rimbalzava ritmicamente per terra, un’armonia sublime per le sue orecchie. Però non era ancora riuscito a capire perché fosse lì. Sapeva benissimo che vederli correre lo avrebbe fatto star male. Qualche mese prima era lì insieme a loro. Qualche mese prima correva anche lui. I tragitti più belli erano quelli in mezzo ai parchi: adorava stare immerso nella natura. Sentiva i polmoni riempirsi di aria pura e leggera. Il freddo mattutino pungeva la sua pelle e lo rinfrescava mentre il sole lentamente saliva in cielo. Il suolo sotto le sue scarpe era soffice e resistente allo stesso tempo. Correre lo faceva sentire libero, libero di vivere, parlare, innamorarsi; libero di pensare. Sì, di pensare. Perché i pensieri scorrevano fluidi e lucidi nella sua mente, proprio come prima di addormentarsi, quando la giornata scivola davanti ai tuoi occhi e si incatena con i ricordi che pervadono il tuo essere.
Adesso i suoi genitori erano lontani, il mondo era lontano. Lui non correva più. Oramai gli era passata anche la rabbia. C’era solo un gran deserto.
La partita terminò non proprio nel migliore dei modi: Marco era stato espulso e fino all’ultimo erano rimasti sotto, però dopotutto avevano vinto. I ragazzi erano corsi a cambiarsi alzando il playmaker in trionfo.
“Francesco cosa vuoi fare? Aspetti i tuoi amici?” chiese suo padre. “Si, papà. Sto qua ad aspettarli un po’ ”.
I due si allontanarono ed uscirono con gli altri genitori. Francesco andò in mezzo al campo; per fortuna nessun ostacolo impediva il passaggio della carrozzina. Se ne erano andati tutti e la luce della palestra era spenta. C’erano solo Francesco e una palla.
“Che ci fai ancora qui, Francesco?”.
Era una voce abbastanza famigliare, ma ci mise un po’ a riconoscere la esile figura che si era frapposta tra lui e il canestro. “Che c’è, non ti ricordi di me?”.
Certo che ricordava: era Stefania, la sorella dell’allenatore. Una donna sulla trentina, alta. Un tempo giocava anche lei. Ogni tanto seguiva gli under12, ma era sempre presente alle partite. Francesco ricordò che per periodi di tempo più o meno lunghi misteriosamente spariva per poi ritornare un po’ diversa, un po’ più stanca. Nello spogliatoio se ne raccontavano di ogni: una vita parallela, un amante all’estero, che forse assumeva droghe? Francesco non era convinto di nessuna di queste ipotesi, ma non voleva supporne altre.
“Si, mi ricordo. Non ti avevo riconosciuta subito; tutto qua.”
Lei si inginocchiò per vederlo meglio. Il suo naso era punteggiato da lentiggini, e tutta la sua pelle aveva un colore soffice. “Francesco, ti ho osservato per tutta la partita.”, fece una lunga pausa. “Ti manca, vero?”. Il suo sguardo lo attraversò completamente, era come se lei avesse spinto la mano dentro il suo petto e avesse cominciato a toccare le sue costole una a una. Fece un respiro. Due.
“Si, mi manca; da morire. Niente ha più senso. Sono costretto su questa sedia a vita e non tornerò mai a correre, mai. Non sarò mai più felice”. la sua voce vibrava con una colorazione diversa dal solito, ma non voleva piangere. Sentì le mani di lei che prendevano la sua; le sue dita sembravano sussurrare.
“Francesco. la vita è un po’ strana. C’è un tempo per correre e un tempo per camminare; anche uno per stare seduti. Ma noi non ne siamo coscienti e spesso corriamo sempre. Il problema è che poi si rischia di non vedere più niente, solo scorrere davanti ai nostri occhi un film di cui alla fine non ci si ricorda la trama. Tu hai avuto la sorte di sederti un po’ prima; adesso devi imparare a guardare il mondo in un altro modo; a correre in un altro modo”. Francesco era incerto sul significato di quelle parole, ma vedeva la speranza nei suoi occhi intensi, vedeva il coraggio di una donna che non si è arresa e mai si arrenderà.
“Sai”, continuò con la sua voce dolce come il miele, “non si corre solo con il corpo. Si corre anche con la mente, come fanno i pellegrini: quando sono fermi la loro mente vibra, corre, vola verso la meta senza fermarsi mai. Devi fare così. Non ti fermare ai limiti che la vita ti ha imposto, non sottostare a questa dura legge: ribellati”.
Adesso nei suoi occhi c’era un fuoco, un fuoco che ardeva pieno di vita. Francesco realizzò che c’era qualcosa che dava forza a quella donna e la faceva continuare a combattere, ma lui non avrebbe mai conosciuto l’identità del suo avversario. Si guardarono ancora per un po’. “Adesso mi sembra che tu debba andare” disse alzandosi. Ora sorrideva. “Già, sembra anche a me” rispose Francesco e si diresse verso l’uscita, avrebbe aspettato lì i suoi compagni.
Nella sua mente stava succedendo qualcosa di strano, proprio come prima di addormentarsi quando le immagini scorrono e si mischiano con i ricordi, sì proprio come quando corri. Si ricordò che non l’aveva ringraziata, fermò le ruote e si girò: “Gra...”; ma lei ormai non c’era più.