Liceo Scientifico “Paolo Frisi” - Monza

Premio Letterario “Federico Ghibaudo”


“IL PARADOSSO”
di Alice Colombo - 3a D


Nascosto dietro al piedistallo di una statua del dio Apollo ormai distrutta, osservava il campo di battaglia. La città stava cadendo, o meglio era già caduta. Nelle sue orecchie solo il clangore del metallo, i nitriti dei cavalli, le urla degli uomini. Nei suoi occhi solo l’espressione di un fanciullo che avendo rubato una caramella, viene severamente ripreso dal padre ma non vuole chiedere scusa. Non riusciva ad alzarsi, i suoi arti non rispondevano agli impulsi del cervello, della sua mente troppo debole per sopportare le conseguenze della catastrofe che aveva provocato. Era solo. Il fratello che da sempre, fin da piccolo, lo aveva protetto e difeso era caduto sotto le mura della città, da vero uomo, affrontando il fato. Il dio che mai l’aveva abbandonato ora giaceva in frantumi accanto a lui, offrendogli come ultimo segno della sua benevolenza il piedistallo del suo simulacro, dietro al quale si nascondeva. Doveva alzarsi, difendere qualcosa o qualcuno, dimostrare di essere in grado di affrontare la situazione che lui stesso aveva scatenato. Scuoteva il capo a destra e a sinistra, seguendo con gli occhi il movimento di un uomo, la proiezione di un’ombra, un guizzo di luce. 
Ad un tratto si arrestò: a poco più di mezzo stadio da lui, un movimento. La luce del sole che stava tramontando disegnava per terra una lunga sagoma che si muoveva lentamente, trascinandosi, come se fosse costretta· a sopportare un enorme fardello e sollevando ad ogni passo una nube di polvere. La figura buia attraversò il pronao del tempio, scese i pochi gradini e attraversò la piazza, passando dietro all’antica fontana in cui nuotavano le tartarughe sacre al dio Apollo. Si trascinò fino al muro che era appartenuto al magazzino delle provviste e lì si fermò, accasciandosi contro l’edificio. Armatura lucente, piccolo gladio in mano, l’uomo, esausto, si flesse sulle gambe e si lasciò cadere con la schiena a ridosso della parete. 
Paride si risvegliò dal torpore e dall’inerzia che si erano impossessati dalle sue membra: poco distante da lui riprendeva fiato il distruttore, la collera divina, colui che gli aveva sottratto il fratello e la patria. 
Contraendo tutti i muscoli in uno sforzo che sfigurò i bei lineamenti, Achille provò a rialzarsi, ma nel momento in cui scaricò il peso sulla gamba destra quella cedette ed egli si ritrovò di nuovo a terra. Allora si tolse il coturno i cui lacci di cuoio si avvolgevano attorno all’arto fino a metà del polpaccio; piegò la gamba verso di sé e si sporse su di essa, facendole da scudo con il corpo. 
Un raggio di luce restituì vita allo sguardo di Paride, che capì immediatamente di dover scoccare la sua freccia subito, tentando di colpire la nuca scoperta. Prese un dardo dalla faretra e lo incordò, si sollevò sulle ginocchia, poco al di sopra del blocco di pietra dietro cui si riparava, e scoccò il colpo. Un alito di vento soffiò in quel momento e la freccia virò verso sinistra, finendo in direzione opposta all’obiettivo, proprio nella fontana delle tartarughe. Il sibilo della freccia andata a vuoto giunse alle orecchie di Achille come una minaccia: alzò di scatto la testa, cercando con gli occhi la fonte di pericolo. Ma la mano di Apollo aveva già guidato quella di Paride sull’arco, che scoccò un secondo dardo una frazione di secondo dopo l’atterraggio del primo, la frazione di secondo che l’eroe aveva avuto a disposizione per salvarsi ma che utilizzò per sollevare la testa, lasciando scoperta la gamba ferita. 
La freccia si conficcò con tutta la sua forza nel piede scoperto di Achille, o più precisamente nel suo tallone. 

Nell’immaginazione sarebbe stato un giardino idilliaco, con sorgenti di acque fresche e rigogliose fronde dove un semidio avrebbe potuto riposarsi dalle fatiche sopportate in vita. Avrebbe soffiato una brezza leggera, portando con sé i profumi della rosa e del gelsomino. I prati sarebbero stati cosparsi di fiori dalle tinte vivaci, dai quali migliaia di farfalle variopinte si sarebbero alzate in volo. L’atmosfera sarebbe stata allietata dalla voce della natura: lo scrosciare dell’acqua, il cinguettare degli usignoli, il frinire delle cicale. 
Invece il nulla, solo una lunga striscia nera nel bianco più assoluto, più completo. E un puntino verde che lentamente si muoveva su questa striscia, con velocità costante, passo pesante ma cadenzato. Il piè veloce Achille correva e correva, cercando di raggiungere quel minuscolo puntino in lontananza. Ogni istante sembrava avvicinarlo al suo obiettivo, ma bastava l’istante successivo a disilluderlo. Da sempre correva, e per sempre avrebbe corso. 
Achille non avrebbe mai raggiunto la tartaruga. 


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